Nigrizia

Conflitti e Terrorismo Congo (Rep. dem.) Politica e Società Rwanda Stati Uniti
La parabola dell’ex capo di stato dalla fine della Seconda Guerra del Congo all'alleanza con l'M23
Rd Congo: così Joseph Kabila si è giocato il ritorno al potere
L'ex presidente si ritrova ormai privo di margine di manovra, isolato, sanzionato dagli Stati Uniti e condannato alla pena capitale. Il suo asse con l'M23 e il Rwanda gli hanno alienato il consenso dell'opinione pubblica congolese. Il futuro dell'est del paese si gioca sempre più sull'asse Washington-Kinshasa
21 Maggio 2026
Articolo di Nicaise Kibel’Bel Oka
Tempo di lettura 6 minuti
Joseph Kabila

Joseph Kabila Kabange è l’ex presidente della Repubblica democratica del Congo che ha guidato il paese per 18 anni (2001-2019). Al suo attivo ci sono due fatti da segnalare. In primo luogo, ha unificato il paese accettando il dialogo inter-congolese di Sun City (Sudafrica) che nell’aprile 2002 mise fine alla Seconda Guerra del Congo, portando a un governo unico secondo la formula consacrata dell’1+4 (un presidente assistito da 4 vicepresidenti, con l’integrazione delle forze armate).

In secondo luogo, ha organizzato le elezioni che hanno portato a un passaggio civile del potere con il suo successore, l’oppositore Félix-Antoine Tshisekedi, nel gennaio 2019. In quanto ex presidente, il Parlamento congolese aveva approvato una legge che lo rendeva senatore a vita, beneficiando di tutti i vantaggi di un ex capo di stato, tra cui l’immunità. Fino ad allora, le cose procedevano normalmente e Joseph Kabila poteva circolare liberamente a Kinshasa.

Ma nel 2021, la milizia Movimento del 23 marzo (M23), sostenuta dal Rwanda, riprende la guerra nell’est e conquista intere località nei territori di Rutshuru e Masisi. Nel 2025, anche le città di Goma e Bukavu, capoluoghi delle regioni del Nord e Sud Kivu, cadono nelle mani dei ribelli che le occupano insediando una loro forma di governo parallelo e sfruttano le ingenti risorse minerarie a favore di Kigali.

Già da allora circolavano voci persistenti sul sostegno dell’ex presidente Kabila alla milizia filo-rwandese, in particolare dopo la nascita a Nairobi nel dicembre 2023 del movimento politico di opposizione Alleanza Fiume Congo (AFC), capeggiata dall’ex presidente della Commissione elettorale congolese Corneille Nangaa, alleata con l’M23 con lo scopo dichiarato di rovesciare il governo di Tshisekedi.

Dopo sei anni trascorsi in Sudafrica e in altri paesi dell’Africa australe, nell’aprile 2025 Kabila riappare a Goma al fianco dei ribelli dell’M23. Subito dopo Kinshasa adotta misure per sospendere e sciogliere la sua formazione politica, il Partito popolare per la ricostruzione e la democrazia (PPRD), e per sequestrare i suoi beni.

Alla fine, l’Alta Corte militare della Rd Congo lo accusa di essere dietro la ribellione e, in seguito alla revoca dell’immunità da parte del Senato, avvia procedimenti giudiziari contro di lui, arrivando a condannarlo alla pena di morte in contumacia nell’ottobre dello scorso anno.

L’onda d’urto è forte. Il popolo congolese non capisce come l’uomo che ha guidato il paese per 18 anni possa trovarsi in una città sotto l’occupazione dei ribelli filo-rwandesi ed essere protetto da coloro che lui stesso aveva combattuto nel 2013.

Sanzioni americane contro i beni di Kabila

Ma il punto cruciale di questo dossier interviene il 30 aprile scorso, quando il Tesoro americano adotta sanzioni finanziarie contro Joseph Kabila.

Poi, il 7 maggio scorso, il deputato democratico Johnny Olszewski, membro della Commissione Affari Esteri, ha introdotto lo “Stable RDC ACT” alla Camera dei Rappresentanti. L’obiettivo prefissato è dare agli Stati Uniti uno strumento concreto e dissuasivo per far rispettare gli Accordi di Washington firmati il 4 dicembre 2025 tra Rd Congo e Rwanda.

In poche parole, il progetto autorizza il presidente Donald Trump a imporre immediatamente sanzioni (congelamento dei beni e divieto di visto) contro qualsiasi persona straniera – individuo, azienda, rete o persino stato – che violi consapevolmente questi accordi di pace.

Se venisse adottato, l’effetto domino sarebbe potente: maggiore pressione sulle capitali straniere che sostengono discretamente i belligeranti, rafforzamento del ruolo arbitrale degli Stati Uniti e possibile isolamento degli attori che bloccano il processo di pace.

In sintesi, lo Stable DRC ACT sarebbe un’arma legislativa per trasformare le promesse di pace in realtà. Potrebbe benissimo diventare una delle leve più efficaci mai dispiegate da Washington per porre fine a una delle crisi più letali dell’Africa. Per il momento resta fermo in Commissione, ma il suo messaggio è già chiaro: il tempo dell’impunità nell’est del Congo sta per finire.

Anche perché gli Stati Uniti sono più che determinati a sfruttare appieno gli accordi con Kinshasa per l’approvvigionamento di minerali critici.

L’ambiguità strategica di Kabila

Nella Rd Congo, un’ampia parte dell’opinione pubblica rileva una certa ambiguità strategica nel comportamento di Joseph Kabila. Per quanto i suoi sostenitori giustifichino l’ingiustificabile, le dichiarazioni del presidente rwandese, hanno aggiunto ulteriore confusione. In una recente intervista a Jeune Afrique Paul Kagame ha respinto le insinuazioni secondo cui la presenza di Kabila a Goma implicherebbe l’appoggio del Rwanda o un “via libera” da parte di Kigali, relegando la cosa a una questione di iniziativa politica individuale.

Le sanzioni americane hanno gettato un gelo anche su tutti coloro che chiedevano un dialogo interno, in particolare il duo CENCO-ECC (Conferenza Episcopale Nazionale del Congo e Chiesa di Cristo in Congo).

Le possibilità di Joseph Kabila di correre per un altro mandato presidenziale si sono ridotte di fronte a una popolazione che ha già individuato il proprio carnefice, Paul Kagame, e che digerisce male il fatto che Joseph Kabila sia sostenuto dal presidente rwandese. In queste condizioni, Félix-Antoine Tshisekedi diventa il male minore.

Inoltre, a livello nazionale, il partito politico creato da Kabila è ormai l’ombra di sé stesso. Nell’ottobre 2025 i membri più influenti del PPRD si sono ritrovati a Nairobi, in Kenya, rispondendo alla chiamata dell’ex presidente per creare un grande schieramento denominato “Salviamo il Congo”, ma anche questa formazione stenta ad ottenere riconoscimenti.

Scomparso il PPRD dalla scena politica e non c’è al momento una forza politica legata a Kabila in grado di prendere parte al dibattito in corso sulla revisione o meno della Costituzione, iniziativa contrastata dalla CENCO e dalle opposizioni che ritengono le modifiche proposte un modo per Tshisekedi di mantenersi al potere oltre la scadenza del secondo mandato.

Alla luce dell’evoluzione del panorama politico-sociale, Joseph Kabila ha smesso di essere il vero sfidante di Tshisekedi, nel caso in cui quest’ultimo decidesse di correre per un terzo mandato (vietato dall’attuale Costituzione).

Con il movimento Salviamo il Congo, il suo margine di manovra è molto ridotto e dipende da Tshisekedi che deve accettare o meno un dialogo interno a cui prenderebbe parte Kabila. Sarebbe ancora Tshisekedi, in quel caso, a dover adottare un provvedimento di grazia presidenziale in suo favore, evitando così che venga arrestato e incarcerato una volta rientrato a Kinshasa.

In sostanza, il comportamento mostrato al fianco dei ribelli nell’est e il sostegno da parte di Paul Kagame gli hanno fatto perdere ogni reale possibilità di tornare al potere attraverso le urne, mettendo in discussione la buona fede di tutti coloro che lo sostenevano in nome di un patriottismo ben disposto.

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it
Conflitti e Terrorismo Congo (Rep. dem.) Podcast Salute
Altri temi: in Sudafrica i dollari nel divano e la crisi dell’ANC. Dal caso Phala Phala alla sfida lanciata da Julius Malema / Il caso Elegy indigna la Biennale. L’eredità della curatrice Koyo Kouoh e la polemica sull’opera dell'artista sudafricana Gabrielle Goliath
Africa Oggi podcast / Ebola e guerra: il Congo orientale al limite
21 Maggio 2026
Articolo di Luca Delponte
Tempo di lettura 1 minuti
  • La testimonianza di Giusy Baioni sulla nuova emergenza Ebola nella Rd Congo, mentre l’est del paese resta segnato dall’avanzata dell’M23 e da una crisi umanitaria senza fine.
  • Sudafrica: i dollari nel divano e la crisi dell’ANC. Dal caso Phala Phala alla sfida lanciata da Julius Malema. Il professor Rocco Ronza analizza il momento più delicato della presidenza Ramaphosa.
  • Il caso Elegy indigna la Biennale. Stefania Ragusa racconta l’eredità della curatrice Koyo Kouoh e la polemica sull’opera dell’artista sudafricana Gabrielle Goliath dedicata anche alle vittime palestinesi di Gaza.

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it
Algeria Chiesa e Missione
Algeria / A 30 anni dall’assassinio dei monaci di Tibhirine
La loro morte parla ancora
La scelta di non abbandonare il monastero resta un segno di resistenza non violenta, capace di tenere insieme differenze religiose e umane. La loro storia, amplificata da inchieste documenti e film, alimenta un dibattito ancora aperto sulle responsabilità politiche e religiose. Il discorso del papa nella terra di Agostino richiama una memoria che vuole generare riconciliazione più che vendetta
21 Maggio 2026
Articolo di Elio Boscaini
Tempo di lettura 5 minuti
La foto dei 7 monaci trappisti uccisi (Credit: Billel Bensalem/APP/NurPhoto via AFP)

Questo articolo è uscito nella sezione “Chiesa è missione” del numero di Nigrizia di maggio 2026.

Rapiti nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, le teste dei sette monaci venivano ritrovate il 30 maggio seguente lungo la strada nei pressi di Médéa, cittadina a una novantina di chilometri a sud di Algeri, non lontano dal loro monastero. I corpi non sono mai stati ritrovati.

La loro morte viene fatta risalire al 21 maggio, come indicato nel comunicato del Gruppo islamico armato (GIA) che ne rivendicò la responsabilità, sebbene tale versione sia stata negli anni contestata da inchieste giornalistiche e testimonianze.

Trent’anni dopo, il 13 aprile 2026, papa Leone XIV – primo pontefice nella storia a visitare l’Algeria – ha reso omaggio alla loro memoria nella Basilica di Nostra Signora d’Africa ad Algeri, definendo il sangue dei diciannove martiri d’Algeria «un seme vivo che non smette mai di dare frutto». Un tributo dal significato anche personale: la festa di quei martiri cade l’8 maggio, giorno della sua elezione al pontificato.

«E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Insc’Allah».

Così si conclude il testamento spirituale di frère Christian de Chergé, priore del monastero trappista di Tibhirine, che porta le date del 1° gennaio 1994 e del 1° dicembre 1993, anniversario della morte, nel 1916, di frère Charles de Foucauld, il fratello universale canonizzato da papa Francesco, ucciso nel suo eremo a Tamanrasset nel deserto algerino. Frère Christian immaginava di presentarsi con il suo assassino al trono della misericordia.

Il voto cancellato e il decennio nero

A fine anni Ottanta, la crisi economico-politica dell’Algeria aveva portato alla vittoria del Fronte islamico di salvezza (FIS) al primo turno delle elezioni legislative del 1991. L’esercito prese il potere, annullò il voto e insediò Mohamed Boudiaf come presidente. Ucciso l’anno dopo, il paese piombò nel caos: iniziava quel «decennio nero» che si sarebbe concluso con almeno 150mila morti, tra cui un centinaio di imam.

Il GIA nell’ottobre 1993 intimava agli stranieri di lasciare il paese entro un mese. L’8 maggio 1994 cadono i primi due religiosi cristiani: nella biblioteca animata da frati e suore nel cuore di Algeri, i terroristi sparano alla nuca di suor Paul-Hélène Saint-Raymond e in faccia a fratel Henri Vergès. La piccola comunità cattolica si sente sotto attacco. Restare o partire? I vescovi rispondono con chiarezza: «La Chiesa non prenderà mai la decisione di partire».

Alla fine i religiosi vittime della mattanza saranno 19, di cui sei suore. L’ultimo sarà il vescovo di Orano, il domenicano Pierre Claverie, assassinato insieme a Mohamed Bouchikhi, il ventunenne autista e amico musulmano, con una bomba all’ingresso del vescovado. Oltre ai francesi, si contano un belga, due spagnole e una suora nata a Tunisi, in rappresentanza di otto diversi ordini religiosi.

Mentre l’Algeria ha steso un velo di oblio su quegli anni, la Chiesa cattolica ha proclamato beati i suoi 19 martiri l’8 dicembre 2018 a Orano, prima cerimonia del genere in un paese musulmano. Nell’icona che li raffigura, dipinta da suor Odile de Santa Cruz, figura anche il giovane Mohamed, che papa Francesco non avrebbe esitato a includere tra i beati se solo avesse espresso il desiderio di farsi cristiano.

Il vescovo di Orano del giorno della beatificazione, oggi arcivescovo di Algeri, il cardinal Jean-Paul Vesco, tiene a sottolineare che quei martiri sono morti in solidarietà con i musulmani, insieme a loro, non a causa loro.

La storia diventata un film

Un esempio luminoso lo hanno dato in particolare i sette monaci di Tibhirine, la cui storia è al cuore di Uomini di Dio (Des hommes et des dieux), il film presentato a Cannes nel 2010 con il Grand Prix speciale della giuria.

Quel monastero, arroccato sulle montagne dell’Atlante a pochi chilometri da Médéa, è guidato dal 1984 da frère Christian de Chergé. Consapevole del pericolo, decide con i suoi monaci di restare.

I rapiti dai «fratelli della montagna» – come chiamavano i terroristi – sono: il priore Christian; Luc Dochier, 82 anni, medico che curava la gente della regione e ironizzava sul «mal di gola» della comunità al pensiero degli sgozzamenti; Bruno Lemarchand, 66 anni, giunto quella notte dal monastero in Marocco dove prosegue oggi la storia di Tibhirine; Michel Fleury, 52 anni; Célestin Ringeard, 62 anni; Paul Favre-Miville, 55 anni; Christophe Lebreton, 45 anni.

Nel suo testamento, frère Christian è cosciente che la sua morte sembrerà dare ragione «a quelli che mi hanno frettolosamente trattato da ingenuo o da idealista». Ma non è così: «Se piace a Dio – scrive – potrò immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam così come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito».

A chi in Francia chiedeva cosa ci facessero «laggiù», mons. Claverie rispondeva: «Stiamo lì come al capezzale di un amico, di un fratello ammalato, in silenzio, mentre gli stringiamo la mano, mentre gli asciughiamo la fronte».

Risponderebbe allo stesso modo ancora oggi, perché per la piccola comunità cristiana d’Algeria – composta soprattutto da espatriati subsahariani in un oceano musulmano – quella terra è casa loro, dove non hanno alcun potere né interessi da salvare: solo il popolo algerino con cui condividere la vita e la speranza di ogni giorno.

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it
Italia Mali Migrazioni Pace e Diritti Politica e Società
Dopo 19 mesi è partito il corpo del giovane maliano ucciso in stazione a Verona nell’ottobre del 2024. Rimane l’iter giudiziario e la richiesta di chiarezza
Moussa Diarra torna a casa
20 Maggio 2026
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 4 minuti
Sit-in davanti alla stazione di Verona il 21 ottobre 2024, all'indomani dell'uccisione di Moussa Diarra (Credit: Nigrizia)

Un saluto e una eredità. È un po’ questo il riassunto di quel che è avvenuto la mattina del 19 maggio, dentro la moschea di Verona. Un saluto a un giovane ragazzo, Moussa Diarra, che torna a casa in una bara, dopo essere stato ucciso fuori dalla stazione Porta Nuova di Verona, da un agente della polizia ferroviaria. Una eredità che investe chi rimane e che, appellandosi alla decisione della giudice per le indagini preliminari Livia Magri, che ha respinto la richiesta di archiviazione, chiede verità.

Tra le bianche mura, il pavimento di tappeti e il legno chiaro della cassa, la commozione riempie in maniera palpabile ogni spazio. Abita la comunità maliana così come quella musulmana, mescolando le appartenenze che spesso coincidono; è tra le parole del Comitato Verità e giustizia per Moussa Diarra, cui si deve la continua rivendicazione di far luce su questa storia, la storia di un ragazzo che il ministro Salvini, all’indomani dell’uccisione, aveva detto che non sarebbe mancato a nessuno. Sbagliando.

La palpabile commozione si trova negli abbracci che si scambiano coloro che rappresentano le realtà associative cittadine presenti e chi è venuto a titolo personale, perché questa storia per tante persone in città ha segnato uno spartiacque non solo di eventi, ma anche di relazioni che si riconoscono, si rafforzano, si fanno carico di una eredità che rimane e che si impegna nel continuare a chiedere chiarezza, ora che Moussa è partito da Bologna, fa tappa ad Algeri per raggiungere il suo Mali e la sua città Kita, nella regione di Kayes, parte occidentale del paese africano.

Diciannove mesi dopo quella mattina del 20 di ottobre 2024, il corpo di Moussa finalmente parte per tornare a casa, dove lo aspettano da troppo tempo la madre, le sorelle, la famiglia, gli amici.

Ad accompagnarlo sarà il rappresentante della comunità maliana veronese, Ibrahim Oussane Diallo, e il fratello, Djemagan Diarra, che poco dopo l’uccisione di Moussa si è trasferito a Verona, dove ha trovato casa e lavoro, proprio grazie alla rete di sostegno che si è venuta a creare. Dove ha potuto stare accanto a questa tragedia personale e umana diventata causa giudiziaria presa in carico dalle avvocate Paola Malavolta, Francesca Campostrini e Silvia Galeoni, cui si è aggiunto Fabio Anselmo.

Diciannove mesi di cella frigorifera, di attesa che le indagini si chiudessero, per poi arrivare a una richiesta di archiviazione, presentata dalla pm Maria Diletta Schiaffino, che è stata rigettata dalla gip Magri, per ripartire dunque dal via di un iter giudiziario che dovrà far chiarezza su quel che è accaduto quella mattina di ottobre, in cui l’assistente capo della polizia ferroviaria, indagato per eccesso colposo di legittima difesa, ha sparato tre colpi di pistola. L’ultimo, mortale, per Diarra.

Tra le voci che si susseguono dopo il momento di preghiera, la storia processuale è presente e accompagnata a una richiesta di chiarezza, di giustizia ma anche di eredità, intesa come presa in carico comunitaria affinché la pienezza di relazioni e di rivendicazioni di diritti, che si è venuta a creare con il venir meno di Moussa Diarra, non si disperda, ma continui per chi rimane.

Tante le parole rivolte alla famiglia d’origine, alla madre che attende in Mali quel corpo per così tanto tempo agognato. Pensieri che richiamano al momento di saluto pubblico, avvenuto la mattina del 16 maggio, proprio fuori dalla stazione in cui Moussa è stato ucciso.

Pensieri che si abbracciano in questo momento più intimo di preghiera e ricordo, soprattutto da parte di chi, tra il Ghibellin fuggiasco, la casa occupata dove viveva Moussa, e il Paratodos, il centro sociale diventato la famiglia di adozione di questo giovane maliano di 26 anni, ha accompagnato e sorretto il sogno di Moussa: essere regolare e poter lavorare per aiutar casa.

Le parole e le preghiere passano dall’arabo all’italiano, perché, in questa famiglia allargata che si è venuta a creare, non tutte le persone parlano uguale lingua, ma tutte sono legate da un idem sentire che non necessita di termini per essere detto: che la terra della giustizia ti sia più lieve della terra della vita, restituendo all’ultimo capitolo della tua storia il diritto alla verità.

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it
Italia Pace e Diritti Politica e Società Uganda
PLUS
Uganda / Lotta comunitaria contro la violenza di genere
La storia di Mariam Nabirye
Una donna vittima di un matrimonio e una gravidanza forzati diventa punto di riferimento nel sostegno alle adolescenti della sua comunità, nell’est del paese, dove una ragazza su cinque affronta questi abusi
20 Maggio 2026
Articolo di Angela Gennaro (testo e foto)
Tempo di lettura 1 minuti
Primo piano di Mariam Nabirye (Credit: Angela Gennaro)

Questo articolo è uscito nella sezione “Africa 54” del numero di Nigrizia di maggio 2026.

«Mi diceva: “Mariam… vieni qui Mariam”. Ci conoscevamo anche. “Mariam… vieni qui Mariam”. Mi fidavo. E…». Il volto si illumina. Mariam Nabirye prende fiato. Alcuni pulcini corrono dietro alla madre nel cortile di questa casa tra le strade di terra rossa di Busiki, nell’est dell’Uganda. Animali pascolano, bambini si rincorrono. Un uomo picchia un cane […]
Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it
Africae 2026