Joseph Kabila Kabange è l’ex presidente della Repubblica democratica del Congo che ha guidato il paese per 18 anni (2001-2019). Al suo attivo ci sono due fatti da segnalare. In primo luogo, ha unificato il paese accettando il dialogo inter-congolese di Sun City (Sudafrica) che nell’aprile 2002 mise fine alla Seconda Guerra del Congo, portando a un governo unico secondo la formula consacrata dell’1+4 (un presidente assistito da 4 vicepresidenti, con l’integrazione delle forze armate).
In secondo luogo, ha organizzato le elezioni che hanno portato a un passaggio civile del potere con il suo successore, l’oppositore Félix-Antoine Tshisekedi, nel gennaio 2019. In quanto ex presidente, il Parlamento congolese aveva approvato una legge che lo rendeva senatore a vita, beneficiando di tutti i vantaggi di un ex capo di stato, tra cui l’immunità. Fino ad allora, le cose procedevano normalmente e Joseph Kabila poteva circolare liberamente a Kinshasa.
Ma nel 2021, la milizia Movimento del 23 marzo (M23), sostenuta dal Rwanda, riprende la guerra nell’est e conquista intere località nei territori di Rutshuru e Masisi. Nel 2025, anche le città di Goma e Bukavu, capoluoghi delle regioni del Nord e Sud Kivu, cadono nelle mani dei ribelli che le occupano insediando una loro forma di governo parallelo e sfruttano le ingenti risorse minerarie a favore di Kigali.
Già da allora circolavano voci persistenti sul sostegno dell’ex presidente Kabila alla milizia filo-rwandese, in particolare dopo la nascita a Nairobi nel dicembre 2023 del movimento politico di opposizione Alleanza Fiume Congo (AFC), capeggiata dall’ex presidente della Commissione elettorale congolese Corneille Nangaa, alleata con l’M23 con lo scopo dichiarato di rovesciare il governo di Tshisekedi.
Dopo sei anni trascorsi in Sudafrica e in altri paesi dell’Africa australe, nell’aprile 2025 Kabila riappare a Goma al fianco dei ribelli dell’M23. Subito dopo Kinshasa adotta misure per sospendere e sciogliere la sua formazione politica, il Partito popolare per la ricostruzione e la democrazia (PPRD), e per sequestrare i suoi beni.
Alla fine, l’Alta Corte militare della Rd Congo lo accusa di essere dietro la ribellione e, in seguito alla revoca dell’immunità da parte del Senato, avvia procedimenti giudiziari contro di lui, arrivando a condannarlo alla pena di morte in contumacia nell’ottobre dello scorso anno.
L’onda d’urto è forte. Il popolo congolese non capisce come l’uomo che ha guidato il paese per 18 anni possa trovarsi in una città sotto l’occupazione dei ribelli filo-rwandesi ed essere protetto da coloro che lui stesso aveva combattuto nel 2013.
Sanzioni americane contro i beni di Kabila
Ma il punto cruciale di questo dossier interviene il 30 aprile scorso, quando il Tesoro americano adotta sanzioni finanziarie contro Joseph Kabila.
Poi, il 7 maggio scorso, il deputato democratico Johnny Olszewski, membro della Commissione Affari Esteri, ha introdotto lo “Stable RDC ACT” alla Camera dei Rappresentanti. L’obiettivo prefissato è dare agli Stati Uniti uno strumento concreto e dissuasivo per far rispettare gli Accordi di Washington firmati il 4 dicembre 2025 tra Rd Congo e Rwanda.
In poche parole, il progetto autorizza il presidente Donald Trump a imporre immediatamente sanzioni (congelamento dei beni e divieto di visto) contro qualsiasi persona straniera – individuo, azienda, rete o persino stato – che violi consapevolmente questi accordi di pace.
Se venisse adottato, l’effetto domino sarebbe potente: maggiore pressione sulle capitali straniere che sostengono discretamente i belligeranti, rafforzamento del ruolo arbitrale degli Stati Uniti e possibile isolamento degli attori che bloccano il processo di pace.
In sintesi, lo Stable DRC ACT sarebbe un’arma legislativa per trasformare le promesse di pace in realtà. Potrebbe benissimo diventare una delle leve più efficaci mai dispiegate da Washington per porre fine a una delle crisi più letali dell’Africa. Per il momento resta fermo in Commissione, ma il suo messaggio è già chiaro: il tempo dell’impunità nell’est del Congo sta per finire.
Anche perché gli Stati Uniti sono più che determinati a sfruttare appieno gli accordi con Kinshasa per l’approvvigionamento di minerali critici.
L’ambiguità strategica di Kabila
Nella Rd Congo, un’ampia parte dell’opinione pubblica rileva una certa ambiguità strategica nel comportamento di Joseph Kabila. Per quanto i suoi sostenitori giustifichino l’ingiustificabile, le dichiarazioni del presidente rwandese, hanno aggiunto ulteriore confusione. In una recente intervista a Jeune Afrique Paul Kagame ha respinto le insinuazioni secondo cui la presenza di Kabila a Goma implicherebbe l’appoggio del Rwanda o un “via libera” da parte di Kigali, relegando la cosa a una questione di iniziativa politica individuale.
Le sanzioni americane hanno gettato un gelo anche su tutti coloro che chiedevano un dialogo interno, in particolare il duo CENCO-ECC (Conferenza Episcopale Nazionale del Congo e Chiesa di Cristo in Congo).
Le possibilità di Joseph Kabila di correre per un altro mandato presidenziale si sono ridotte di fronte a una popolazione che ha già individuato il proprio carnefice, Paul Kagame, e che digerisce male il fatto che Joseph Kabila sia sostenuto dal presidente rwandese. In queste condizioni, Félix-Antoine Tshisekedi diventa il male minore.
Inoltre, a livello nazionale, il partito politico creato da Kabila è ormai l’ombra di sé stesso. Nell’ottobre 2025 i membri più influenti del PPRD si sono ritrovati a Nairobi, in Kenya, rispondendo alla chiamata dell’ex presidente per creare un grande schieramento denominato “Salviamo il Congo”, ma anche questa formazione stenta ad ottenere riconoscimenti.
Scomparso il PPRD dalla scena politica e non c’è al momento una forza politica legata a Kabila in grado di prendere parte al dibattito in corso sulla revisione o meno della Costituzione, iniziativa contrastata dalla CENCO e dalle opposizioni che ritengono le modifiche proposte un modo per Tshisekedi di mantenersi al potere oltre la scadenza del secondo mandato.
Alla luce dell’evoluzione del panorama politico-sociale, Joseph Kabila ha smesso di essere il vero sfidante di Tshisekedi, nel caso in cui quest’ultimo decidesse di correre per un terzo mandato (vietato dall’attuale Costituzione).
Con il movimento Salviamo il Congo, il suo margine di manovra è molto ridotto e dipende da Tshisekedi che deve accettare o meno un dialogo interno a cui prenderebbe parte Kabila. Sarebbe ancora Tshisekedi, in quel caso, a dover adottare un provvedimento di grazia presidenziale in suo favore, evitando così che venga arrestato e incarcerato una volta rientrato a Kinshasa.
In sostanza, il comportamento mostrato al fianco dei ribelli nell’est e il sostegno da parte di Paul Kagame gli hanno fatto perdere ogni reale possibilità di tornare al potere attraverso le urne, mettendo in discussione la buona fede di tutti coloro che lo sostenevano in nome di un patriottismo ben disposto.