Italarmi, Relazione governativa
Dal documento presentato alle Commissioni parlamentari, il valore globale delle licenze di esportazione definitiva ha superato i 2,6 miliardi di euro (+23,3% rispetto al 2013). Al di là dei paesi Ue-Nato, le destinazioni privilegiate delle nostre armi sono Nordafrica e Medio Oriente (28%). Oltre 2,5 miliardi di euro il valore delle transazioni bancarie segnalate.

Dopo il brusco calo del 2013 (meno 48,5%), torna a crescere l’export armato italiano. Sia come valore globale delle autorizzazioni all’esportazione (il cosiddetto “portafoglio ordini”). Sia come numero di autorizzazioni definitive.

È ciò che emerge dall’ultima Relazione al parlamento sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, riferita all’anno 2014, consegnata il 30 marzo scorso dal Sottosegretario di stato alla presidenza del consiglio dei ministri alle cinque commissioni permanenti di Camera e Senato (Affari costituzionali; Affari esteri, emigrazione; Difesa; Finanze e tesoro; Industria, commercio, turismo).

L’anno scorso il valore globale delle licenze di esportazione definitiva (che di definitivo, in realtà, hanno ben poco, se non il fatto di essere state autorizzate) è risultato pari a 2.650.898.056 di euro, un più 23,3% rispetto al 2013 (2.149.307.241); mentre il numero di autorizzazioni definitive all’export è cresciuto del 34,6% (1.879 nel 2014 contro le 1.396 del 2013). Da ricordare che il 2013 non era stato un anno brillantissimo, con valori particolarmente bassi rispetto agli anni precedenti.

Nel valore globale delle licenze sono inclusi anche i dati inerenti le autorizzazioni legate a programmi intergovernativi (o “programmi governativi di cooperazione”), che accorpano anche i sistemi in costruzione per la dotazione delle nostre forze armate: vedi i casi del caccia Eurofighter, delle fregate Fremm, delle navi Orizzonte, degli elicotteri EH-101… Nel 2014 il valore di questi programmi è stato di 337.730.891 euro, pari al 12,7% del totale dell’export, contro il 29,2% (626.748.171 euro) del 2013.

Ma per comprendere come sia stato un anno positivo per l’industria militare italiana bisogna andare a scovare un altro dato nella Relazione: le esportazioni definitive registrate dall’Agenzia delle Dogane. È il dato che registra quanto materiale è effettivamente uscito dai nostri confini l’anno scorso. In questo caso il numero di esportazioni definitive è stato pari a 2.386, per un valore di 3.329.567.703 euro. Nella relazione del 2014 (riferita ai dati 2013), il valore era di 2,75 miliardi.

Dove finiscono le nostre armi?
Per quanto riguarda la destinazione finale, i principali paesi autorizzati sono stati quelli dell’Unione europea e della Nato (55,7% del valore totale, rispetto al 48,5% del 2013), con il Regno Unito in testa (11,5%), poi la Polonia (11,3%), la Germania (7,4%), e gli Stati Uniti (7,2%). Tra i paesi
extra Ue-Nato i principali partner commerciali sono risultati gli Emirati arabi uniti (11,5%), l’Arabia Saudita (6,1%), l’Oman (5,3%) e il Perù (3,3%). Nordafrica e il Vicino e Medio Oriente sono stati destinatari del 28% delle armi italiane.  Il valore delle operazioni autorizzate verso i paesi di quest’area ha registrato un aumento del 4,5% rispetto allo scorso anno (740.948.676 euro nel 2014 a fronte di 709.310.499 euro nel 2013.

Un dato allarmante visto che i paesi del Golfo sono impegnati militarmente non solo a reprimere le contestazioni domestiche nei loro paesi, ma anche in vari scenari di guerra, a partire dallo Yemen.

Se rimangono stabili le percentuali di esportazioni in Asia (intorno all’8%), ci sono da registrare incrementi nei flussi diretti verso l’America centromeridionale (dal 4,2% del 2013 al 5,9 % nel 2014.

Per quanto riguarda, invece, il controllo sui trasferimenti bancari legati a operazioni in tema di armamenti, c’è da premettere un aspetto: con la riscrittura dell’articolo 27 della legge 185 del 1990, oggi gli istituti di credito non sono più obbligati a chiedere l’autorizzazione del ministero dell’economia e delle finanze (Mef). Ora basta una loro semplice comunicazione via web delle transazioni effettuate. È evidente che passando da un’impostazione concentrata sulle verifiche ex ante della documentazione a una ex post (le cosiddette segnalazioni) il rischio è di allentare la morsa dei controlli, rendendo meno trasparente un settore fatto di relazioni assai delicate.

Detto ciò, dalla Relazione emerge che nel 2014 sono state 44 le banche accreditate per la trasmissione delle segnalazioni attraverso l’utilizzo della procedura informatizzata. Il numero di segnalazioni è stato pari a 8.473 per un importo complessivo di 2.511.997.250 euro (nel 2013 l’importo ha superato i 2,8 miliardi).

Ultimo aspetto, polemico nei confronti dell’esecutivo. Con gli emendamenti al comma 1 dell’art. 5 della legge 185 si è eliminato l’obbligo del presidente del consiglio di riferire al parlamento con una propria Relazione, prevedendo invece una semplice Relazione alle Camere. Ma, contemporaneamente, è stato introdotto l’obbligo governativo di riferire analiticamente alle Commissioni parlamentari sui contenuti della Relazione entro 30 giorni dalla sua trasmissione. Tale obbligo non solo non è stato ancora espletato, ma le singole commissioni (che hanno ricevuto la relazione il 30 marzo) non hanno neppure messo in calendario l’esame del testo.

Per la verità non è una novità. Come ci ricorda Francesco Vignarca, coordinatore di rete Disarmo, «è dal 2008 che le commissioni parlamentari non prendono in esame queste Relazioni. Nel frattempo non solo è stata ampiamente modificata la 185 che dal 1990 regolamenta la materia, ma è diventato sempre più difficile capire dalle relazioni governative quali sistemi militari vengano effettivamente esportati».