A Brescia, da venerdì 14 novembre a domenica 16, torna Afrobrix nella sua declinazione di festival cinematografico afroeuropeo (mentre in estate prende le forme di festival musicale). Giunto alla sua sesta edizione, all’abituale concorso di cortometraggi aggiunge dei lungometraggi, uno spettacolo teatrale e dibattiti. Le proiezioni avverranno nell’accogliente cornice del cinema indipendente Nuovo Eden; il resto degli eventi saranno in zona centro, tra l’Oratorio di San Faustino e la Sala Lettura Campo Marte.
Lasciamo a chi ci legge il piacere di spulciare il programma curato dal direttore artistico Fabrizio Colombo, missionario comboniano. Afrobrix è infatti anche un centro culturale, nato nel 2021 con il supporto di partners come Fondazione Nigrizia.
In questo articolo, puntiamo a incuriosire dando spazio ad una riflessione critica sul perché di un’iniziativa del genere. Ne è autore Aziz Sawadogo, un membro del vivaio di pensieri e azioni Afrobrix e co-organizzatore del festival.
Le sue parole si posizionano a distanza siderale da trite retoriche di lotta. In punta di penna, ricorda che mettere in vetrina l’afrodiscendenza non deve servire né a intrattenere, né a consolare, ma a ‘’complicare’’ ed ‘’incrinare’’. Fino ‘’a togliere il sonno’’.
Celebrare l’afrodiscendenza?
di Aziz Sawadogo – organizzazione Afrobrix, responsabile talks
Mi chiedo spesso che senso abbia, oggi, celebrare l’afrodiscendenza.
È una domanda che non nasce da scetticismo ma da stanchezza: la stanchezza di chi osserva una celebrazione costretta, ogni anno, a difendersi dall’essere neutralizzata. Perché il rischio, in fondo, è sempre quello: che ciò che nasce per disturbare diventi decorazione, che la memoria dell’oppressione venga tradotta in evento culturale, che la ferita si trasformi in format.
Viviamo un tempo di doppi standard talmente raffinati da sembrare invisibili. Le istituzioni occidentali amano raccontarsi come emancipate, ma restano ancorate a meccanismi di potere che operano con la grazia e la violenza di ciò che è diventato strutturale. E lo strutturale, lo sappiamo, è la forma più sofisticata della violenza: quella che si è talmente integrata nel corpo sociale da non avere più bisogno di imporsi, perché è già diventata abitudine, linguaggio, burocrazia.
Celebrarla, l’afrodiscendenza, in questo contesto, rischia di suonare come un atto di cortesia verso il sistema che la opprime. E tuttavia, la risposta non è rinunciare alla celebrazione, ma restituirle la sua natura conflittuale. Forse il senso di Afrobrix è proprio questo: non offrire una vetrina rassicurante di diversità, ma rendere visibile l’attrito, lo spazio di frizione, la tensione irrisolta tra ciò che il potere racconta e ciò che la realtà testimonia.
Nel linguaggio decoloniale si parla spesso di distruzione e ricostruzione. Parole che, prese sul serio, non hanno nulla di metaforico. Distruggere significa smontare i dispositivi attraverso cui il mondo continua a riprodurre le proprie gerarchie – l’immaginario, la rappresentazione, l’estetica del consenso.
E ricostruire non è semplice ottimismo progressista: è un lavoro di cura e di creazione collettiva. È il tentativo di reimmaginare la giustizia a partire dal margine, di restituire dignità a ciò che è stato silenziato o reso invisibile. Certo, sarebbe più semplice limitarsi alla parte “bella” della celebrazione – i film, la musica, la vitalità della cultura afrodiscendente – e fingere che basti a compensare il resto. Ma il compito di chi crede ancora nella cultura non è consolare, è complicare. Perché la cultura, quando è viva, non pacifica: interroga, incrina, toglie il sonno.
E allora, in un’epoca in cui tutto tende a essere inglobato nel linguaggio dell’inclusione – purché non metta in discussione i privilegi che la pronunciano – forse l’unico gesto autentico è proprio quello di disturbare la festa. Distruggere lo status quo, rendere nudo il sistema oppressivo, e solo poi tentare di costruire qualcosa di nuovo, di equo, di condiviso.
Può sembrare un esercizio utopico, ma è l’unico possibile. Perché, nonostante tutto, continuo a credere nel potere rigenerativo della cultura. Non la cultura come industria o ornamento, ma come forza che scompone e ricrea, che restituisce senso al dolore e forma al desiderio.
Afrobrix, in questo, non è un luogo di celebrazione ma di resistenza: un laboratorio fragile e necessario dove il cinema, l’arte e la parola provano, ancora una volta, a immaginare un mondo che non abbia bisogno di essere giusto per apparire bello.
E in questa convinzione – ironicamente ostinata – forse risiede il vero senso di celebrare: credere che, anche nel disincanto, ci sia ancora spazio per la trasformazione.