Malawi / Crisi alimentare
Da questo mese è iniziata la stagione di magra in Malawi. Quasi 3 milioni di persone dovranno patire la fame. Una consuetudine da queste parti. Stavolta però la situazione è critica a causa delle inondazioni e della siccità degli scorsi mesi. L’Onu ha lanciato l’allarme. Bisogna agire ora.

l Malawi sta per affrontare la peggiore crisi alimentare degli ultimi 10 anni ed è completamente impreparato. È il Programma alimentare mondiale (Pam) delle Nazioni Unite a lanciare l’allarme con un comunicato pubblicato la scorsa settimana che segue l’appello alla comunità internazionale lanciato pochi giorni prima dal Presidente malawiano, Peter Mutharika, in occasione della presentazione del Piano di Risposta Nazionale all’Insicurezza Alimentare.

La situazione è potenzialmente critica. Più di 2,8 milioni di persone dovranno fare i conti con la fame da ottobre a marzo, a causa delle gravi inondazioni e della siccità che hanno rovinato il raccolto di quest’anno. Sono i dati della Commissione per la Verifica della Vulnerabilità del Malawi a dirlo.
Già in giugno il presidente Mutharika aveva chiesto aiuto. «Vorrei chiedere un sostegno internazionale per questo programma di ricostruzione perché 494 milioni di dollari sono una somma enorme» aveva detto il capo di stato. Tanto serviva al paese per riparare i danni provocati dalle inondazioni devastanti che avevano anche ucciso 176 persone.
Il governo di Lilongwe subito dopo le alluvioni ha predisposto per il Pam 26.600 tonnellate di mais provenienti dalle sue Riserve Strategiche di Grano, ma anche queste scorte stanno per terminare  

Non è un caso se la Banca Mondiale ha inserito il Malawi tra i dodici paesi più vulnerabili al mondo a causa dei mutamenti climatici. Le inondazioni che hanno colpito il paese all’inizio di quest’anno sono state le peggiori che si ricordino. Abitazioni distrutte, capi di bestiame uccisi e depositi di cibo spazzati via oltre ai terreni fertili completamente rovinati. Come se non bastasse, nei mesi successivi alle inondazioni è arrivata la siccità. Così anche le poche coltivazioni sopravvissute alla prima catastrofe sono andate distrutte, rendendo la sopravvivenza ancora più difficile per i più vulnerabili.

Crisi costante
E il Malawi è un paese vulnerabile. Queste calamità naturali non potevano coglierlo in un momento peggiore. La mancanza di cibo nel paese è una piaga persistente. Circa due terzi delle sue famiglie vive al di sotto della soglia di povertà. Il Malawi Vulnerability Assesment Committee ha stimato che nel 2014 già 700mila malawiani hanno sofferto un’acuta mancanza di cibo.
Coloro che soffrono di più sono ovviamente i contadini e gli allevatori (circa l’86% della popolazione). Il Malawi è incapace di produrre o acquistare il cibo di cui ha bisogno la sua popolazione di quasi 15 milioni di abitanti con il 6% di crescita annua. Mancano le tecnologie, i fertilizzanti, le sementi resistenti e una buona irrigazione. Le coltivazioni dipendono ancora dalle precipitazioni stagionali che durano solo 4 mesi e sono, come si sta vedendo, sempre meno regolari.
È il sistema economico adottato dal paese che rende la sua popolazione sempre più povera e dipendente da fattori esterni.  Il Malawi dipende dagli aiuti internazionali per circa il 40% del proprio bilancio. Quest’ultimo viene risucchiato per lo più in debiti da pagare e per un quarto dal dalla sola struttura statale. Inoltre la sua economia, come in molti paesi africani, è estremamente assoggettata ai prezzi stabiliti dal mercato internazionale per quanto riguarda la vendita dei propri prodotti e anche l’acquisto di sementi. Si veda il caso del cotone, di cui il Malawi è un grande produttore. Il prezzo si è abbassato a tal punto nell’ultimo periodo che i piccoli coltivatori non riescono nemmeno a coprire le spese di produzione. Il potere d’acquisto dei malawiani decresce sempre di più, tre quarti della popolazione vive con meno di 1,25 dollari statunitensi al giorno.

Un aiuto serve ora
“Sono necessari finanziamenti tempestivi per una risposta efficiente ed efficace, specialmente per posizionare riserve di cibo entro novembre, in tempo per la stagione delle piogge”. Afferma il Pam nel suo comunicato. Lì nelle aree rurali dove l’accesso via terra potrebbe essere compromesso. La priorità in questo momento dev’essere data al cibo salvavita e ai trasferimenti di contante, al fine di proteggere vite umane e prevenire la fame.
L’operazione di soccorso del Pam è finanziata per meno del 25% al momento. Servono ancora 81 milioni di dollari per rispondere ai bisogni della popolazione maggiormente esposta da questo mese a marzo 2016. «È urgente ricevere ulteriori contributi» ha detto il rappresentante del Pam nel paese, Coco Ushiyama.

Il quadro della situazione è delicato e incerto come il futuro della popolazione malawiana. Fino ad ora l’occidente ha continuato a disinteressarsi di ciò che avviene a sud dell’equatore. Ha voltato le spalle alle crisi militari, sociali e ambientali che affliggono queste genti a meno che non ci siano in ballo interessi economici. Poi, come avviene di questi tempi ai nostri confini, affronta con allarmismo e disorganizzazione il conseguente e inarrestabile esodo umano, spinto dall’istinto primordiale del semplice sopravvivere.
È divenuto ormai superfluo auspicare azioni concrete da parte di chi tiene le redini economiche del mondo. Il più delle volte si ottengono solo interventi occasionali che non sono risolutivi, perché non sono pensati tenendo presente lo sviluppo futuro di questa parte del globo.
Auspicabile invece è che si faccia qualcosa in più da questo punto di vista. L’occasione dell’Expo è stata persa. Ora, ad esempio, c’è la Conferenza sul clima di Parigi (COP 21) del prossimo dicembre. Fare scelte che tengano conto anche dell’impatto che i cambiamenti climatici stanno avendo su popolazioni vulnerabili come quella del Malawi, sarebbe un buon punto di partenza.

Il missionario Piergiorgio Gamba aveva già delineato la situazione critica del paese nel numero di Nigrizia di luglio/agosto 2015.

Nella foto una famiglia delle regioni rurali del malawi copite dalle alluvioni lo scorso febbraio. (Fonte: Post Internazionale)