Somalia
Al largo delle coste somale si ripropongono le condizioni che avevano favorito la nascita della pirateria. Lo sfruttamento marino resta una delle problematiche irrisolte alla base del fenomeno, reso più complesso dall’ombra del terrorismo. Al centro di tutto sta la Somalia, con la sua voglia di ripartire.

Secondo il rapporto “Securing Somali Fisheries” recentemente pubblicato dalla One Earth Future Foundation, fondazione americana impegnata nella prevenzione dei conflitti, starebbero riemergendo al largo delle coste somale quei segnali di tensione che avevano fatto da preludio alla nascita della pirateria.
John Steed, manager regionale di Oceans Beyond Piracy, fornisce interessanti delucidazioni sulla complessità del fenomeno. Negli anni ’90 fu la pesca illegale su larga scala operata dalle compagnie internazionali a suscitare reazioni di difesa nella popolazione locale. Reazioni che diventarono ben presto veri e propri atti di pirateria. I pescherecci, sfruttando in modo illegale le risorse del mare somalo, si ponevano in aperto conflitto con i pescatori locali e ne ostacolavano in vario modo l’attività. Questo divenne il pretesto per l’intervento di bande criminali, le quali trovarono il modo per lucrare sul problema.

Questione irrisolta
Da quando la pirateria è stata debellata, grazie alla missione navale sotto il comando Nato e per la crescente ostilità delle comunità costiere coinvolte, lo sfruttamento del mare è ricominciato. Nel rapporto sopra citato si legge che pescherecci di almeno 12 paesi hanno ripreso a pescare davanti alle coste somale, senza licenza e in contrasto con i regolamenti internazionali. Si tratterebbe in particolare di navi sud coreane, cinesi e iraniane, ha dichiarato all’agenzia Reuters Yaasin Ali Yuusuf, direttore generale del Ministero della pesca dello stato semiautonomo del Puntland. Anche la pesca a strascico sotto costa è largamente praticata, con gravi ripercussioni sull’ecosistema marino costiero. Yuusuf ha sottolineato che i locali stanno cercando in tutti i modi di scacciare le navi straniere, una dichiarazione che ricorda molto come la pirateria si sia sviluppata nella zona.

Infiltrazioni terroristiche
I timori per una possibile ripresa della pirateria al largo delle coste somale sono confermate dal sequestro di due navi iraniane nello scorso marzo. È stato il primo episodio di pirateria dopo quasi tre anni di tregua. Una delle due navi è riuscita a scappare in modo inaspettato alla fine di agosto, ma la seconda è ancora trattenuta nelle acque adiacenti al villaggio di Mudug’s Ceel Huur, nella Somalia centro meridionale. Il costo della pirateria per le rotte commerciali che passano al largo delle coste somale è stato stimato da Oceans Beyond Piracy in 3,2 miliardi di dollari nel 2013. Era stato di 6 miliardi di dollari nel 2012. Una eventuale ripresa della pirateria nella zona potrebbe essere oggi aggravata da possibili accordi con gruppi terroristici, come Al Shabaab, che, allargando il proprio raggio d’azione anche al mare, ne trarrebbero enormi profitti.

Pesca negata al popolo
Secondo stime riportate nel rapporto, le navi industriali straniere pescherebbero almeno 132.000 tonnellate di pesce all’anno, contro le 40.000 dei pescatori locali. La pesca è un settore di enorme importanza per l’economia somala e potrebbe garantire, oltre alla sicurezza alimentare di una buona parte della popolazione, anche un contributo notevole al bilancio dello stato. Già oggi la catena di lavorazione e commercializzazione del pesce potrebbe garantire al paese 135 milioni di dollari. Se la pesca fosse regolamentata, garantirebbe dai 4 ai 17 milioni di dollari per il pagamento delle licenze dei pescherecci stranieri, i quali per la lavorazione e la commercializzazione potrebbero servirsi di strutture somale. Ma per ora nulla di tutto questo avviene: le risorse ittiche vengono semplicemente iper-sfruttate ai danni dell’economia somala e dei pescatori locali.

Nella foto in alto un pirata somalo. (Fonte: The Telegraph / Afp)