Rapporto di Amnesty International
A 30 anni dalla Convenzione dell’Onu che l’aveva messa al bando, ben 141 paesi sottoscrittori l’hanno usata negli ultimi 5 anni e 79 ne fanno regolarmente uso. L’Africa resta il continente dove è più diffusa: in oltre 30 paesi non è punita per legge. Amnesty lancia la nuova campagna “Stop alla Tortura”.

«La vietano per legge, la facilitano nella pratica». È questa l’amara sintesi del presidente di Amnesty International Italia, Antonio Marchesi, nel presentare la Campagna globale Stop alla Tortura che da oggi l’organizzazione per i diritti umani lancia nel trentennale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Dal 1984 la Convenzione è stata ratificata da 155 paesi, ma dalla ricerca condotta da Amnesty su 142 di questi, risulta che 79 praticano ancora la tortura regolarmente e ben 141 si sono macchiati di questo crimine negli ultimi cinque anni.

La Convenzione del 1984 era stata il risultato della campagna a suo tempo condotta da Amnesty contro questa pratica, già vietata dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, priva tuttavia di una chiara definizione e di precisi obblighi da parte degli stati. Oggi è giocoforza constatare che la tortura è ancora una pratica corrente in molti paesi e per questo Amnesty ha deciso di lanciare una nuova campagna a livello mondiale.

Soprattutto dopo l’11 settembre 2001 e con la giustificazione della lotta al terrorismo, questo strumento di afflizione è stato riabilitato come necessario per far fronte a situazioni di emergenza, benché la Convenzione sia molto chiara: il divieto di tortura e di altri maltrattamenti «non ammette deroghe». Eppure l’efficacia di questo mezzo vessatorio usato al fine ottenere informazioni si è rivelata inefficace. Sembra piuttosto che venga interpretato dal potere come uno strumento per infliggere una pena, indipendentemente da qualsiasi motivazione.

Mentre Amnesty continuerà la propria azione per prevenire e per punire chi la utilizza, la Campagna Stop alla Tortura si focalizzerà su cinque paesi: Filippine, Nigeria, Messico, Marocco e Uzbekistan. In questi stati è praticata in modo ampio, ma Amnesty ritiene di poter contribuire in modo significativo a cambiare la situazione. La sezione italiana ha scelto di concentrarsi su tre di questi cinque paesi: Messico, Uzbekistan e Marocco, includendovi anche il Sahara Occidentale occupato.

 

L’Africa è probabilmente il continente dove la tortura è più diffusa. In oltre 30 paesi dell’Africa Subsahariana essa non è punita dalla legge, malgrado sia espressamente previsto dalla Convenzione dell’Onu. Nelle carceri africane la tortura è endemica, e nei conflitti interni è praticata anche dai gruppi armati di opposizione.

L’idea che la tortura durante gli interrogatori sia un mezzo per estorcere informazioni è profondamente radicata nella cultura delle forze di sicurezza di molti paesi africani, tra cui Etiopia, Gambia, Kenya, Mali, Mauritania, Niger, Senegal, Sudan e Zimbabwe.

Il rapporto di Amnesty ha constatato che «i detenuti vengono regolarmente picchiati, obbligati a rimanere in posizioni dolorose, sospesi al soffitto, sottoposti a violenza sessuale ed esposti a condizioni climatiche estreme».

In Eritrea poi, numerosi oppositori politici, praticanti di fedi non consentite e dissidenti vengono sottoposti regolarmente a pestaggi o sono costretti a camminare a piedi nudi su superfici taglienti o a rotolare su terreni cosparsi di sassi appuntiti.

Ma anche il Sudafrica è sotto accusa: i detenuti della prigione di massima sicurezza di Mangaung hanno denunciato di essere stati sottoposti a pestaggi e a scariche elettriche.

 

La Campagna di Amnesty non trascura nemmeno l’Italia. Benché abbia ratificato la Convenzione fin dal 1988, il nostro paese non ha ancora introdotto il reato di tortura nel codice penale. Questo spiega, tra l’altro, perché i casi che hanno particolarmente toccato l’opinione pubblica negli ultimi tempi siano rimasti sostanzialmente impuniti o con provvedimenti sproporzionati rispetto alla gravità dei fatti. Amnesty prevede di raccogliere firme per introdurre il reato di tortura e per garantire indagini rapide e processi equi nei casi che la riguardano. La petizione sarà indirizzata al governo e ai due rami del parlamento.