Il business del dolore
Un rapporto di Amnesty international, discusso oggi a Bruxelles, denuncia come almeno 5 aziende italiane primeggino nella vendita degli strumenti di tortura usati da alcuni paesi in interrogatori disumani. Le repliche scandalizzate delle stesse aziende.

L’Italia non si fa mancare nulla. Primeggia pure nel commercio della tortura. Tra i settori in cui eccelle, scopriamo ora, infatti, che c’è anche quello degli strumenti di dolore. Lo rende noto un rapporto di Amnesty International, curato dalla fondazione di ricerca Omega Research Foundation, intitolato Dalle parole ai fatti e che sarà discusso oggi a Bruxelles, nel corso della riunione del sottocomitato sui Diritti umani del Parlamento europeo.

 

Un rapporto di 62 pagine in cui si parla della vendita di quegli strumenti da parte di alcuni paesi europei (i principali: Belgio, Finlandia, Germania, Repubblica Ceca, Spagna, Italia) ad almeno 9 stati del mondo che utilizzano disumani metodi d’interrogatorio.

 

Nella denuncia di Amnesty si parla di congegni da fissare alle pareti delle celle per immobilizzare i detenuti, serrapollici in metallo e manette e bracciali che producono scariche elettriche da 50.000 volt. «Fornitori di attrezzature per l’applicazione della legge in Italia e Spagna – si afferma nel rapporto – hanno promosso la vendita di “manette” o “manicotti” da elettroshock da usare su detenuti» con scariche, appunto, anche da 50 mila volt.

 

Il rapporto sottolinea come queste attività siano proseguite nonostante l’introduzione, nel 2006 a livello europeo, di una serie di controlli per proibire il commercio internazionale di materiale di polizia e di sicurezza «atto a causare maltrattamenti e torture» e per regolamentare il commercio di altro materiale ampiamente usato su scala mondiale per torturare. Ma scappatoie legali consentono ancora di farla franca.

 

In Italia come in altri paesi il traffico avviene, almeno ufficialmente, all’insaputa del governo che, riferisce Amnesty, ha «dichiarato di non essere a conoscenza» di alcun produttore o esportatore attivo in questo campo. In Italia, Finlandia e Belgio però – sempre secondo l’organizzazione per la tutela dei diritti umani – alcune società hanno dichiarato apertamente in interviste sui media o attraverso i propri siti web di fornire articoli messi al bando, ma spesso prodotti in altri paesi. L’Italia, secondo Riccardo Noury, portavoce per l’Italia di Amnesty, «è tra i venti paesi dell’Ue a non aver fornito, come invece prevede l’art. 13 del Regolamento europeo, informazioni sulle licenze all’esportazione di materiali di sicurezza e di polizia».

 

A pagina 33 sono elencate 5 compagnie italiane (Defence System Srl, Access Group srl, Joseph Stifter s.a.s/KG, Armeria Frinchillucci Srl e PSA Srl) coinvolte in questo commercio internazionale di arnesi finalizzati alla tortura tra il 2006 ed il 2010. Assieme alle aziende italiane la tabella menziona tre compagnie belghe e due finlandesi.

Una denuncia, quella dell’organizzazione umanitaria, che ha scatenato le repliche stizzite delle stesse aziende coinvolte che hanno già preparato «una denuncia per diffamazione e calunnia nei confronti del responsabile di Amnesty Italia». Marc Busin, titolare della Defence System srl – società di Pero, in provincia di Milano – ha affermato che «tutti i prodotti che commercializziamo sono passati più volte al vaglio delle autorità competenti e sono sempre stati ritenuti strumenti non atti all’offesa, quindi di libera vendita e libero porto sul territorio italiano». Sulla stessa linea il titolare dell’Armeria Frinchillucci, di Roma: «Sono esterrefatto. È una cosa vergognosa. Tutto è in mano agli avvocati», afferma Massimo Moroni Frinchillucci.

 

 

Come si legge nel comunicato ufficiale di Amnesty, le principali conclusioni cui giunge il rapporto sono:

  • tra il 2006 e il 2009, la Repubblica Ceca ha autorizzato l’esportazione di prodotti quali manette, pistole elettriche e spray chimici, mentre a sua volta la Germania lo ha fatto per ceppi e spray chimici, verso nove paesi dove le forze di polizia e di sicurezza avevano usato quei prodotti per praticare maltrattamenti e torture;
  • aziende italiane e spagnole hanno messo in vendita manette o bracciali elettrici da applicare ai detenuti. Una scappatoia legale permette tutto questo, nonostante si tratti di prodotti simili alle “cinture elettriche”, la cui esportazione e importazione sono proibite in tutta l’Unione europea;
  • nel 2005 l’Ungheria ha annunciato l’intenzione di introdurre l’uso delle “cinture elettriche” nelle stazioni di polizia e nelle prigioni, nonostante la loro esportazione e importazione siano vietate in quanto il loro uso costituisce una forma di maltrattamento o di tortura;
  • solo sette dei 27 stati membri dell’Unione europea hanno reso pubbliche le loro autorizzazioni all’esportazione, nonostante tutti siano legalmente obbligati a farlo;
  • gli stati membri paiono ancora poco informati sulle attività commerciali in corso al loro interno. Dopo che cinque stati membri (Belgio, Cipro, Finlandia, Italia e Malta) avevano dichiarato di non essere a conoscenza di aziende che commercializzassero materiali inclusi nei controlli, Amnesty International e Omega Research Foundation hanno individuato aziende operanti in tre di questi cinque paesi (Belgio, Finlandia e Italia) in cui prodotti del genere vengono apertamente commercializzati su Internet.

(L’intervista a Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International, è stata estratta da Focus, di Michela Trevisan)

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