Marocco / Crisi con l'Europa
La Corte europea di giustizia ha annullato l’accordo commerciale tra Rabat e Ue perché non sono distinguibili i prodotti agricoli e ittici provenienti dal Marocco e dal Sahara Occidentale. Si apre un contenzioso politico. L’Unione africana plaude alla sentenza.

La sentenza è arrivata nella capitale Rabat come una doccia fredda. «Uno choc terribile», ha riconosciuto il settimanale Tel Quel di Casablanca. Dopo una procedura durata tre anni, lo scorso 10 dicembre la Corte di giustizia dell’Unione europea (Cjue), con sede in Lussemburgo, ha annullato l’accordo sulla liberalizzazione degli scambi di prodotti agricoli e di pesce tra il Marocco e l’Ue. A innescare il contenzioso una denuncia presentata il 19 novembre 2012 dal Fronte Polisario, il movimento indipendentista sahrawi che da quarant’anni si batte per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale, territorio di 266mila km² oggi quasi interamente sotto il controllo marocchino.

La Cjue giustifica la sua decisione con il fatto che l’accordo commerciale, siglato l’8 marzo 2012, si applica anche al Sahara Occidentale, mentre la sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aia (16 ottobre 1975) non riconosce alcun legame di sovranità riconducibile al Marocco. Dunque secondo la Corte di giustizia esiste una divergenza tra le tesi dell’Ue e del Marocco in relazione allo statuto internazionale dell’ex Sahara spagnolo: le istituzioni dell’Ue hanno agito come se avessero adottato il punto di vista marocchino, senza fare distinzione tra i prodotti del Marocco e quelli del Sahara Occidentale.

Ne deriva che, in assenza di un mandato internazionale che autorizzi Rabat a occupare il Sahara Occidentale, il Consiglio dell’Ue avrebbe dovuto assumere che non ci sono le condizioni per lo sfruttamento delle risorse naturali di quel territorio, perché lo si farebbe a scapito dei diritti fondamentali di chi lo abita.

Il Consiglio dell’Ue è ricorso in appello il 14 dicembre, ma ciò non sospende la decisione della Cjue. Ecco allora che nei prossimi mesi gli scambi commerciali potrebbero risentirne: l’Ue assorbe gran parte dell’export marocchino. La sentenza ha infatti bloccato i vantaggi di cui beneficia il Marocco, quali l’assenza di quote per alcuni prodotti e l’aumento autorizzato di quantità nell’esportazione di pomodori, zucchine, aglio, clementine, fragole, cetrioli.

Naturalmente le parti hanno già dichiarato di voler superare al più presto la crisi, ma le relazioni bilaterali non possono non risentirne. I media marocchini, tra cui Maroc-Hebdo, hanno evocato l’eventualità che Rabat metta in discussione la cooperazione con l’Europa in materia di antiterrorismo e di migrazioni illegali, se l’accordo commerciale con l’Ue fosse definitivamente annullato.

Meno affari
Un modo per aggirare l’ostacolo ci sarebbe: Rabat dovrebbe accettare che i prodotti del Marocco e quelli del Sahara Occidentale abbiano un’etichettatura distinta. Ma è difficile che ciò avvenga perché significherebbe il riconoscimento di fatto che le «province del sud» (così le chiama Rabat) non hanno lo stesso statuto del Regno del Marocco.

Il potere esecutivo dell’Ue rischia di dover tenere conto della sentenza, specie se si considera che c’è un largo consenso internazionale sullo statuto del Sahara Occidentale, che è fin dal 1963 sulla lista Onu dei territori da decolonizzare. E infatti, lo scorso dicembre, un comunicato della presidente dell’Unione africana Nkosazana Dlamini-Zuma ha salutato assai positivamente la sentenza della Cjue, ritenendola un passo importante per la protezione delle risorse del Sahara Occidentale e della sua gente. Del resto è proprio per questa divergenza di visione tra Rabat e Ua che il paese maghrebino è il solo stato africano a non aderire all’organizzazione.

La decisione della Corte può in ogni caso avere effetti negativi per gli affari della holding Les Domaines, che appartiene al re Mohammed VI e le cui serre e piantagioni della regione di Dakhla, nel sud del Sahara Occidentale, producono pomodori che sono esportati in Europa. Alcuni osservatori marocchini temono anche che, forte della sentenza Cjue, il Fronte Polisario presenti nuove denunce, tirando in ballo l’insieme delle relazioni commerciali Marocco-Ue. E anche la produzione di fosfati dell’area di Boucraa è nel mirino delle organizzazioni non governative vicine alla causa sahrawi. La ong Western Sahara Resource Watch (Wsrw) ha pubblicato nel 2014 un rapporto ? P comme Pillage il titolo ? in cui elenca le imprese di paesi Ue che continuano a importare fosfati di Boucraa. Tra queste, la compagnia lituana Lifosa, la società bulgara AgropolyChim e l’azienda croata Petrokemija.

Un altro segnale della fragilità giuridica dei progetti condotti nel Sahara Occidentale è la decisione della multinazionale francese Total (decisione presa subito dopo la sentenza Cjue) di mettere fine alle prospezioni petrolifere in territorio sahrawi, motivando la scelta con la scarsità dei risultati ottenuti. Subito la Onhym, compagnia petrolifera nazionale marocchina, ha cercato di metterci una pezza dicendosi fiduciosa di un ripensamento da parte della Total. Nelle prossime settimane sapremo se altre imprese petrolifere, come Glencore, Kosmos e san Leon Energy, seguiranno l’esempio di Total.

Da segnalare infine che i fondi pensione norvegesi e svedesi, che prendono piuttosto sul serio la questione della decolonizzazione, hanno minacciato di togliere i loro investimenti dalle imprese attive nel Sahara Occidentale.

Nella foto una manifestazione sahrawi a Madrid.