RIVOLUZIONI SMARRITE – DOSSIER SETTEMBRE 2019

Molti tentativi sono falliti. Un dato politico che emerge è che a gestire la transizione, dopo la caduta dei regimi, sono spesso stati i movimenti islamici. A impedire il nascere di nuovi gruppi e associazioni è stato il mancato rinnovamento della classe politica.

L’intensità e la radicalità delle rivolte popolari iniziate a fine 2010, nel Sahara Occidentale, occupato dal Marocco (a Gdeim Izik), e in Tunisia portano rapidamente al crollo dei regimi in Tunisia, Egitto e Libia. Ma già le diverse rivolte del pane e del cous-cous negli ultimi decenni del secolo scorso e l’inizio del nuovo avevano lasciato vedere una rabbia popolare, non strutturata, che aveva colto di sorpresa i partiti politici, spesso unici, oltre agli osservatori internazionali.

In realtà, esiste una fragile rete di associazioni e gruppi orientati alle libertà democratiche ? si pensi al campo dei diritti umani e delle donne o dell’identità berbera ?, ma soprattutto una diffusa rete associativa legata ai movimenti dell’islamismo politico e radicale. È quest’ultima realtà a emergere, non già durante le rivolte, nel loro complesso “laiche”, ma quando si tratta di mettere in piedi una transizione dopo la caduta dei vecchi regimi.

Si assiste, da una parte all’emergere di proposte e istanze democratiche maturate in lunghi decenni di clandestinità circa le libertà (ma anche modelli di società alternative al dirigismo statale), dall’altra alla traduzione di queste proposte da parte dei partiti politici dentro un quadro alquanto tradizionale o, comunque, politicamente chiuso. Il nascere di nuovi gruppi e associazioni trova ostacoli proprio nel mancato rinnovamento della…

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Nella foto tunisini disillusi