La “transizione giusta” per l’Africa è nell’autosufficienza sostenibile
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Uno studio individua potenzialità, criticità e possibili soluzioni per uno sviluppo del continente sradicato dalla “trappola postcoloniale”
La “transizione giusta” per l’Africa è nell’autosufficienza sostenibile
Il rapporto di un gruppo di ricercatori indipendenti suggerisce di modificare completamente l’approccio allo sviluppo: interno invece che esterno, con effetti diretti sulla popolazione, salvaguardando l’ambiente. Le parole chiave sono: sovranità energetica e alimentare, agevolando produzioni e mercati intrafricani e investimenti a beneficio dei cittadini
21 Luglio 2025
Articolo di Antonella Sinopoli
Tempo di lettura 5 minuti

Eliminare la dipendenza e promuovere una maggiore autosufficienza in termini energetici e di produttività nel continente africano è possibile. Almeno in teoria, secondo quanto emerge da un recente report dal titolo Just Transition. A climate, energy and development vision for Africa, redatto da un collettivo di esperti indipendenti.

Si parte da alcuni elementi chiave sintetizzati nell’introduzione al lavoro di William Ruto, che qui parla come presidente del Comitato dei capi di stato e di governo africani sui cambiamenti climatici.

Un potenziale enorme

E sono questi: l’Africa ha un potenziale di energia rinnovabile 50 volte superiore alla domanda globale di elettricità; il 40% delle riserve globali di minerali chiave per le nuove tecnologie; la più vaste estensioni di terra arabile; il 70% della popolazione al di sotto dei 30 anni.

È tempo di sfruttare queste ricchezze trasformandole da possibilità a realizzazioni concrete. La parola d’ordine è industrializzazione, ma con criteri di equità e sostenibilità.

Sovranità energetica e alimentare

Quello dell’industria è un settore che è rimasto sempre la cenerentola dei piani di crescita del continente ma ultimamente starebbe mostrando una fase di espansione. Tra i dieci settori industriali in crescita risultano tra gli altri quello della pesca, del tessile, dell’agricoltura, dell’estrazione mineraria, del petrolio, delle infrastrutture.

Tutti ambiti che, nella loro diversità, richiedono ormai un approccio “moderno”, sostenibile a livello ambientale e umano. Ed ecco che le rinnovabili, per esempio, si offrono come una modalità non solo giusta e corretta ma adatta ai climi e territori africani.

Attraverso tali sistemi energetici – si legge nel report – si possono promuovere società più democratiche, alimentare uno sviluppo economico locale fiorente e gettare le basi per servizi sociali per tutti.

Si tratta di sistemi energetici possono anche favorire lo sviluppo di una produzione alimentare sana, agroecologica, sostenibile, in cui l’energia sfruttata localmente alimenti l’irrigazione, macchinari elettrici leggeri, la lavorazione e lo stoccaggio degli alimenti, nonché il trasporto verso i mercati per centinaia di milioni di agricoltori africani.

L’idea di fondo è quella della sovranità energetica e alimentare, non solo per rafforzare la capacità produttiva ma per ridurre la dipendenza dalle importazioni dall’estero.

Carenze strutturali

Secondo gli analisti le economie africane soffrono di almeno tre carenze strutturali e sono queste carenze che ne limitano il potenziale di sviluppo: la mancanza di sovranità alimentare; la mancanza di sovranità energetica; il basso valore aggiunto delle esportazioni rispetto alle importazioni.

Da queste “debolezze” derivano deficit commerciali strutturali, l’indebolimento delle valute locali e l’indebitamento che caratterizza molti governi africani. Cose note a cui però non si è posto rimedio in maniera efficace.

Una delle soluzioni potrebbe essere quella di limitare l’agricoltura industriale, orientata all’esportazione e basata sulle colture commerciali – “che ha lasciato l’Africa affamata”, scrivono gli esperti – e adottare sistemi agroecologici basati sulle comunità. Avrebbe il vantaggio di garantire mezzi di sussistenza sicuri e costanti a anche di preservare la terra e il clima.

Sviluppo afrocentrico

Un secondo passo sarebbe quello di “uscire dalla trappola postcoloniale” che ha dato priorità all’industria estrattiva, alla produzione su catena di montaggio e alle esportazioni che alla fine risultano a basso valore aggiunto per le popolazioni. Bisognerebbe, invece, agevolare produzioni e mercati interni e investimenti che risultino di maggior beneficio per gli africani.

Idee forse non nuove ma sicuramente non impossibili da realizzare. Se solo si modificasse completamente l’approccio allo sviluppo: interno invece che esterno, con effetti diretti sulla popolazione, salvaguardando l’ambiente. È qui che entrano in gioco sistemi energetici non inquinanti, rinnovabili, adeguati al rispetto dei territori e delle persone. Sistemi energetici nuovi per nuovi scopi.

Un modello diverso di approvvigionamento energetico a cui fare riferimento in un continente dove, ancora oggi, circa 600 milioni di abitanti non hanno accesso affidabile all’elettricità. Una cifra – ricorda l’Ufficio delle Nazioni Unite per lo sviluppo – che rappresenta quasi la metà della popolazione del continente e oltre l’80% del divario globale nell’accesso all’elettricità.

E se ci sono molti paesi che hanno compiuto negli ultimi anni notevoli progressi, la situazione rimane assai difficile nelle regioni dell’Africa centrale e del Sahel. Definire un nuovo modello di industrializzazione richiede azioni impegnative, risolvere problemi strutturali e preesistenti, e nello stesso tempo pianificare soluzioni energetiche alternative, pulite e integrate.

Un nuovo modello sociale

Infine, affrontare il cambiamento come una vera e propria inversione di rotta sia lavorando sul fronte interno sia attraverso la cooperazione tra i vari paesi, regioni e governi africani. Insomma, quello che emerge da questo documento è un’Africa libera dalle catene del passato, che recupera il senso della collaborazione panafricana tra società e stati, e fa quasi da apripista a un nuovo modello sociale per superare la crisi climatica, il collasso della biodiversità, la distruzione ambientale, le disuguaglianze.

Un percorso proprio di sviluppo che risponda non tanto all’accrescimento della ricchezza ma all’indipendenza, alla sovranità alimentare, alla cura dell’ambiente. Per alcuni utopia, per altri un modello d’azione.

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