COMBONIANI 150 ANNI – DOSSIER OTTOBRE 2017

Nella Repubblica democratica del Congo, cento anni dopo i valori del vangelo non sono ancora stati interiorizzati in profondità. L’inculturazione, la povertà evangelica e il superamento dell’appartenenza etnica sono le sfide principali della missione evangelizzatrice.

Il tema della missione in Africa oggi è molto complesso e ampio. Mi limiterò quindi a condividere la mia esperienza in Repubblica democratica del Congo. Dopo aver lavorato, dal 2006 al 2013 a Kisangani, nella formazione di giovani che desiderano diventare comboniani (postulanti), dal 2014 sono impegnato come superiore provinciale dei comboniani in Rd Congo, mia terra di nascita e di missione.

Cercherò di rispondere alle due domande che seguono: quale trasformazione ha avuto la missione di evangelizzazione in Congo, e quali sono le priorità e le sfide della missione oggi nel paese.

La missione di evangelizzazione in Congo ha una storia lunga più di un secolo che si potrebbe suddividere in tre fasi distinte, corrispondenti alle vicende che il mio paese ha conosciuto. Durante il periodo coloniale, il lavoro missionario ha portato avanti con l’annuncio del vangelo anche uno sviluppo umano-sociale secondo il modello occidentale. Nel periodo dopo l’indipendenza – dall’inizio degli anni ’60 fino agli anni ’90 – la sensibilità missionaria si è aperta al problema e alla sfida dell’inculturazione. Dagli anni ’90 ad oggi è cresciuta la sensibilità pastorale orientata verso l’autosostentamento.

Durante il periodo coloniale, tempo dello sviluppo umano-sociale secondo il modello occidentale, il lavoro missionario consisteva a costruire e far funzionare grandi strutture, opere caritative e sociali, con gli aiuti dell’Occidente cristiano. La scuola, l’ospedale, lo sport, il mercato, il divertimento, il lavoro, tutto girava attorno al luogo dove era costruita la chiesa. L’obiettivo ultimo dei missionari era quello di far passare la gente dalle sue tradizioni ancestrali (cattive o buone che fossero), considerate come selvagge e pagane, alla tradizione “cristiana”, che aveva come punto di riferimento i parametri morali e sociali della cultura occidentale.

Questo ha fatto sì che i valori del vangelo siano stati poco interiorizzati. Nel credente congolese c’era un conflitto d’identità: la sua coscienza oscillava fra le due tradizioni, quella delle diverse etnie congolesi e quella cristiano-occidentale.

Dopo l’indipendenza, fino agli anni ’90, è venuta a maturare una sensibilità orientata all’inculturazione. Il lavoro missionario ha cercato di recuperare alcuni valori culturali tradizionali, soprattutto nelle celebrazioni liturgiche e sacramentali. Fu così che un passo da gigante fu realizzato nell’inculturazione della liturgia congolese. Nelle celebrazioni eucaristiche, nelle preghiere delle assemblee dei fedeli, nei diversi incontri della comunità cristiana si incoraggiava l’apporto delle culture congolesi. Però, anche in questa fase, siccome il lavoro di inculturazione era limitato soprattutto alla liturgia, l’interiorizzazione profonda e inculturata dei valori del vangelo ha continuato a rimanere deficitaria.

Non solo autosostentamento

Nell’attuale fase della missione in Rd Congo, dagli anni ’90 ad oggi, la sensibilità pastorale si è orientata verso l’autosostentamento, inteso come processo verso la maturità missionaria delle Chiese locali in cui i fedeli sono impegnati a farsi carico della propria “comunità” e delle attività pastorali. La maturità missionaria di cui parliamo è visibile, ad esempio, nel fatto che tutte le diocesi in Congo sono guidate da vescovi congolesi che, con un clero locale numericamente importante, decidono una propria linea pastorale da seguire.

La sensibilità pastorale oggi prevalente è quella di…

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Nella foto: Monsignor Donatien Bafuidinsoni, vescovo ausiliare di Kinshasa, nella Casa provincializia dei comboniani, il 25 giugno scorso, in occasione della celebrazione dei 150 anni dell’Istituto, con il vescovo, padre Mumbere (al centro) e padre Anakese.