Ponte Mammolo, appello dei rifugiati
Lettera alle istituzioni romane dei 50 rifugiati eritrei che vivono in un parcheggio della capitale dall’11 maggio scorso, quando è stato raso al suolo l‘insediamento di Ponte Mammolo, nato nel 2003 e da allora diventato un vero e proprio punto di riferimento per gli eritrei in fuga dalle oppressioni del loro paese.

«Umilmente chiediamo un trattamento umano. Siamo venuti in Italia in cerca di una vita dignitosa».

Sono i 50 rifugiati eritrei sgomberati più di un mese fa dall’insediamento di Ponte Mammolo, a Roma. Da quel giorno, da quel maledetto giorno in cui è iniziato il loro incubo, vivono ancora per strada, nel parcheggio antistante quella che prima era la loro casa e che ora è solo un ammasso di macerie.

Ad aiutarli e a fornire loro assistenza vi sono soprattutto il quartiere, privati cittadini e i volontari di alcune associazioni. Dalle istituzioni, invece, si sentono abbandonati. Per questo hanno deciso di prendere carta e penna e scrivere una lettera al sindaco della Capitale, Ignazio Marino, all’assessore alle Politiche Sociali Francesca Danese e al prefetto Franco Gabrielli. Per far sentire la loro voce e rivendicare i propri diritti.

«Arrivati in Italia, costretti a lasciare il nostro paese da una dittatura che sta continuando a calpestare i diritti del nostro popolo, ci aspettavamo una vita migliore, un trattamento diverso, più umano e libero. Invece, stiamo amaramente subendo delle ingiustizie ed un trattamento poco cortese», scrivono.

L’11 maggio scorso le ruspe di Roma Capitale hanno fatto irruzione, senza alcun preavviso notificato e senza alcun rispetto degli standard internazionali in materia di sgomberi, nell’insediamento “Comunità della Pace” di Ponte Mammolo, nella periferia est di Roma, a due passi da una fermata della metro che in pochi minuti porta al centro della città e al Colosseo. Vi vivevano circa 400 persone, di cui 50 rifugiati e titolari di protezione internazionale eritrei e 350 transitanti, tra cui una settantina di donne e bambini arrivati a Roma in attesa di raggiungere altri paesi europei.

Le ruspe, dopo lunghi momenti di tensione tra le forze dell’ordine e gli abitanti dell’insediamenti, hanno raso al suolo le abitazioni che soprattutto i rifugiati eritrei stanziali hanno costruito nel corso del tempo con materiali di fortuna. A molti non è stato concesso il tempo di prendere i propri pochi averi, mentre in alcuni casi le persone hanno rischiato di perdere anche i propri documenti.

L‘insediamento di Ponte Mammolo è nato in modo spontaneo nel 2003. Da allora la “Comunità della Pace”, così l’hanno voluto chiamare gli abitanti che ci hanno vissuto fin dai primi momenti, è diventata un vero e proprio punto di riferimento per gli eritrei che fuggono dal proprio paese a causa delle persecuzioni. Come in una piccola Eritrea, seppur in condizioni di vita precarie, uomini, donne e bambini in transito riuscivano a ritrovare il calore di casa prima di raccogliere forze ed energie e proseguire il lungo viaggio verso il nord Europa.  Per i rifugiati stanziali, invece, tra le mille difficoltà dell’inclusione sociale e lavorativa in Italia, quel luogo era diventato la loro casa.

Dell’esistenza dell’insediamento di Ponte Mammolo, istituzioni e associazioni erano a conoscenza da lungo tempo. Erano tutti d’accordo sulla necessità che queste persone dovessero vivere in condizioni più dignitose che non in una “baraccopoli” eppure si è sempre cercato di prediligere un percorso che avrebbe portato a una soluzione condivisa. Nell’attesa che ciò avvenisse, associazioni di volontariato come PRIME Italia avevano iniziato a intervenire nell’insediamento coinvolgendo i rifugiati in percorsi di formazione professionale e inserimento lavorativo in collaborazione con grandi multinazionali come Leroy Merlin e Ikea. Il coinvolgimento di Leroy Merlin, ad esempio, aveva portato anche al rifacimento dei servizi sanitari dell’insediamento. Piccoli interventi che però per la vita quotidiana dei rifugiati di Ponte Mammolo volevano dire moltissimo.

Poi, all’improvviso, la mattina dell’11 maggio le abitazioni della Comunità della Pace sono state rase al suolo, i transitanti sono fuggiti per non correre il rischio di essere identificati e la gran parte dei rifugiati stanziali è stata costretta a vivere e dormire nel parcheggio antistante. Dalle associazioni si è levato un coro di critiche contro l’amministrazione e le modalità dello sgombero e anche Prefettura e assessorato alle Politiche sociali si sono rimpallati a vicenda le responsabilità della decisione dell’intervento.

Oggi i 50 rifugiati eritrei della Comunità della Pace sono ancora in quel parcheggio. Vivono in tende allestite grazie alla solidarietà di aziende e cittadini e sono tuttora bisognosi di beni di prima necessità, dagli alimenti a medicinali ai prodotti per l’igiene. È trascorso più di un mese e si sentono abbandonati dalle istituzioni, sebbene siano stati organizzati vari incontri tra l’assessorato, i rifugiati stessi e alcune associazioni.

Nella lettera a Marino, Danese e Gabrielli chiedono soprattutto «un trattamento umano e una soluzione abitativa autonoma», nonché «la soluzione dei problemi legati al rinnovo dei nostri permessi di soggiorno».

«Senza un indirizzo di residenza, le questure negano il nostro diritto al rinnovo del permesso di soggiorno impedendoci di fatto l’accesso ai diritti fondamentali – scrivono i rifugiati eritrei – Siamo delle persone, non siamo dei numeri. Abbiamo una storia e una dignità da conservare. Quindi, per favore, trattateci nel rispetto delle leggi italiane ed internazionali e dei diritti umani».

Un appello che giunge in giorni in cui Roma è chiamata ad affrontare la situazione di circa 800 migranti accampati, in una tendopoli, nei pressi della stazione Tiburtina.

 

Leggi il reportage che Nigrizia ha dedicato all’insediamento di Ponte Mammolo nel maggio dell’anno scorso

Le macerie di ciò che era l’insediamento di Ponte Mammolo a Roma