Sahel e terrorismo
Una ricognizione sulle alleanze e i movimenti di truppe dell’arcipelago jihadista nell’area saheliana tra Mali Niger e Burkina Faso. Sulle contromosse dell’operazione francese Barkhane. E sui posizionamenti dei gruppi tuareg.

Nella cosiddetta zona dei tre confini, tra Mali, Burkina Faso e Niger, diventa sempre più incombente la minaccia di attacchi da parte dei gruppi armati fedeli ad al-Qaida, riunitisi sotto la sigla Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen (Gsim), ma la sicurezza nell’area è anche minata dalla presenza dello Stato islamico nel Grande Sahara (Isgs), guidato dall’emiro Adnan Abu al-Walid al-Sahrawi.

Quest’ultimo gruppo, che cerca di estendere l’influenza dell’ex Califfato nel Sahel, negli ultimi mesi si è più volte scontrato con gli ex ribelli del Movimento per la salvezza dell’Azawad e del Gruppo di autodifesa tuareg Imghad e alleati (Gatia), due formazioni tuareg contrarie all’attuazione del processo di pace avviato nel giugno 2015 tra il governo di Bamako e il Coordinamento dei movimenti dell’Azawad (Cma).

Come testimonia la dichiarazione congiunta pubblicata sulla pagina Facebook del Gatia, gli ultimi combattimenti contro il gruppo di al-Sahrawi si sono registrati la settimana scorsa nell’area di Tinzouragan e In-Delimane, situata nella regione settentrionale maliana di Gao vicino ai confini nigerini. L’alleanza tuareg ha riferito di aver ucciso cinque jihadisti, tra i quali Djibo Hamma, uno dei comandanti dell’emanazione del Gruppo Stato islamico nel Sahara.

Alla base di tali scontri, oltre all’atavica rivalità tra tuareg e peul (o fulani), che vantano una tangibile presenza nelle fila dell’Isgs, c’è il controllo dei traffici di droga, armi e migranti in transito nel nord del Mali e il dominio dei territori abbandonati da governo di Bamako.

Dalla sua adesione allo Gruppo Stato islamico, nel maggio 2015 (riconosciuta solo alla fine di ottobre 2016 dall’ex Califfato) l’Isgs è stato collegato a vari attacchi nella regione del Tillabery in Niger, nella regione del Sahel in Burkina Faso, e nella regione di Gao in Mali. Molti di questi attacchi hanno avuto come obiettivo i militari francesi dell’operazione Barkhane, operativa dall’agosto del 2014.

Per questo, lo scorso 22 febbraio, i due gruppi tuareg hanno condotto un’operazione congiunta con i paracadutisti della Barkhane volta alla cattura o all’eliminazione di al-Sahrawi che, secondo quanto riferito dai media locali, è riuscito a fuggire prima dell’arrivo dei commando francesi e delle forze paramilitari tuareg. Il blitz è stata compiuto nella foresta di Ikadagotane, a circa sessanta chilometri a sud ovest del circondario di Menaka, in Mali, dove grazie alla ricognizione di un drone Reaper francese, era stata localizzata una base dell’Isgs.

Secondo quanto riferito dai militari a Parigi, durante il rastrellamento è stato ucciso uno dei luogotenenti di al-Sahrawi, che avrebbe anche preso parte all’agguato di Tongo Tongo, in cui, il 4 ottobre dello scorso anno, furono uccisi cinque soldati nigerini e quattro membri delle forze speciali americane.

Cooperazione terroristica

Da tutto ciò traspare un quadro critico, nel quale si sta alimentando l’instabilità nella regione saheliana anche alla luce di possibili convergenze tattiche tra l’Isgs e alcune formazioni estremiste islamiche, che gravitavano nell’orbita qaidista, come la Brigata Salahadin guidata dall’emiro Sultan Ould Bady.

È anche utile rilevare che, a differenza di altre zone del mondo, nel Shael la rivalità tra il Gruppo Stato islamico e al-Qaida sembra essere assente. Secondo una relazione del segretario generale dell’Ufficio delle Nazioni Unite per l’Africa occidentale e il Sahel, il Gsim e l’Isgs opererebbero in parallelo e non è escluso che tra i gruppi possa essersi instaurata una qualche sorta di cooperazione.

Un’eventuale alleanza tra le due formazioni jihadiste sarebbe particolarmente efficace nella zona dei tre confini, dove le alleanze si giocano nel quadro di al-Qaida e del Gruppo Stato islamico. Un contesto in cui Abou Walid al-Sahrawi sembra muoversi agevolmente nell’intento di rafforzare la sua leadership, che già si giova delle rivendicazioni della comunità fulani e sta includendo nelle sue file alcuni transfughi dell’ex Califfato scappati dalla Libia.

Nella foto Adnan Abu al-Walid al-Sahrawi