Hanno sottoscritto l’accordo lo scorso 24 ottobre. Un’intesa politica che non si aspettavano sarebbe stata così contrastata. E invece la decisione di fare a Trento un Centro per il rimpatrio (CPR), l’undicesimo in Italia, ha messo insieme in un fronte compatto la società civile e quella cattolica, il sindaco Franco Ianeselli e il vescovo Lauro Tisi. Più l’importante realtà che da sempre si occupa di migranti, il Centro Astalli.
Il presidente della provincia, il leghista Maurizio Fugatti, ha fatto i conti senza gli osti di casa quando ha firmato con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, senza coinvolgere minimamente il Comune, l’Accordo di collaborazione per la realizzazione del CPR. E ora si trova una rivolta da quella parte della città che non ci sta a far passare la realtà migratoria come un problema di sicurezza e non di mancata accoglienza.
Accoglienza che la provincia di Trento da tempo ha provveduto a smantellare, restituendo fondi atti a portare avanti programmi di aiuto e sostegno, diminuendo i numeri delle disponibilità nei Centri di accoglienza straordinaria (CAS), in una realtà cittadina che invece non si è mai voluta tirare indietro e che ha varie storie da raccontare.
Una fra tante, quella nata nel 2018, la ComboUniversitaria, un accordo che metteva e mette tutt’ora insieme missionari comboniani e centro Astalli, in un progetto di coabitazione di persone migranti e studenti universitari. E che oggi non a caso vede il missionario Tullio Donati, referente per la pastorale delle migrazioni nel capoluogo trentino, impegnato a riunirne le varie voci, in modo che si affianchino a quella del vescovo Tisi.
L’Accordo
Il patto Fugatti-Piantedosi prevede la realizzazione, per un costo di 2 milioni di euro, a totale carico della provincia (lo stato non ha alcun onere), di un CPR da 25 posti, nella periferia della città, in zona sud, nella località Maso Visintainer, lungo la strada statale 12, su un’area di 2.700 metri quadrati. Un’area prossima all’autostrada e allo stesso tempo distante dalle zone residenziali.
Di questi 25 posti, di cui si è parlato in conferenza stampa ma di cui non vi è traccia nel documento di accordo, due terzi saranno destinati alle persone migranti oggetto di provvedimenti di espulsione. Quei provvedimenti di rimpatrio che, nella maggior parte dei casi, rimangono disattesi, a fine detenzione, ma che sono obiettivo primario del Patto europeo su immigrazione e asilo che dovrebbe entrare in vigore nel giugno del 2026.
La realizzazione del CPR è dunque tutta sulle spalle di una provincia che finora ha tagliato in politiche di accoglienza, e che con il centro si pone “l’obiettivo di ridurre gradualmente, nel contesto generale dell’accoglienza, il numero dei migranti ospitati a metà di quelli presenti attualmente”. Vede dunque nella presenza di un CPR sul proprio territorio, un deterrente.
La manutenzione ordinaria, straordinaria e gestione del CPR, che dovrebbe essere realizzato entro fine 2026, è invece a capo del ministero dell’Interno, che considera l’operazione “un modello da esportare”. Nonostante da tempo, vari report mostrino come il sistema detentivo finalizzato ai rimpatri non funzioni perché inanella varie violazioni di diritti umani e internazionali e non affronta una realtà strutturale, quella delle persone in movimento.
Le reazioni
Per questo motivo il presidente del Centro Astalli, Stefano Graiff, non ci gira intorno, e definisce il CPR “un’arma di distrazione di massa”, che ha come unico intento far percepire la realtà migrante presente in città come un problema di sicurezza. “Una risposta sbagliata a problemi reali”, che si acuiscono proprio per le scelte politiche di chi non vuole prendere in carico le persone ma espellerle, acutizzando disagi.
Lettura in linea con quella del vescovo Lauro Tisi, che guarda con preoccupazione un progetto che compromette il sentire dell’accoglienza, perché i CPR “non sono soluzioni, ma luoghi di sofferenza che riducono l’essere umano a un problema amministrativo”.
Il taglio all’accoglienza porterà altre persone per strada e i posti di detenzione in vista del rimpatrio non saranno risposta a nulla. “Da un paio d’anni – racconta Tullio Donati, missionario comboniano – per la prima volta abbiamo visto per strada donne e bambini. Si continua a non investire fondi per l’accoglienza, aumentando le marginità e si sceglie invece di destinare 2 milioni di euro a un progetto di detenzione come quello dei CPR”.
Il 4 novembre si incontreranno le realtà cattoliche della città, il 12 ci sarà un’assemblea pubblica al Centro sociale Bruno. Le anime del capoluogo del Trentino si stringono le une alle altre, l’obiettivo è alto e condiviso.