Al-Nuqta – Ottobre 2019
Elena Balatti

Ottobre, per tradizione il mese missionario, è celebrato quest’anno in forma “straordinaria”. Questa indicazione di papa Francesco è per me una intuizione importante nella Chiesa di oggi e conferma coloro che dedicano interamente la propria vita all’annuncio del vangelo. Negli ultimi decenni, grazie a Dio, fra noi missionari/e e a tutti i livelli della Chiesa cattolica la dimensione del dialogo e dell’apertura ad altre espressioni religiose e culture è stata incoraggiata e praticata. L’ottobre missionario straordinario è un richiamo all’importanza della proposta esplicita del messaggio di Gesù Cristo, e questa dimensione non esclude quella del dialogo, ma la integra e la afferma.

La seconda considerazione è che l’annuncio ha bisogno di chi lo possa fare. Come diceva Daniele Comboni, per occuparsi dell’allora vicariato dell’Africa centrale ci volevano personale e mezzi, ma la priorità era il personale. Nonostante la situazione instabile del Sud Sudan, di tanto in tanto alcuni giovani di altri continenti vengono qui, apparentemente per fare esperienze di volontariato in vari campi ma, meno apparentemente, anche alla ricerca di qualcosa che a volte non sanno ben definire. In genere non se ne tornano a mani vuote. Una studentessa in medicina al momento di rientrare ha commentato: «Questa esperienza mi ha dato motivazione! Ritornerò». Le sue parole rivelano una nuova determinazione nel continuare gli studi per diventare medico, la professione da lei scelta, e nel contempo un interesse di ordine diverso e diretto alla realtà variegata del paese che l’ha ospitata.

Il periodo qui trascorso le ha dato conferma del bisogno che c’è in campo sanitario. Il che appare in modo ancor più evidente in quelle aree del mondo in cui il personale e le strutture sanitarie sono ancora molto scarse di fronte al bisogno. Mi piace tuttavia pensare che ci sia anche qualcos’altro. La ragazza ha fatto l’esperienza di volontariato attraverso le missionarie comboniane, e interpreto il suo desiderio di tornare in Sud Sudan come l’espressione di attrazione per una missione che va al di là dell’umanitario, pur valevole e importante.

È un fatto che fra i giovani europei il fenomeno del volontariato a tempo determinato si è molto diffuso negli ultimi decenni e vorrei considerare questo sviluppo come positivo e potenzialmente arricchente per entrambe le parti, chi arriva e chi accoglie. Molto meno “di moda” è invece un impegno di lunga durata, addirittura a vita. La cultura dei social media scorre veloce su brevi messaggi e tende a far coltivare una molteplicità di interessi. La dimensione orizzontale prevale su un discorso di approfondimento. La fida è: come fermare qualche cosa? Come fermarsi in un flusso continuo e cangiante?

Mi rendo conto, senza essere negativa, che molte delle tendenze culturali attuali nell’Occidente non promuovono scelte di vita permanenti. Spero però che fra i volontari e le volontarie che vengono in Sud Sudan animati da entusiasmo, buone intenzioni e un senso di ricerca ci sia qualcuno/a che si lasci affascinare da un’avventura a vita. Ho spesso trovato vero quanto mi è stato detto da giovane novizia: se si sogna intensamente, quel sogno diventa realtà.

Missionarie comboniane

L’istituto è stato fondato nel 1872 da Daniele Comboni che ha tracciato questo profilo delle Pie madri della Nigrizia: “Donne innamorate di Cristo Gesù, sempre in cammino sulle strade della missione, per essere sorelle e compagne di viaggio degli ultimi”. Oggi sono 1.267 sorelle, originarie di 35 paesi e attive in 35 nazioni di Africa, Europa, Americhe e Asia.

Tra gli aspetti del carisma: favorire la crescita dei valori del Regno già presenti nella creazione e nella storia; essere “ponti” tra popoli, culture e religioni, tra gli esclusi e coloro che escludono; essere donne di dialogo e riconciliazione; animare missionariamente le Chiese locali, comunicando la passione per l’evangelizzazione che non può essere disgiunta da un impegno per la giustizia e la pace.