Trump diserta il G20 del Sudafrica, l'Africa paga pegno - Nigrizia
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Nessun rappresentante USA ci sarà a causa delle accuse di genocidio dei bianchi avanzate contro Pretoria
Trump diserta il G20 del Sudafrica, l’Africa paga pegno
Il dibattito su disuguaglianze e riforma dell'architettura finanziaria globale rischia di uscirne molto indebolito
10 Novembre 2025
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 7 minuti

Continua la guerra diplomatica degli Stati Uniti contro il Sudafrica. Uno scontro portato avanti a colpi di fake news, ma dalle ricadute globali e potenzialmente molto dannose per l’Africa. 

Tali potrebbero infatti essere le conseguenze dell’ultima decisione assunta dal presidente Donald Trump nel contesto delle tensioni con Pretoria. Lo scorso venerdì 8 novembre il capo dello stato ha annunciato sul suo social Truth che «nessun funzionario del governo USA» prenderà parte al prossimo incontro dei capi di stato e di governo del G20, in programma i prossimi 22 e 23 novembre a Johannesburg, la città più grande del Sudafrica presidente di turno quest’anno.

In estrema sintesi: la prima potenza militare ed economica del mondo non sarà presente alla riunione più importante del forum dei 20 grandi, la prima di questo genere a tenersi in Africa.

La ragione alla base di questo provvedimento l’ha spiegata lo stesso Trump nel suo post: «È una vergogna assoluta – ha scritto il presidente – che il G20 si tenga in Sudafrica. Gli afrikaner (discendenti dei coloni olandesi, ma anche di immigrati francesi e tedeschi) vengono uccisi e massacrati, e le loro terre e fattorie vengono confiscate illegalmente. Nessun funzionario del governo statunitense parteciperà finché continueranno queste violazioni dei diritti umani». Trump ha poi concluso, alludendo alla presidenza di turno statunitense per il prossimo anno: «Non vedo l’ora di ospitare il G20 del 2026 a Miami, in Florida!».

L’accusa formulata da Trump in questo messaggio non è nuova e sembra essere uno dei fili conduttori della politica della sua amministrazione nei riguardi del Sudafrica: nel paese è in corso un tentativo di depredare e addirittura, quanto meno, consentire lo sterminio della minoranza bianca. Una tesi smentita da fatti e numeri e largamente insostenibile, che pure è parte integrante della politica estera USA.

La decisione del capo dello stato non è arrivata in modo del tutto imprevisto. Alcuni giorni fa il presidente aveva già detto che il Sudafrica non avrebbe dovuto proprio far parte del G20, annunciando che a Johannesburg sarebbe andato il vicepresidente Jd Vance. Alla fine, Trump ha cambiato idea anche rispetto a quest’ultima concessione.

Il governo sudafricano, dal canto suo, ha definito «deplorevole» il post social del leader statunitense, aggiungendo che l’affermazione che la comunità afrikaner sia vittima di una persecuzione «non è supportata da fatti».

Parlando con l’emittente britannica BBC, il portavoce del ministero degli esteri Chrispin Phiri ha evidenziato come il successo del summit non dipenda da un solo paese, concludendo: «Andremo avanti senza gli USA». Per il resto, il ministero non è intervenuto oltre, allegando tutte le sue precedenti risposte alle diverse accuse partite dagli USA negli ultimi mesi.

Un anno di tensioni

Già, perché urge un po’ di contesto. Le relazioni fra USA e Sudafrica appaiono in un momento particolarmente dedicato. A dire il vero, il rapporto fra i due paesi si è iniziato a incrinare già prima dell’inizio dell’amministrazione Trump, sul finire del 2023, quando Pretoria ha denunciato Israele alla Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite accusandola di genocidio per i crimini commessi a Gaza.

Con l’inizio dell’amministrazione Trump, lo scorso gennaio, la situazione è degenerata. Il Sudafrica è stato accusato di portare avanti comportamenti aggressivi contro gli USA ed è stato colpito da una sospensione agli aiuti allo sviluppo e all’imposizione di dazi al 30%. Misure che sono state applicate contro tanti altri paesi nel quadro di una più generale riforma della politica estera e commerciale, seppur in assenza di motivazioni specifiche come quelle rivolte al Sudafrica.

Pretoria è stata accusata di rafforzare i suoi legami con paesi o gruppi nemici come l’Iran e il partito-milizia Hamas e appunto di discriminare la popolazione bianca afrikaner. Un ordine esecutivo di Trump, il rapporto sui diritti umani nel mondo stilato ogni anno dal Dipartimento di stato e una pletora di dichiarazioni pubbliche sono servite per rilanciare quest’ultima accusa.

Trump, basandosi su una serie di video e notizie manipolate o notoriamente false, lo ha anche detto in prima persona all’omologo sudafricano Cyril Ramaphosa nel corso di un incontro bilaterale nello Studio ovale, lo scorso maggio, parlando apertamente di genocidio dei contadini bianchi.

Il governo USA ha anche lanciato un piano di accoglienza per rifugiati afrikaner, nell’ambito del quale sono già stati accolte diverse decine di persone. Una misura che ha attirato le critiche di numerose organizzazioni per la difesa dei rifugiati. Contestazioni che non hanno fatto che aumentare nei giorni scorsi, quando il governo USA ha fissato la quota annua di persone che possono ottenere asilo negli Stati Uniti più bassa di sempre: 7.500 persone per il 2026, fra cui verrà data priorità proprio ai profughi afrikaner.  Nel 2025 questa stessa quota era di 125mila unità. 

Il governo sudafricano ha smentito molte delle osservazioni dell’amministrazione Trump. In Sudafrica si registra uno tra i più alti numeri di omicidi all’anno, ma niente lascia pensare che i possidenti terrieri bianchi siano colpiti da questo fenomeno più duramente che altre fasce di popolazione. Lo mostrano in modo chiaro i dati di governo, polizia e addirittura di stesse organizzazioni afrikaner: su migliaia di omicidi all’anno, quelli contro i coltivatori sono alcune decine e non tutti sono bianchi.

A oggi l’idea che in Sudafrica sia in corso un genocidio non è sostenuta da praticamente nessuna forza politica, neanche fra le opposizioni o fra quelle più vicine all’elettorato afrikaner. Oltre 40 intellettuali afrikaner hanno condannato le politiche dell’amministrazione Trump, prendendo le distanze da quelle organizzazioni di comunità che hanno invece promosso la tesi della persecuzione (per quanto mai del genocidio).

Cosa c’è dietro?

Le ragioni della politica trumpiana verso il Sudafrica sono diverse. L’amministrazione USA compatta la sua base elettorale amplificando alcuni miti suprematisti bianchi che la tengono insieme, su tutti il rischio di una politica di sostituzione o appunto di sterminio.

Inoltre, il Sudafrica post-apartheid e le sue politiche di inclusione rappresentano la nemesi degli Stati Uniti di Trump, impegnati a distruggere qualsiasi politica che possa beneficiare una minoranza, tacciata sistematicamente di essere “woke”. Ci sono poi ragioni di mero pragmatismo economico e politico: evitare che il paese si possa avvicinare a Russia e Cina, con cui mantiene rapporti molto attivi soprattutto nel contesto dei BRICS, e al contempo ottenere vantaggi di natura commerciale.

Ma che impatto avrà sul G20, la decisione USA di disertare?

Che G20 sarà 

Questo forum mette insieme l’85% del PIL, il 75% del commercio e il 60% della popolazione mondiale con l’intenzione dichiarata di promuovere una “crescita forte, sostenibile, equilibrata e inclusiva”. Un piattaforma potenzialmente centrale per Pretoria per dare priorità ai grandi problemi che affliggono l’Africa, che dal 2023 può far affidamento anche sulla presenza come membro permanente dell’Unione Africana.

Il Sudafrica ha messo al centro del suo programma per quest’anno “Solidarietà, inclusione e sostenibilità”, concentrandosi sul contrasto alle disuguaglianze; la finanza climatica e per lo sviluppo; l’intervento sulla questione del debito e le storture dell’architettura finanziaria globale, la ridistribuzione dei guadagni lungo la filiera della transizione energetica per favorire una crescita economica e industriale giusta e inclusiva in Africa.

Nei giorni scorsi una commissione speciale sulle disuguaglianze presieduta su mandato di Pretoria dall’economista premio Nobel Joseph Stiglitz (statunitense e critico di Trump), ha pubblicato un suo primo rapporto.

Fra le raccomandazioni indicate per contrastare la diseguale distribuzione delle risorse, ci sono riformare le regole economiche internazionali, promuovere tassazioni sui super ricchi, elaborare nuovi modelli di cooperazione. Praticamente, l’antitesi di molte delle politiche USA.

I rischi dell’assenza di Washington

L’assenza degli Stati Uniti però, visto soprattutto il loro enorme peso specifico in istituzioni internazionali come Banca Mondiale e Fondo monetario internazionale, rischia di rendere meno di impatto qualsiasi decisione che verrà presa a Johannesburg. Anche eventuali sforzi per la pace potrebbero uscirne molto ridimensionati.

Anche perché oltre agli USA, non ci saranno verosimilmente neanche rappresentanti del governo russo. Sul presidente Vladimir Putin pende un mandato di cattura della Corte penale internazionale di cui Pretoria è stato membro, mentre il ministro degli esteri Sergej Lavrov sarà quasi sicuramente assente per altre ragioni.

Nel frattempo però, il governo sudafricano ha deciso di rafforzare il dialogo con il Vaticano e con papa Leone XIV, il primo pontefice statunitense. Ramaphosa si è recato a Roma in audizione nel fine settimana. In una lettera, il capo dello stato ha spiegato al santo padre le ragioni della filosofia sudafricana alla guida del G20, ringraziando il Vaticano per il suo storico impegno per la riduzione del debito, rilanciato quest’anno in occasione del giubileo. 

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