Tunisia: la sentenza "Complotto 2" decapita l'opposizione
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Condannato a 14 anni anche il leader storico di Ennahda, Ghannouchi
Tunisia: “Complotto 2” decapita l’opposizione. Condanne fino a 35 anni
Un tribunale di Tunisi ha inflitto pesanti sanzioni a 21 imputati - 10 già in carcere, 11 fuggiti all’estero - accusati di cospirazione contro lo stato. La comunità internazionale denuncia la strumentalizzazione della giustizia da parte del presidente Saied
09 Luglio 2025
Articolo di Redazione
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Rached Ghannouchi, leader storico di Ennahda (Credit: Middle East)

La quinta sezione penale del tribunale di primo grado di Tunisi, specializzata in casi di terrorismo, ha emesso martedì 8 luglio una sentenza che segna un nuovo capitolo nell’escalation repressiva del governo di Kais Saied.

Rached Ghannouchi, leader storico del partito islamico Ennahda, è stato condannato a 14 anni di carcere per “cospirazione contro la sicurezza dello stato” nell’ambito del processo denominato “Complotto 2”.

L’84enne, che ha sistematicamente boicottato tutte le udienze del procedimento, si trova già in carcere a causa di precedenti condanne. Questo ultimo verdetto si aggiunge ai 22 anni di reclusione già inflitti a febbraio per un caso analogo.

Sommando le pene che ha subito in questi ultimi anni si sfiorano i 40 anni di carcere.

Un processo che colpisce l’intera opposizione

L’ultimo caso con la sentenza di ieri coinvolge complessivamente 21 imputati, di cui 10 già in carcere e 11 fuggiti dal paese.

Le condanne inflitte spaziano dai 12 ai 35 anni di reclusione, configurando quella che molti osservatori definiscono una strategia sistematica di neutralizzazione dell’opposizione politica.

Condannata anche l’ex collaboratrice di Saied

Tra le pene più severe figurano quelle comminate in contumacia a Nadia Akacha, ex capo di gabinetto dello stesso presidente Saied, e Rafik Abdessalem, genero di Ghannouchi ed ex ministro degli Esteri, entrambi condannati a 35 anni dopo essere fuggiti all’estero. Il paradosso di vedere condannata una ex collaboratrice del presidente rivela la portata sistematica della repressione.

Le accuse principali riguardano la “cospirazione contro la sicurezza interna dello stato” e la “formazione di un’organizzazione in relazione a reati terroristici”. L’accusa sostiene che Ghannouchi e altri leader di Ennahda abbiano creato un “apparato segreto di sicurezza” al servizio del partito islamico.

Un’imputazione che la difesa respinge categoricamente.

Critica unanime al processo

La difesa di Ghannouchi ha denunciato il procedimento come un «simulacro di giustizia» e «molestie giudiziarie», sostenendo che tutte le accuse si basano su «testimonianze false e contraddittorie di un testimone segreto e anonimo». Gli avvocati hanno criticato duramente la mancanza di rispetto degli standard per un processo equo, annunciando ricorso in appello.

La comunità internazionale ha manifestato crescente preoccupazione per l’erosione dello stato di diritto in Tunisia.

Decine di accademici e professori di giurisprudenza hanno firmato una petizione per denunciare la «strumentalizzazione della giustizia al servizio del potere in carica per criminalizzare l’opposizione politica».

In un altro mega-processo, sempre per “cospirazione”, numerosi oppositori sono stati condannati ad aprile a pene detentive fino a 66 anni.

Il contesto di una deriva autoritaria

Questi processi si inseriscono nel quadro della svolta autoritaria intrapresa dal presidente Kais Saied dopo il colpo di forza del 25 luglio 2021, quando si è concesso i pieni poteri sciogliendo il parlamento.

Ghannouchi ricopriva proprio il ruolo di presidente del parlamento al momento di quello che gli oppositori definiscono un “colpo di stato”.

Colpiti ong e giornalisti

Da allora, ong tunisine e internazionali denunciano una progressiva regressione dei diritti e delle libertà nel paese che fu la culla della “Primavera araba”.

Numerosi giornalisti, blogger, avvocati e oppositori politici sono stati arrestati o sono sotto inchiesta in base a un decreto legge contro le “fake news” che i difensori dei diritti umani criticano per la sua interpretazione eccessivamente ampia.

La fine di un’era politica

Il partito Ennahda, che aveva ottenuto la vittoria nelle elezioni post-rivoluzionarie del 2011 e aveva dominato la scena politica tunisina del decennio scorso, si trova ora decimato dalle condanne dei suoi principali leader.

Il verdetto di martedì rappresenta l’ennesimo tassello di quello che molti osservatori considerano un attacco sistematico all’opposizione democratica nel paese nordafricano.

La fine di una fase storica

Con i suoi leader in carcere o in esilio, Ennahda si trova di fronte a una crisi esistenziale che mette in discussione la sua capacità di sopravvivere come forza politica organizzata. La sentenza contro Ghannouchi segna così non solo la fine di una carriera politica, ma simboleggia anche la chiusura di un’intera fase della transizione democratica tunisina.

La comunità diplomatica e le organizzazioni per i diritti umani continuano a esprimere preoccupazione per le misure straordinarie e l’arresto di decine di oppositori senza piena tutela difensiva, in quello che appare come un processo di consolidamento autoritario che allontana sempre più la Tunisia dai principi democratici emersi dalla rivoluzione del 2011.

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