GIUFA' – LUGLIO e AGOSTO 2019
Gad Lerner

Torno da una visita a Zarzis, la città costiera della Tunisia orientale, sotto l’isola di Djerba e non lontano dal confine con la Libia, combattuto fra opposte sensazioni: ammirato per la generosità con cui i suoi pescatori rivendicano il dovere morale del soccorso in mare ai migranti; preoccupato per quel che gli stessi pescatori non dicono, e forse non possono dire.

Ho incontrato sul suo peschereccio Chamseddine Bourassine, il fondatore dell’associazione che riunisce quattrocento pescatori di Zarzis. A fine agosto del 2018, quando salvò dei migranti a bordo di una imbarcazione alla deriva, e questi minacciarono di buttarsi in mare se li avesse riportati in Tunisia, intervenne la Guardia di finanza italiana che trascinò lui e gli altri cinque membri del suo equipaggio nel carcere di Agrigento.

Dove trascorsero quasi un mese, prima che venisse decretato il non luogo a procedere. L’accusa di essere un passeur, uno scafista, lo fa sorridere: «Sarei ricco, se praticassi quell’ignobile commercio». Ma è contro i metodi “fascisti”, li chiama così, del governo italiano che Chamseddine manifesta la sua indignazione: «Negare il soccorso in mare non servirà mai come disincentivo alle partenze, ma solo a farne morire affogati di più».

Quando nel pomeriggio passiamo nella sede dell’associazione, fra i tanti manifesti appesi leggo il bando di un corso di formazione per giovani pescatori finanziato dalla Banca mondiale. E noto che tra le sue finalità, una delle prime a essere indicate è la dissuasione dalla pratica dell’emigrazione illegale.

Da qui in avanti, le mie sono solo supposizioni. Ma in una regione così povera, dove il terrorismo ha fatto crollare l’industria turistica e l’ondata migratoria causa in continuazione il ritrovamento di cadaveri in mare e sulle spiagge, provo a immaginare quanto possa essere forte la tentazione di offrire ai trafficanti il noleggio o la vendita delle decine di barconi sgangherati che vedo in secca tutto intorno al porto di Zarzis.

L’intera città si era mobilitata nella protesta, quando le autorità italiane arrestarono Chamseddine Bourassine (ora sottoposto a provvedimento di espulsione per cinque anni dal nostro paese); suo cugino Chamseddine Marzoug mi accompagna in visita allo struggente “Cimitero degli Sconosciuti” da lui amorevolmente curato per dare sepoltura dignitosa ai cadaveri dei migranti senza nome. Rivendicano con orgoglio la civiltà della loro relazione con la vita e la morte dei migranti, in contrasto con l’inciviltà della nostra altra sponda.

Ma con un’economia che rischia di precipitare nel degrado sociale, gran parte della popolazione (circa ottantamila abitanti) mi fornisce anche una visione meno retorica di quella che va per la maggiore nel dibattito pubblico italiano a proposito degli scafisti. I criminali trafficanti di esseri umani ci sono, eccome. Come nello spaccio di droga, però, le ultime ruote del carro sono dei poveracci per i quali una traversata in barcone non vale più di una buona giornata di pesca.

“Cimitero degli Sconosciuti”
Il pescatore Chamseddine Marzoug, da oltre 10 anni, si è preso l’impegno di recuperare e di prendersi cura dei corpi dei migranti arenati sulla spiaggia. Con l’aiuto degli agenti della Guardia costiera e in accordo con le autorità della città, Chamseddine ha creato il “Cimitero degli Sconosciuti” dove seppellisce le vittime del mare. A oggi nel cimitero sono presenti le spoglie umane di più di 400 persone, per la maggior parte originarie dell’Africa subsahariana.