Presidenziali
Stando ai sondaggi, si profila la vittoria del leader di Nidaa Tounes, il partito di maggioranza relativa, al secondo turno del voto presidenziale. Quasi quasi al 60% il tasso di partecipazione. Ma si è recato alle urne solo il 10% dei tunisini che vivono in Italia. Sembra obbligata la scelta del governo di coalizione. Con gli islamisti di Ennahda.

Si è compiuto ieri in Tunisia il secondo turno delle elezioni presidenziali, la penultima tappa – ma senz’altro la più attesa – della lunga transizione iniziata con la nuova Costituzione, adottata dall’Assemblea costituente nel gennaio di quest’anno.

Tra i due candidati al ballottaggio, Beji Caïd Essebsi (88 anni), leader di Nidaa Tounes, il partito che ha ottenuto la maggioranza relativa alle legislative del 26 ottobre, e Moncef Marzouki, capo di stato provvisorio sostenuto dagli islamisti. Essebsi, appena chiusi i seggi, ha rivendicato la vittoria. Il suo rivale Marzouki ha sostenuto la necessità di attendere i risultati ufficiali.

Nella serata di ieri Chafik Sarsar, presidente dell’Istanza superiore indipendente per le elezioni (Isie), ha ammesso alcune irregolarità legate all’uso degli sms per influenzare il voto, la mobilitazione di veicoli per il trasporto degli elettori, la parzialità di alcuni membri dei seggi elettorali. C’è materia quantomeno per ritardare l’annuncio dei risultati provvisori previsti nella giornata di oggi e un’attesa più lunga per quelli definitivi.

Non sono mancati momenti di tensione ed episodi di violenza, il più grave si è registrato nella regione di Kairuan: ieri mattina l’esercito ha respinto l’assalto ad una scuola nella quale era depositato del materiale elettorale; il bilancio è di un morto e tre arresti tra gli assalitori.

L’Isie ha immediatamente comunicato i dati sulla partecipazione degli elettori: ha votato il 59,04% degli aventi diritto, in leggero calo rispetto a quello del 1° turno (64,60%), all’estero del 27,14% (29,68% al 1° turno). Due aspetti meritano di essere sottolineati. All’interno, il tasso più basso si è registrato nella circoscrizione di Sidi Bouzid, nel cui capoluogo aveva preso le mosse nel dicembre di quattro anni fa la “rivoluzione dei gelsomini”. Un segno della disillusione nei confronti di una transizione che avrebbe portato alla testa dello stato comunque un rappresentante della vecchia classe politica, ratificando l’incapacità della rivolta di rottamare il personale politico formatosi ai tempi del dittatore Ben Ali. All’estero, il tasso di partecipazione più basso si è verificato in Italia, 10,07%.

Al presidente eletto spetterà il compito di avviare l’ultima tappa, la formazione del nuovo governo. Quando Essebsi sarà ufficialmente proclamato vincitore, toccherà a lui, secondo la Costituzione, dare l’incarico a un membro del partito di maggioranza, vale a dire dello stesso partito di cui è leader. I risultati delle legislative sono chiari: sarà necessario un governo di coalizione. Malgrado la campagna elettorale si sia giocata artificialmente sulla contrapposizione tra candidato liberale e anti-islamista (Essebsi) e un candidato appoggiato dagli islamisti (Marzouki), toccherà proprio a Essebsi sancire la coabitazione tra i due principali partiti: il liberale Nidaa Tounes e il fondamentalista Ennahda, la seconda forza in Parlamento. L’alleanza “contro natura” aveva già superato una prova con l’elezione del presidente del Parlamento, toccato a Nidaa Tounes, e di uno dei due vicepresidenti, assegnato a Ennahda.

Un presidente con scarsi poteri e con la possibilità di un solo rinnovo del mandato, una legge elettorale proporzionale per evitare la formazione di maggioranze schiaccianti: il sistema introdotto dalla nuova Costituzione ha voluto allontanare i fantasmi del passato, ma ha consegnato il paese all’indispensabile condivisione del governo anche a forze contrapposte. Per la transizione tunisina la vera prova, quella più difficile, inizia solo adesso.