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Ricordato e celebrato dalla stampa nazionale ed internazionale, il decimo anniversario della rivoluzione è stato un giorno come un altro in Tunisia. Nel 2019 il presidente della repubblica annunciava la sua volontà di rendere il 17 dicembre una giornata festiva in tutto il paese per commemorare il sacrificio di Mohamed Bouazizi.

Un anno dopo, la proposta di Kais Saied non è mai stata ufficializzata. Così il 17 dicembre i tunisini hanno continuato ad andare a lavoro, a scuola, al caffè. E anche a manifestare, come accade da settimane nell’entroterra del paese e nella capitale, per chiedere migliori condizioni di vita, lavoro e servizi. Dieci anni dopo le prime proteste a Sidi Bouzid, il presidente eletto nel 2019 con il voto dei giovani precari a cui prometteva più lavoro e sviluppo ha annullato all’ultimo minuto la sua visita nella città di Bouazizi, ufficialmente a causa di “impegni urgenti”.

La popolarità del “salvatore della rivoluzione” – come era stato definito dalla stampa locale quando in campagna elettorale si rendeva di città in città nelle regioni più povere – si è ridotta drasticamente. La serata di festa e canti che ha seguito la sua vittoria con più del 70% dei suffragi è un ricordo amaro. L’indipendenza di Saied è stata prima una forza, poi una debolezza quando si è ritrovato con un parlamento in cui le principali forze politiche (Ennahda e Qalb Tounes) remano contro di lui.

La parabola del presidente uscente da leader che cambierà il destino della Tunisia a parte del “sistema” corrisponde a quella di un paese che ha attraversato uno degli anni più bui del periodo post 2011. La pandemia ha dato il colpo di grazia ad un’economia fragile, dipendente dagli aiuti internazionali, portando nel paese la più grave crisi economica dai tempi della sua indipendenza nel 1956.

La curva del tasso di disoccupazione in un trimestre ha subito una brusca impennata di tre punti percentuali (dal 15% al 18%) secondo l’Istituto nazionale di statistica (Ins), ritornando ai livelli del 2011. Ma dalle percentuali ufficiali restano fuori migliaia di persone che, in assenza di un’alternativa, lavorano in nero o alla giornata. Secondo uno studio del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (Ftdes) il 44% dei tunisini lavora senza un contratto, mentre solo l’11% ha diritto a un regolare contratto con contributi sociali.

Il lockdown di aprile ha lasciato senza risparmi migliaia di lavoratori che guadagnano in media 20-25 dinari (6-7 euro) alla giornata vendendo sigarette, souvenirs o cibo di strada per i viali delle città. Se un tempo 25 dinari al giorno erano pochi ma sufficienti, oggi bastano a malapena per mangiare.

Nel giro di un anno, i prezzi dei beni di prima necessità non hanno fatto altro che aumentare: secondo l’Ins, ad ottobre il prezzo di verdura e frutta è aumentato del 13%, della carne del 7%, delle uova e dei formaggi del 6%, del pesce del 5%. In alcuni supermercati i prezzi dei prodotti vengono alzati arbitrariamente per aumentare i guadagni, così un pacchetto di riso (il cui prezzo in teoria è fissato dallo Stato) può arrivare a costare da 2,300 dinari (70 centesimi di euro) a quasi 6,000 dinari (1,82 euro).

A Tunisi, mentre le disuguaglianze tra le zone benestanti e periferie aumentano, i cittadini senza fissa dimora sono sempre di più, così come i giovani che fermano i passanti per chiedere due monete mentre mostrano un foglio che certifica la disoccupazione. L’11 novembre un uomo è stato condannato a sei mesi di carcere per aver mangiato due scatole di tonno in un supermercato della capitale, come prevede un codice penale repressivo, ereditato dall’epoca del protettorato francese. «Non mangiavo da giorni», ha raccontato l’uomo in tribunale.

Sono proprio i giovani la categoria più vulnerabile: in Tunisia il 35% di loro non ha un’occupazione. Un dato che include anche tanti laureati. Sono sempre più gli ex studenti destinati ad occupare posizioni sottoqualificate rispetto al proprio titolo di studio. Un esempio tra i tanti, i call centre di Tunisi, dove chi conosce le lingue viene assunto per poche centinaia di euro al mese.

I giovani laureati disoccupati, riuniti sotto la sigla di Jeunes diplômés chomeurs, li ritroviamo invece tra la folla dei manifestanti che da inizio dicembre chiedono al governo di intervenire con nuove misure sociali. Un terzo dei laureati tunisini è oggi senza lavoro in un paese dove l’età media della popolazione sfiora i 30 anni. La precarietà dei giovani e l’aumento delle partenze verso l’Europa vanno di pari passo.

Questa situazione scoraggiante ha portato più di 12.500 giovani ha imbarcarsi verso l’Italia nel corso dell’ultimo anno, la maggior parte rimpatriati in virtù dell’accordo bilaterale in materia di migrazione tra Italia e Tunisia. Secondo il Ftdes, sono più di 1400 i minori non accompagnati che hanno abbandonato il paese nel 2020 rischiando la vita in mare. Senza prospettive, ogni anno sono tra i 50mila e i 70mila i giovani, e soprattutto le giovani, che lasciano definitivamente la scuola, in teoria obbligatoria fino al 16 anni.

Se il 73% degli under 30 (Ftdes) afferma che le autorità “non ascoltano le richieste dei giovani” è perché di fronte ad una crisi senza precedenti il governo risponde sempre più spesso con l’arma della repressione. A Kasserine, una delle regioni più precarie del paese, gli scontri tra manifestanti e polizia vanno avanti da giorni. A gennaio, tradizionalmente il mese più “caldo” dell’anno per il numero di manifestazioni, si teme che la tensione accumulata in questi mesi possa esplodere.

Nell’ultimo periodo infatti, i movimenti di protesta sono aumentati: il Ftdes ne ha contati 1.025 sparsi per il paese solo a novembre, concentrati in particolar modo nelle zone di Gabes, Medenine, Tataouine, Kebili, Tozeur e Gafsa, tutte città del sud della Tunisia. La principale rivendicazione: il diritto al lavoro e ad una vita dignitosa. Le recenti dichiarazioni del primo ministro non hanno aiutato a migliorare la situazione.

A Parigi, in diretta sul canale nazionale France 24, Hichem Mechichi ha affermato che «chi dice migrazione clandestina, dice terrorismo», provocando l’ira dei tunisini sui social. Il suo governo combatte oggi contro un’altra minaccia, e cioè «l’emorragia delle finanze pubbliche». Secondo il primo ministro, «questa ha turbato tutti gli equilibri finanziari della Tunisia e rappresenta ormai un pericolo reale per la sovranità nazionale».

Il parlamento ha votato a dicembre una legge di bilancio considerata dagli esperti “non equilibrata”: la Tunisia spende più delle risorse che possiede, e questo obbligherà il paese a indebitarsi nuovamente. Un circolo vizioso sempre più rischioso.