Non si placa la protesta
A Kasserine, città da cui è partita la “Rivoluzione della dignità”, è stato occupato il Governatorato, con manifestanti in sciopero della fame e con le bocche cucite. Gli scontri continuano a Tunisi e in altre città, con decine di arresti.

Continua la protesta a Kasserine: da circa due settimane i cittadini hanno occupato in modo pacifico la sede del governatorato. La scintilla, nella seconda città che dopo Sidi Bouzid si ribellò al dittatore Zine El Abidine Ben Alì, si è riaccesa il 17 gennaio, dopo la morte di Ridha Yahyaoui, giovane laureato disoccupato morto folgorato sul traliccio dell’elettricità, dove era salito in segno di protesta a causa della sua esclusione arbitraria dalla lista dei disoccupati del pubblico impiego. La sua morte, come quella del giovane ambulante Mohamed Bouazizi che nel 2010 si diede fuoco facendo nascere la “Rivoluzione della dignità”, ha dato il via a diverse proteste in più parti del paese, fino ad arrivare alla capitale Tunisi, a 300 km di distanza. Si sono verificati scontri tra manifestanti e la polizia ed episodi di saccheggio in alcuni quartieri popolari.

Da domenica 24 gennaio una serie di arresti ha interessato alcune città, dove i movimenti sociali continuavano le loro proteste rivendicando sviluppo regionale e lavoro. Nove i giovani arrestati e decine quelli ascoltati dalla polizia, a Zaghouan, isole Kerkennah, Jendouba, Ghar Dimaou e Deguech (Tozeur).

A Kasserine, invece, l’occupazione della sede del governatorato prosegue in modo pacifico: 150 le persone accampate, in alcune tende installate nel cortile o in letti di fortuna costruiti con materassi e sedie, tra 500 – 600 il via vai giornaliero. I militari all’ingresso controllano documenti e zaini di chi mette piede nell’aerea, altri colleghi sono situati all’interno mentre i cittadini continuano a portare loro dei dossier contenenti il proprio diploma e curriculum. Il governo, tra le misure specifiche per risolvere la situazione, aveva infatti promesso la creazione di 5.000 posti di lavoro, notizia poi smentita in quanto si trattava della regolarizzazione di posti precari già esistenti. E se per alcuni si è trattato solo di false promesse per calmare le acque, altri ci hanno sperato: 4.000 finora i dossier raccolti, che dovrebbero poi essere smistati e classificati. Un gruppo di occupanti, 16 persone tra i 25 e i 43 anni, ha cominciato da cinque giorni uno sciopero della fame, 3 di essi senza né bere né mangiare. Alcuni hanno cucito le loro bocche in segno ulteriore di protesta.

Nella notte tra sabato e domenica, otto di loro sono stati trasportati all’ospedale locale per problemi di salute. Uno di loro ha rifiutato le cure ed è stato riportato al sit-in. “Lavoro o morte”, si legge in uno dei cartelli retti da questi giovani. Il tasso di disoccupazione della regione tocca il 26,2% contro il 17,6% a livello nazionale. Intanto il presidente Beji Caid Essebsi, in un’intervista al quotidiano locale La Presse ha dichiarato che «la gestione della Troika (l’alleanza tra i partiti Ennahda,Ettakatol e Congresso della Repubblica formatasi dopo le elezioni del 2011, ndr) sotto gli ordini di una branca dell’islam politico ha lasciato la Tunisia in una situazione ancora più precaria di prima sul piano economico, sociale, politico e diplomatico». Essebsi ha poi definito come “logici” i movimenti di protesta, sottolineando come «non bisogna nascondere che ci sono degli estremisti sia della destra che della sinistra che ravvivano questi movimenti. A tutte queste persone, noi diciamo: la Costituzione tunisina ha rotto con il sogno del Califfato, così come con i sogni dei rivoluzionari». Da venerdì il ministro dell’Interno ha annunciato la riduzione dell’orario del coprifuoco, dalla mezzanotte alle cinque del mattino. 

La sede del Governatorato di Kasserine con le tende dei manifestanti in sciopero della fame per protestare contro il governo. Foto di Giada Frana