Ballottaggio presidenziale
Le proiezioni del secondo turno, che ci sia aspetta saranno confermate dalla commissione elettorale, sanciscono la netta vittoria del candidato indipendente sull’imprenditore Nabil Karoui. Che potrebbe però chiedere l’annullamento del voto.

Kaïs Saïed è il nuovo presidente della Tunisia secondo le proiezioni del secondo turno delle presidenziali che si è svolto ieri, domenica 13 ottobre, distanziando largamente, con oltre il 72% dei voti il magnate della tv, Nabil Karoui.

L’Istanza superiore indipendente per le elezioni ha tre giorni di tempo per diffondere i risultati ufficiali, ma si è impegnata a ridurne i tempi, e ha già annunciato un tasso di partecipazione del 58,5%, più alto rispetto alle legislative del 6 ottobre (41,3%) e simile a quello delle presidenziali del 2014 (59%).

Le prime dichiarazioni del neo-presidente vanno nel senso del rispetto della Costituzione, della legge e degli impegni internazionali. Il candidato sconfitto, Nabil Karoui, scarcerato due giorni prima del voto, ha dichiarato di attendere i risultati ufficiali prima di far conoscere le proprie intenzioni. Sul voto pesa infatti la minaccia di richiesta di annullamento perché, di fatto, Karoui non ha potuto fare campagna elettorale al secondo turno, dopo il suo arresto alla fine di agosto per frode fiscale e riciclaggio.

Saïed, 61 anni, è un professore di diritto costituzionale, di orientamento conservatore quando ai precetti dell’islam: contrario alla parità di eredità tra uomo e donna (è stata l’ultima battaglia del defunto presidente Essebsi a favore della donna), all’abolizione della pena di morte e alla depenalizzazione dell’omosessualità. È portatore di un’idea di Stato e di potere che nasce dal basso, a partire dai territori e dai consigli comunali. Ha preannunciato che la sua prima visita come capo dello Stato sarà nella vicina Algeria.

Difficilmente la sua entrata sulla scena politica potrà segnare un’impronta personale, al di là della fama di uomo integro e di una certa sicurezza trasmessa dalla sua personalità sobria e misurata. Il presidente non ha infatti dietro di sé alcun partito che possa farsi portavoce delle sue istanze nel parlamento eletto il 6 ottobre. Non potrà liberamente decidere del primo ministro, poiché la Costituzione gli impone di dare l’incarico di formare il governo ad un esponente della forza politica che ha ottenuto più seggi, il partito islamista Ennahdha, che peraltro aveva fatto campagna in suo favore.

La nuova Costituzione del 2014, del resto, ha molto attenuato il presidenzialismo che ha retto il paese fin dall’indipendenza. Proprio questo riequilibrio dei poteri è all’origine del conflitto tra il defunto presidente e il suo primo ministro uscente Youssef Chaed (clamorosamente sconfitto sia nelle legislative che nelle presidenziali) che ha caratterizzato gli ultimi anni in Tunisia.

Il paese si trova ora di fronte a una duplice, difficile sfida. Sul piano istituzionale deve assicurare un governo di coalizione in un parlamento molto frammentato, che non sembra promettere la stabilità. Il partito Qalb Tounes di Karoui, arrivato al secondo posto nelle legislative, ha dichiarato di non voler entrare in un governo con Ennahdha.

Sul piano socio-economico le ricette finora tentate non sono riuscite a promuovere il superamento delle disparità regionali e tra i diversi strati della popolazione. Proprio questa incapacità era costata a Ennahdha la progressiva perdita dell’egemonia politica nei primi anni dopo la rivolta popolare del 2011, e la sconfitta alle legislative del 2014.