Elezioni municipali 2018
I tunisini non si fidano più dei politici né della politica. Questo il dato certo che restituiscono i risultati delle elezioni municipali che si sono tenute in Tunisia, le prime dopo la “rivoluzione dei gelsomini” che portò alla caduta del regime, innescando la cosiddetta “primavera araba”.

Nonostante siano state considerate, a ragione, una tappa fondamentale della transizione democratica, le elezioni municipali del 6 maggio scorso sono state caratterizzate da un altissimo tasso di astensionismo. Oltre il 60% degli aventi diritto ha disertato le urne, un dato ancora più scoraggiante se si considera che di questa percentuale la maggior parte sono giovani, gli stessi a cui la costituzione dedica un intero articolo, in quanto “forza attiva nella costruzione della patria”.

Per comprendere le ragioni della sfiducia dei cittadini nei confronti della politica è sufficiente fare la somma tra le aspettative “post-rivoluzionarie” – una per tutte la prospettiva di mobilità sociale verso l’alto – e i risultati ottenuti dalla politica a otto anni dalla rivolta popolare del 2011. Le condizioni economiche e sociali hanno continuato a peggiorare; l’aumento della disoccupazione – che colpisce soprattutto i giovani – unito alla notevole riduzione del potere d’acquisto delle famiglie, hanno alimentato la convinzione che chi governa, chiunque esso sia, non sia interessato che ai propri interessi. Non a caso le accuse di corruzione della pubblica amministrazione sono andate moltiplicandosi negli ultimi anni.

Agli occhi dei tunisini l’unico vantaggio ottenuto dalla cacciata del presidente-padrone Zine el Abidine Ben Ali è stata la libertà, che certo non è poco, ma che in alcuni casi non fa che aumentare il senso di frustrazione, soprattutto se, come accaduto lo scorso gennaio in occasione delle proteste contro la disoccupazione e l’ennesimo rialzo dei prezzi, la libertà di espressione, sotto forma di contestazione al governo, viene violentemente ricondotta nei ranghi delle “chiacchiere da bar”. Nel paese, inoltre, è ancora in vigore lo stato d’emergenza, prolungato a marzo per altri sette mesi. A questi elementi si aggiunge l’evidente distacco tra la dirigenza politica e i cittadini, i quali, ogniqualvolta si trovino ad esprimere il loro disappunto, finiscono per essere additati come ignoranti, senza cultura e poco avvezzi alle pratiche democratiche.

Un voto spalmato

Al di là dell’astensionismo, resta difficile individuare un chiaro vincitore. Il dato aggregato a livello nazionale restituisce i seguenti risultati che vedono in testa le liste indipendenti con il 33% delle preferenze, seguite dal partito islamista Ennahda (29%) e dal partito “laico” Nidaa Tounes (21%), attualmente al governo. Se invece si analizzano i dati in base al numero di comuni in cui i candidati hanno ottenuto la maggioranza dei seggi, troviamo in testa Ennahda con 155 comuni, seguita dalle liste indipendenti (96) e da Nidaa Tounes (83).

Nonostante nell’ultima settimana si sia parlato di vittoria delle liste indipendenti, sembra più corretto parlare di sconfitta dei partiti, o meglio del partito Nidaa Tounes, il quale, sia nell’analisi a livello nazionale che a livello comunale, registra una perdita di consensi soprattutto in rapporto al suo competitor diretto, nonché attuale alleato di governo, Ennahda.

I motivi di questa perdita di terreno sono molteplici: in primo luogo Nidaa Tounes, perlopiù composto da esponenti del vecchio Raggruppamento Costituzionale Democratico (RCD), il partito di Ben Ali, ha basato la sua campagna elettorale in funzione anti-islamista, andando così a raccogliere il “voto utile” di milioni di cittadini intimoriti dall’islamismo di Ennahda. Emblematica, in questo senso, la tornata elettorale del 2014, dove Nidaa Tounes ebbe la meglio su Ennahda grazie al voto delle donne, probabilmente timorose della possibile restrizione dei propri diritti in caso di vittoria del partito islamista.

In secondo luogo Nidaa, proprio perché espressione dell’élite tunisina, dei grandi uomini d’affari, non è stato in grado di elaborare dei programmi politici consoni alle diverse realtà locali.

Discorso ben diverso per quanto riguarda Ennahda, la cui radicata presenza a livello locale, unita al richiamo dei valori islamici, ne hanno favorito la vittoria nella maggior parte dei comuni, molto probabilmente anche grazie alle reti di assistenza sociale e carità che il partito gestisce più o meno direttamente.

Indipendenti e voto di protesta

Capitolo a parte merita la questione delle liste indipendenti. Al netto di poche eccezioni, gli indipendenti si sono imposti principalmente nelle aree marginalizzate della Tunisia, evidenziando come i governi succedutesi alla guida del paese non siano stati in grado di porre rimedio agli squilibri regionali.

Secondariamente si deve far notare come la declamata “vittoria” degli indipendenti, salutata come l’emergere di una nuova classe politica, sia, almeno in parte, forviante: alcuni dei partiti infatti, consapevoli dell’eventuale débacle, avrebbero creato e/o finanziato delle liste indipendenti per recuperare quei voti che sarebbero andati persi a causa della sfiducia dei cittadini nei loro confronti. Altro fenomeno – questo meno celato – è quello di liste di indipendenti composte da ex-membri di partiti che, magari per divergenze personali con la direzione o con il partito, hanno deciso di “mettersi in proprio”, come avvenuto a Sousse, città della costa orientale, dove la lista indipendente che ha ottenuto più seggi è composta da ex-membri di Nidaa Tounes che, in disaccordo con le politiche del partito, hanno deciso di correre da soli.
Bisognerà comunque aspettare la formazione dei consigli municipali per capire se gli indipendenti faranno blocco unico o se si divideranno, alleandosi con i vari partiti.

Più in generale la campagna elettorale, soprattutto quella dei due principali partiti, si è sviluppata sulla stessa linea di quella nazionale, ponendo l’accento sulla contrapposizione tra islam politico e laicità, e sulla contiguità di certi partiti con il vecchio regime. Ancor peggio, le elezioni sono state spesso interpretate come una prova generale per le elezioni legislative e presidenziali che si terranno nel 2019. Al contrario, è passata sotto silenzio l’importanza della tornata elettorale del 6 maggio nel quadro del processo di decentralizzazione, atto a ridistribuire equamente le risorse e i poteri su tutto il territorio tunisino, ponendo così rimedio, o almeno limitando, le disparità regionali che hanno dato il via alle rivolte del 2010.