Da settembre 2024, la Tunisia ha registrato un’escalation preoccupante nella persecuzione delle persone LGBT+. In pochi mesi, l’associazione l’Associazione tunisina per la giustizia e l’uguaglianza (Damj) ha documentato 84 arresti nelle principali città del paese, tutti basati sull’articolo 230 del Codice penale, una legge risalente al periodo coloniale francese.
I numeri della repressione
Gli arresti si sono concentrati tra settembre 2024 e gennaio 2025 a Tunisi, Hammamet, Sousse e El Kef. Le accuse vanno dall’omosessualità all’esposizione al pudore, fino all’adescamento, tutte riconducibili all’articolo 230 che criminalizza i rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso.
«I nostri dati si basano sull’assistenza diretta che forniamo ai membri della comunità, inclusa l’assistenza legale; non sono esaustivi», spiega Saif Ayadi, attivista queer e responsabile del programma Damj. L’organizzazione teme che il numero reale sia superiore a quello documentato.
L’articolo 230: un’eredità del 1913
La legge utilizzata per questi arresti è l’articolo 230 del Codice penale tunisino, introdotto durante la colonizzazione francese nel 1913. Il testo prevede fino a tre anni di carcere per le relazioni omosessuali, contraddicendo la Costituzione tunisina del 2014 che garantisce le libertà individuali.
Nel 2018, la Commissione per le libertà individuali e l’uguaglianza (COLIBE) aveva raccomandato l’abrogazione di questa norma, ma la proposta non è mai stata implementata.
La criminalizzazione espone le persone LGBT+ a violenze poliziesche, ricatti ed estorsioni. Le forze di sicurezza utilizzano anche tecniche di adescamento sui social media e sulle app di incontri per effettuare arresti, spesso a scopo estorsivo.
La campagna d’odio del settembre 2024
Il 13 settembre 2024 ha segnato l’inizio di una campagna coordinata sui social media. Centinaia di account, molti dei quali legati al sostegno del presidente Kais Saied, hanno iniziato a diffondere contenuti omofobici e transfobici. Anche i media mainstream hanno partecipato, con presentatori che chiedevano apertamente lo scioglimento delle organizzazioni LGBT+ e l’arresto degli attivisti.
Il 27 ottobre 2024, il ministero della giustizia ha pubblicato una dichiarazione che condannava l’uso dei social media per diffondere contenuti “contrari alla morale pubblica”, invitando i pubblici ministeri ad aprire indagini. Secondo Damj, questa dichiarazione ha scatenato una vera campagna di persecuzione.
Pochi giorni dopo, cinque persone sono state arrestate, tra cui Khoubaib, una persona non conforme al genere. Il 31 ottobre 2024 sono state condannate a pene fino a quattro anni e mezzo di carcere per atti osceni in luogo pubblico.
Attivisti nel mirino
Gli attivisti per i diritti LGBT+ subiscono molestie sistematiche. Mira Ben Salah, attivista transgender e coordinatrice dell’ufficio di Damj a Sfax, è stata oggetto di campagne diffamatorie online. I suoi dati personali sono stati resi pubblici e l’associazione riceve regolarmente telefonate minacciose.
Le condizioni carcerarie sono particolarmente dure per le persone transgender. Le donne transgender, detenute in strutture maschili, subiscono quella che Badr Baabou, fondatore di Damj, definisce una «doppia punizione», includendo molestie sessuali. Tra il 2011 e il 2018, secondo le statistiche ufficiali, 3mila detenute transgender hanno vissuto questa situazione.
La versione ufficiale e i fatti
Nel febbraio 2023, davanti al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, la Tunisia ha negato qualsiasi persecuzione di persone LGBT+ basata sulla loro identità. Il governo ha dichiarato che solo tre persone erano state perseguite ai sensi dell’articolo 230 dal 2017.
Tuttavia, i dati ottenuti da Damj presso il ministero della giustizia mostrano una realtà diversa. Secondo un gruppo di associazioni tunisine, nel solo 2018 si sono tenuti 120 processi basati sull’articolo 230.
La resistenza continua
Nonostante la repressione, la comunità LGBT+ tunisina mantiene la sua resistenza. Vengono organizzate regolarmente manifestazioni per chiedere l’abrogazione dell’articolo 230. Iniziative artistiche come lo spettacolo teatrale Flagranti della drammaturga Essia Jaibi cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica.
L’associazione Damj, fondata nel 2008 e riconosciuta ufficialmente dal 2011, continua a fornire assistenza legale e supporto nonostante le pressioni. Altre organizzazioni come Chouf e Mawjoudin si impegnano nella difesa dei diritti delle persone LGBT+.
Le reazioni internazionali
Amnesty International ha chiesto alle autorità tunisine di rilasciare «immediatamente e incondizionatamente chiunque sia detenuto a causa del suo orientamento sessuale o della sua identità di genere». L’organizzazione denuncia «un allarmante passo indietro per i diritti umani in Tunisia».
Un problema regionale e globale
La criminalizzazione dell’omosessualità in diversi paesi del Maghreb e del Medioriente ha spesso radici nell’eredità coloniale francese o britannica. Secondo i dati del 2025 dell’International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans, and Intersex Association, l’omosessualità è criminalizzata in 32 paesi africani.
La Tunisia, che dopo la rivoluzione del 2011 sembrava avviata verso una maggiore democratizzazione, vive ora una fase di arretramento sui diritti umani. L’articolo 230 rimane il simbolo principale di questa regressione, una legge coloniale che continua a condizionare la vita di migliaia di persone.