Le priorità del nuovo governo
Saldare i rapporti con la polizia, escludere dagli apparati statali gruppi ‘deviati’ vicini al partito dell’ex presidente Ben Ali e stabilire le prime garanzie di libertà: queste sono le priorità affrontate nella prima riunione del Consiglio dei ministri in Tunisia, dopo la formazione del nuovo governo.

È tempo di pulizie di primavera in Tunisia. Il nuovo governo di unità nazionale, epurato dei principali esponenti del Raggruppamento costituzionale democratico (Rcd), partito dell’ex presidente Zine El Abidine Ben Ali, ha deciso di “rinfrescare” le alte gerarchie della polizia, costringendo al pensionamento anticipato 30 alti ufficiali. Un militare, l’ammiraglio Ahmed Chabir, è stato nominato direttore della sicurezza nazionale, mentre sono stati sostituiti i comandanti della polizia di sette regioni.

L’ex ministro dell’Interno, Rafik Belhaj Kacem, agli arresti domiciliari dal 13 gennaio, è in stato di fermo, accusato da più parti di essere responsabile dei massacri che hanno caratterizzato i primi giorni della rivolta dei gelsomini. A renderlo noto, oggi, è stato il nuovo ministro dell’Interno, Farhat Rajhi, annunciando anche un aumento degli stipendi per tutti gli agenti di polizia.

Nel tentativo di ristabilire la sicurezza nel paese, il nuovo governo punta a conquistare la lealtà del corpo di polizia, che conta circa 100 mila agenti, contro i 35 mila soldati dell’esercito, schierati fino ad oggi, soprattutto sui confini. Gli aumenti saranno, per la prima volta, indirizzati verso i gradi più bassi, con 140 dinari in più al mese (pari a 72 euro), gli ufficiali otterranno, invece, un aumento di 49 dinari.

Il ministro Rajhi ha denunciato, ieri sera, in una dichiarazione alla televisione di stato, l’influenza destabilizzante di alcune forze vicine all’ex presidente Ben Ali. “Lunedì sera – ha dichiarato Rajhi – tra le 2.000 e le 3.000 persone hanno attaccato il mio ministero. Grazie al generale Rachid Ammar e alle forze anti terrorismo, sono riuscito a fuggire”.

“Cinquanta banditi, molti dei quali armati – prosegue il ministro – sono stati arrestati per, poi, essere rilasciati. Questo dimostra una falla nel sistema di sicurezza e una complicità tra gli aggressori e i servizi d’ordine”. Il “complotto contro lo stato”, evocato dal ministro dell’Interno, sembra essere in atto anche in altre regioni del paese, dove proseguono i saccheggi e gli atti di vandalismo.

Nella regione di Kasserine gruppi di giovani avrebbero preso d’assalto, lunedì, alcuni edifici pubblici, terrorizzando la popolazione. Quattro persone sono state fermate dagli stessi abitanti di Kasserine, mentre esponenti dell’Unione generale dei lavoratori tunisini, principale sindacato del paese, parlano di giovani pagati dai membri del Rcd, per gettare il paese nel caos.

Intanto l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati rende pubblico il bilancio delle vittime negli scontri avvenuti nel paese, dalla metà di dicembre. Secondo Bacre Ndiay, inviato speciale dell’Unhcr nel paese, sono 219 le persone rimaste uccise negli scontri, di cui 72 prigionieri delle carceri, 510, invece, sono i feriti.

Nel frattempo, da Parigi, i giudici hanno fatto sapere, ieri, di aver posto sotto sequestro un jet privato riconducibile alla famiglia di Ben Ali. La misura è stata presa in seguito ad un esposto presentato dalla sezione francese di Transparency International, Sherpa e dalla Commissione araba per i diritti dell’uomo. Le tre Ong chiedono alla giustizia francese di restituire alla Tunisia i beni dell’ex presidente, accusato di aver sottratto alle casse dello Stato miliardi di dollari. I beni del “clan Ben Ali” in Francia comprenderebbero, secondo una lista pubblicata dai quotidiani Liberation e Le Monde, alberghi nella capitale, uno chalet in montagna e una o due ville in Costa Azzurra.

Da una settimana pende sulla testa dell’ex presidente e di sua moglie, Leila Trabelsi, un mandato d’arresto internazionale, spiccato da Tunisi. A questo si aggiunge il congelamento dei beni imposto lunedì dall’Unione Europea e quello decretato dal governo svizzero, che ha pubblicato una lista di 50 persone i cui beni potrebbero essere riconducibili a Ben Ali.

Il governo del primo ministro Mohammed Gannouchi ha, intanto, lanciato segnali importanti già dalla sua prima riunione, martedì 1 febbraio. Il nuovo esecutivo ha, infatti, deciso di aderire alla Convenzione internazionale sulla protezione delle persone e contro le sparizioni forzate, lo Statuto di Roma sulla Corte penale internazionale, il protocollo non obbligatorio annesso alla Convenzione internazionale contro la tortura e i protocolli non obbligatori annessi al Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici.