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“Né acqua, né elettricità: ci sono solo prigione e aumento dei prezzi” denunciano i manifestanti scesi in piazza il 25 luglio a cinque anni dal copo di mano di Saied
In Tunisia dilaga il malcontento
Le proteste coinvolgono ogni settore della società, esasperata da anni di repressione e dall’immobilismo del regime davanti alla recente crisi idrica, ai black out elettrici e al crescente costo della vita
28 Luglio 2026
Articolo di Nadia Addezio
Tempo di lettura 4 minuti

Con l’aumento delle temperature e delle interruzioni dell’elettricità, la rabbia dei tunisini monta. Nel pomeriggio del 25 luglio, circa 2.500 cittadini si sono riversati nelle strade principali di Tunisi per chiedere la fine del potere autoritario. Due anniversari hanno scandito la giornata: la 69esima festa della Repubblica e la chiusura del parlamento, decisa nel 2021 dal presidente Kais Saied. Da allora, le conquiste democratiche della Rivoluzione dei gelsomini sono sotto attacco.

“Né acqua, né elettricità: ci sono solo prigione e aumento dei prezzi”, hanno intonato i manifestanti. Da metà luglio, la Tunisia sta affrontando un’ondata di calore storica per la sua durata e per la sua diffusione in tutto il paese. Nella capitale il termometro è arrivato a segnare 47 gradi.

Per ovviare allo stress elettrico causato dalla climatizzazione, la Società tunisina dell’elettricità e del gas (STEG) ha stabilito interruzioni di corrente periodiche e intermittenti. Una decisione che sta creando disagi tra i cittadini, in primis tra gli anziani e le persone malate.

Un malcontento che attraversa il paese

L’Organizzazione tunisina dei giovani medici (OTJM) ha lanciato un appello urgente per chiedere ventilatori, ghiaccio alimentare e volontari a sostegno del personale. L’organizzazione denuncia l’assenza di misure d’emergenza sufficienti da parte delle autorità. Si conterebbero oltre 150 decessi legati ai colpi di calore di questi giorni, secondo Wajih Dhakkar, presidente dell’OTJM.

L’incapacità di intervenire sui bisogni della popolazione è stato l’innesco delle proteste di sabato. Ma non solo: nelle settimane precedenti, ci sono stati scioperi dei rider e dei tassisti, nonché manifestazioni per la penuria d’acqua.

Secondo un rapporto del Forum tunisino dei diritti economici e sociali (FTDES), da inizio 2026 si è registrata una crescita dei movimenti di protesta nel paese: il primo trimestre si è concluso con 1.310 movimenti sociali, mentre da aprile a giugno se ne sono contati 1.884. Un aumento del 44%.

FTDES spiega che la gran parte delle manifestazioni riguardano le assunzioni, le regolarizzazioni, gli stipendi, le condizioni di lavoro, le negoziazioni sociali. Al secondo posto si collocano le rivendicazioni di carattere politico e civile. Tra queste, gli arresti di giornalisti, attivisti, oppositori politici, e in generale la repressione delle libertà di espressione e di associazione.

Nelle proteste del 25 luglio, oltre agli appelli alla “Libertà”, ci sono stati striscioni a sostegno del giornalista sportivo Mourad Zeghidi, in carcere dal 2024.

Al terzo posto, l’ong tunisina classifica i movimenti legati all’acqua e all’ambiente. Nello specifico: le interruzioni dell’acqua potabile, i problemi di depurazione, l’inquinamento industriale e le difficoltà incontrate dagli agricoltori nell’accesso all’acqua per l’irrigazione.

Il malcontento attraversa così ogni settore della società tunisina. L’Ordine nazionale degli avvocati in Tunisia, in un comunicato stampa diffuso il 24 luglio, ha invitato il governo tunisino ad adottare riforme urgenti.

Dalla protesta interna alle frizioni diplomatiche

Sebbene l’inflazione sia scesa, passando dal 5,5% a maggio al 5,3% a giugno, il costo della vita continua a essere alto, soprattutto a causa dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari: secondo i dati dell’istituto nazionale di statistica, i prezzi della carne di agnello sono aumentati del 18,3%, mentre quelli della carne bovina del 13,6% e del pollame del 13,5%. Anche i prezzi del pesce sono aumentati (+11,7%), nonché della frutta (11%).

Parallelamente, il diritto di contestazione viene sempre più ridotto. Se le autorità mostrano una crescente intolleranza verso le critiche interne, ora anche quelle provenienti dall’estero sono una potenziale minaccia.

È il caso della convocazione dell’ambasciatrice di Francia in Tunisia, Anna Gueguen, per un’intervista diffusa su un canale francese. Pur non specificando l’intervistato e il media in questione, si tratterebbe di un’intervista che l’ex presidente tunisino (2011-2014), Moncef Marzouki, ha accordato a France24.

«Questa intervista contiene violazioni della sovranità dello stato tunisino, prende di mira la sua sicurezza nazionale e le sue istituzioni, e costituisce un appello esplicito alla sedizione e agli scontri interni», ha scritto il ministero tunisino degli Affari Esteri in un comunicato. Ha continuato denunciando una «ripetizione deliberata di tali pratiche su media pubblici francesi, utilizzati per diffondere contenuti che incitano all’odio e accuse menzognere contro lo stato tunisino».

Moncef Marzouki è noto per le sue aspre critiche al presidente Saied. In esilio in Francia, è stato condannato in contumacia nel giugno 2025 a 22 anni di prigione con l’accusa di aver attentato alla sicurezza dello stato.

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