Henda Chennaoui è una attivista molto nota in Tunisia, esperta di questioni di genere. È conosciuta, in particolare, per il suo impegno nei movimenti sociali e nelle proteste contro l’austerità. Con lei abbiamo dialogato sulla situazione della continua violazione dei diritti umani e della crisi sociale che attanaglia il paese.
Partiamo dalla fine: dalla sospensione delle attività di importanti associazioni come l’Associazione tunisina delle donne democratiche (ATFD), il Forum tunisino per i diritti sociali ed economici, e dalla chiusura degli uffici dell’Organizzazione mondiale contro la tortura (OMCT)…
Non solo loro. In una conferenza stampa tenuta oggi dalla Lega tunisina per i diritti umani sarebbero oltre 600 le ong il cui diritto di operare è stato minacciato da sospensioni, congelamenti dei conti e processi. Si tratta di un nuovo attacco alla libertà di espressione. Come se non bastasse, anche Nawaat, una delle ultime voci libere della stampa tunisina per cui ho collaborato per anni, nota per le sue critiche verso le autorità, ha visto sospese le sue attività. Sotto pressione ci sono anche i sindacalisti dell’Union tunisienne générale du travail (UGTT), che hanno assicurato il loro sostegno alle proteste di Gabès e hanno avuto un ruolo importante nelle mobilitazioni di piazza degli anni scorsi.
Lo sciopero generale e le proteste di Gabès contro l’inquinamento provocato dal Gruppo chimico tunisino (GET) sono anche manifestazioni contro la deriva autoritaria del presidente Kais Saied, che dopo il 2021 continua ad accentrare il potere nelle sue mani e a chiudere qualsiasi spazio per il dissenso?
Il movimento di Gabès non ha attaccato direttamente il presidente della Repubblica, ma ha criticato le scelte politiche dello stato. Ci sono critiche virulente verso Saied e un sentimento di delusione che si percepisce nelle strade e sui social network. Tuttavia, il movimento, fino a questo momento, non chiede le sue dimissioni. I sostenitori di Saied, dal canto loro, accusano i manifestanti di cercare la strumentalizzazione politica. Secondo loro, le proteste di Gabès hanno lo scopo di attivare un sollevamento popolare contro il presidente. Per questo motivo, gli stessi sostenitori del movimento contro l’inquinamento preferiscono, in questa fase, concentrarsi solo sullo smantellamento del Gruppo chimico tunisino.
Eppure sono proprio le madri dei ragazzi tunisini colpiti dall’inquinamento a essere scese per prime in strada nelle proteste di Gabès. C’è una grande prova di intersezionalità, di cooperazione tra le opposizioni in Tunisia?
A Gabès stiamo assistendo a una grande mobilitazione. Era un paradiso, un’oasi di fronte al mare con un ecosistema raro e un’agricoltura ricca. Lo stato postcoloniale ha deciso di costruire il Gruppo chimico tunisino (GET) che ha distrutto l’ecosistema. Le persone stanno soffrendo. Se si guardano gli ultimi 15 anni di lotte, si nota l’intersezionalità di queste battaglie. Non si parla solo di ambiente per tenere pulita la terra, ma anche di giustizia sociale, democrazia, educazione, governance locale. Le pratiche intersezionali, come quadro politico, sono molto antiche in Tunisia.
Non ci si può concentrare sull’ambiente se non si guarda al rapporto tra ambiente ed educazione, ai diritti umani, ai diritti della comunità LGBTQ, alla migrazione. Tutto è così correlato, e anche la precarietà politica e sociale impone queste pratiche intersezionali. Non si può essere femministe senza prendersi cura dell’ambiente e della giustizia sociale. Combattere per l’acqua e le risorse naturali senza combattere per la democrazia non ha senso. Dopo le proteste del 2011, questa libertà di parlare, di chiedersi dove stiamo andando e quali sono le nostre possibilità, è stata incredibile. Abbiamo iniziato a connetterci con diverse battaglie e le forti tradizioni delle pratiche intersezionali hanno cominciato a radicarsi a livello politico e saranno essenziali per i prossimi passi verso il cambiamento sociale.
L’autoritarismo di Saied non sarebbe possibile senza il sostegno occidentale e del governo italiano in particolare?
Il nuovo autoritarismo in Tunisia è fortemente collegato al nuovo fascismo in Italia e al rapporto tra la premier Giorgia Meloni e Saied. Si tratta di una nuova strategia non solo per controllare noi ma anche voi. La storia mostra che se un apparato militare inizia a uccidere da qualche parte, non si limiterà a quella parte ma si estenderà ovunque.
Sotto accusa anche le politiche migratorie tunisine finanziate da Europa e Italia…
È così: ci sono tante uccisioni ai confini tunisini, nel mare, dappertutto, con i finanziamenti dell’Unione Europea e il coordinamento di Meloni. La premier italiana viene spesso in Tunisia, incontra libici e algerini, sorride a Saied per convincerlo che è nel suo interesse controllare i confini. Legittima questa nuova dittatura in Tunisia per vincere le elezioni in Italia. Non è solo un gioco politico. Le morti dei migranti sono collegate al nuovo sistema repressivo che potrebbe governare l’Europa in futuro. Quello che succede ora in Tunisia e in tutta l’Africa, dove viene impiegata la stessa tecnologia israeliana utilizzata nella Striscia di Gaza e nel Mediterraneo, ha uno scopo economico: criminalizzare le migrazioni. Quando Meloni parla di migranti usa gli stessi termini discriminatori di quando attacca la comunità LGBTQ. Non possiamo parlare di diritti umani se non parliamo di diritti dei migranti.
La sospensione delle attività dell’ATFD è particolarmente dolorosa perché ha rappresentato l’unicità delle rivendicazioni femministe tunisine.
Sono momenti molto duri per il femminismo e l’attivismo queer in Tunisia. Solidarietà e sorellanza sono essenziali per il movimento, ora più che mai. L’idea che condividiamo con altre femministe, come l’egiziana Nawal al-Sa’dawi e Bell Hooks, è di evitare la trappola per cui ci sono donne che possono aiutare altre donne con l’illusione di renderle simili a loro, perché avrebbero gli stessi bisogni e dovrebbero combattere negli stessi modi. Quest’idea ci fa soffrire come donne del Sud ogni giorno, perché esiste quest’idea del femminismo di stato bianco liberista che dà forma alla donna liberata.
Dobbiamo creare il nostro concetto di cambiamento sociale per decostruire il femminismo bianco, per dire che non prende in considerazione tutte le donne. Questo tipo di femminismo, iniziato con il colonialismo, dà legittimità alle guerre, come è avvenuto in Afghanistan, in nome della liberazione delle donne. E ora, dopo 25 anni, qual è la situazione delle donne afghane?
Lo stesso vale per l’Iraq e tanti altri paesi africani che soffrono per la strumentalizzazione della causa femminista. In Tunisia, con la colonizzazione francese, il femminismo bianco ha giocato un ruolo importante. Questo discorso coloniale pretende di salvare le donne dalla loro cultura e religione per criminalizzare le loro comunità e gli uomini, con quest’idea astratta di modernità. Il femminismo bianco propone soluzioni che non sono fatte per noi. Dobbiamo ascoltare le voci delle femministe che cercano di decostruire le idee centrali del femminismo. La nostra battaglia quotidiana è di metterci in discussione. La solidarietà è una strategia politica per sopravvivere insieme.