L'ACCOGLIENZA PROMESSA – DOSSIER APRILE 2017

Quella di immigrati che accolgono e includono immigrati. Un’esperienza tutta africana nel comune di San Severo (Foggia), non lontano dal ghetto di Rignano, simbolo del degrado e chiuso ai primi di marzo. A Casa Sankara coloro che arrivano chiedendo asilo o cercando lavoro non sono semplici oggetti di solidarietà e di carità. Sono soggetti, sono una risorsa.

Il ritratto di Thomas Sankara guarda dritto il visitatore. Accanto al volto del leader rivoluzionario del Burkina Faso, ucciso nel 1987, una sua frase: «Lo schiavo che non prende la decisione di lottare per liberarsi, merita ampiamente le sue catene». Forse è troppo duro per tutti quelli che si trovano ai margini della società, nelle tante forme di schiavitù postmoderna. Ma il messaggio ha il pregio della chiarezza: non bisogna aspettare un liberatore, non bisogna rassegnarsi al peggio, accettare passivamente il proprio degrado e quello di chi ti sta accanto.

Messaggio tanto più significativo, perché è dipinto sul muro di Casa Sankara, centro di accoglienza per migranti e cooperativa formata e gestita dai migranti stessi, a pochi chilometri dal famigerato ghetto di Rignano.

Siamo in provincia di Foggia, nel comune di San Severo. «Finché non s’è messo piede nel ghetto di Rignano Garganico, non si può avere idea di cosa sia un inferno molto ben organizzato», scrive il sociologo barese Leonardo Palmisano in Ghetto Italia. Fino allo scorso marzo era una baraccopoli di legno e plastica, dove si viveva in condizioni indegne per un essere umano, ma che in qualche modo “funzionava”. Una piccola città nel degrado, dove tutto si pagava, e tutto era in vendita, a partire dai corpi. Lavoro di braccia sfruttato nei campi di pomodori, sesso a pagamento. Stare al ghetto non era solo vivere ai margini di tutto, esclusi da tutto; era anche (e soprattutto) stare “sotto”. Schiacciati dai caporali, dalla criminalità, dal datore di lavoro; e sopra ancora, dalla “mano invisibile del mercato”, dalle multinazionali dell’agroalimentare che fanno il bello e cattivo tempo, dalla politica collusa, dalla legge che si gira dall’altra parte. Questa piaga a cielo aperto è stata chiusa.

Casa Sankara ha contribuito a svuotare di senso il ghetto. Offrendo un’alternativa che rovescia la prospettiva (sbagliata) sugli immigrati: sono visti come problema mentre, invece, sono una risorsa. Qui ottengono un posto migliore dove abitare e una dimensione di vita diversa, che permette di ritrovare tutti i valori che per necessità sono stati messi da parte, a partire dalla dignità.

Perché gli uomini e le donne di Casa Sankara non vogliono passare dalla condizione di sfruttati a quella di assistiti. Sempre in una posizione subalterna, quasi mai considerati per quello che sono: persone con una storia, con capacità e idee proprie. Racconta M’Baye, senegalese di 56 anni, leader di Casa Sankara: «Eravamo a Foggia, a un convegno sul caporalato, sullo sfruttamento dei lavoratori extracomunitari. In sala, molti di noi africani. Terminati gli interventi dei relatori, ho fatto notare che tutti avevano parlato in nome nostro, ma nessuno aveva pensato di far parlare noi».

Nel dibattito intorno ai rifugiati o migranti economici, regolari o meno, “loro” sono quasi sempre oggetto di giudizi, considerazioni, analisi, statistiche. Ma in prima persona non compaiono quasi mai. E se non hanno voce né rappresentanza (o ne hanno pochissima), figuriamoci se si può ipotizzare che siano loro stessi a dare una risposta all’accoglienza e agli scogli dell’integrazione, dello sfruttamento, alla vergogna dell’emarginazione. Mentre sarebbe il passaggio fondamentale per invertire una tendenza regressiva, ai limiti del razzismo. 

Migranti “borghesi”

È una storia a metà quella di Casa Sankara e dei due protagonisti, Mbaye e Hervé. Non c’è lieto fine, ancora, ma non c’è nemmeno la sconfitta. C’è una ostinata lotta che continua. Intanto, è la lotta personale di gente che, contrariamente a quello che si pensa, ha avuto in passato…
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In alto, slogan e azione: messaggio di Sankara che ha il pregio della chiarezza (Foto: Roberto d’Agostino)

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