Ua contro Cpi
Un brutto segnale dall’ultimo vertice dell’Unione africana. I leader del continente hanno aperto un percorso che può portare al non riconoscimento della Corte penale internazionale. La Cpi è accusata di essere pilotata dagli interessi occidentali.

L’hanno deciso in pratica di nascosto. A porte chiuse. Su iniziativa del presidente kenyano Uhuru Kenyatta, i capi di stato e di governo dell’Unione africana (Ua), riunitisi a fine gennaio ad Addis Abeba per il 26° vertice, hanno adottato alla fine dei lavori una road map per ritirare l’adesione dei paesi africani alla Corte penale internazionale (Cpi), il tribunale delle Nazioni Unite che dal luglio 2002 giudica a L’Aia (Olanda) i crimini di genocidio, di guerra e contro l’umanità.

Le aspre critiche africane alla Cpi sono note da tempo: la Corte ha aperto procedimenti giudiziari ed emesso mandati di cattura internazionali solo contro degli africani, restando immobile verso altri crimini compiuti in altre regioni del mondo; gli ordini di arresto spiccati contro il presidente sudanese Omar el-Bashir o contro lo stesso Kenyatta e il suo vice Ruto sono illegali dato che, secondo l’Ua, sul piano internazionale prevale il principio di immunità riservato a tutti i capi di stato nell’esercizio delle loro funzioni; le accuse della Corte – ad ascoltare Kenyatta – sono «politicizzate, infondate e rispondono ad esigenze diplomatiche dell’Occidente».

La polemica decisione presa ad Addis Abeba per il momento ha i contorni di una pesante minaccia – tutta politica – tesa a condizionare i lavori della Corte dell’Aia, tant’è vero che sembra non esistere un testo scritto della decisione, mai resa pubblica su carta. Ma non per questo è meno grave: delinea che i leader africani si proteggono tra loro negando il diritto internazionale, respingendo il diritto alla verità e alla giustizia (che dovrebbero avere i loro popoli), screditando l’unica giurisdizione penale mondiale che ha certamente dei difetti ma il potere di richiamare, con la sua stessa esistenza, i governanti alle loro responsabilità.

Accusare la Cpi di accanirsi contro l’Africa non rende meno gravi i delitti di quei singoli africani, capi di stato o no, che all’Aia sono chiamati a rispondere di crimini di guerra e contro l’umanità. Come sta avvenendo in questi giorni per Laurent Gabgbo, l’ex presidente della Costa d’Avorio.

A questo si aggiunga che il Consiglio esecutivo dell’Ua ha deciso ad Addis Abeba di rendere operativa la competenza della Corte africana di giustizia e dei diritti umani a giudicare i crimini internazionali sulla base dello Statuto di Roma del 1998. Una scelta che, di fatto, avvia la Corte africana di giustizia a sostituire la Cpi. Con il risultato di garantire l’impunità dei capi di stato e di governo, che non risponderebbero a nessuno di eventuali crimini di genocidio, di guerra e contro l’umanità.

Sono brutti segnali, insomma, quelli che arrivano dall’Unione africana in tema di protezione delle popolazioni civili e di lotta per la verità e la giustizia. Il rispetto della sovranità statale non può e non deve trasformarsi in impunità politica. Mai.

Sopra i capi di stato africani riuniti al 26° summit dell’Unione Africana ad Addis Ababa, Etiopia, lo scorso 30 gennaio 2016 (Photo: Pan Siwei/ Nurphoto) e il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta durante il summit.