ALTRE AFRICHE – DIARIO DI VIAGGIO: MABONENG 2
Davide Maggiore

È mezzogiorno di sabato. Maboneng si riempie dei profumi di cucine dal mondo: francese, italiana, giapponese, del Corno d’Africa e naturalmente sudafricana. Tentazioni per i giovani che scendono dalle auto prenotate con la app Uber o da biciclette noleggiate, inconsuete nell’inquinata Johannesburg. Tra la folla, spicca Ayanda Mnyandu: barba, occhiali da sole, cappello marrone da baseball indossato al contrario, shorts e t-shirt colorata. E una sacca in spalla, da cui tira fuori uno skateboard. Un mezzo di trasporto e un lavoro, per il giovane fondatore di City Skate Tours, che con la tavola a rotelle fa scoprire Johannesburg ai turisti.

«Bisognerebbe riportare le persone nel centro città perché ha tanto da offrire, ma molti hanno in mente solo stereotipi», spiega Mnyandu, alludendo alla cattiva fama della cosiddetta inner city in fatto di sicurezza e crimine. «Visitarla in skate – riprende – è la dimostrazione che lì ci si può anche divertire». Maboneng è una delle tappe più importanti dei tour: «Rappresenta lo sviluppo di Johannesburg, la nuova interpretazione del centro», continua Mnyandu, che ha imparato a conoscere il quartiere grazie a un amico dipendente del Bioscope, cinema che proietta film indipendenti. E l’appuntamento per il nostro incontro, lo ha fissato davanti a un ostello che ospita appassionati dei viaggi zaino in spalla, tra cui parecchi giovani europei.

Rispetto ai critici che parlano di gentrification, di un contesto sempre più pensato per la borghesia e meno per i poveri, il giovane imprenditore è più ottimista: «Certo, questo era nato come un quartiere di artisti, di creativi e ora l’attenzione è più sul settore immobiliare», riconosce. «Ma per me non è necessariamente negativo: se vogliamo che questo spazio continui ad esistere, deve crescere».

Che un’espansione sia in corso – e che Maboneng ne sia un modello – è fuori di dubbio. Per capirlo basta dirigersi verso il cuore di Johannesburg, il vecchio centro degli affari, che nei decenni ha perso parte del suo ruolo e del suo prestigio. Ma ora anche qui è facile vedere cartelli che offrono appartamenti o uffici ristrutturati. E attorno a un edificio malmesso all’angolo della Main Street, si concentrano le auto e le divise blu e arancio brillante della polizia locale: l’altro volto dei progetti di ‘rigenerazione urbana’.

Nei mesi scorsi la municipalità guidata dal sindaco Herman Mashaba e dalla Democratic Alliance di centrodestra, ha annunciato l’esproprio di oltre 200 cosiddetti hijacked buildings: edifici abbandonati o lasciati nell’incuria dai proprietari, ma ancora abitati, o occupati, da migranti e cittadini con pochi mezzi. Per molti è l’unico modo di avere un tetto nella zona della città in cui si guadagnano da vivere. Ma la risposta coincide spesso con gli sgomberi, che non solo l’attuale sindaco ha portato avanti.

Era ancora l’African National Congress – storico ex movimento di liberazione – ad amministrare la città quando nel 2015, ad esempio, fu sgomberata per due volte la Central Methodist Church di Pritchard Street. Per anni era stata, grazie al vescovo Paul Verryn, un rifugio per centinaia di migranti dello Zimbabwe, che la affollavano ad ogni ora del giorno. Oggi, fuori dagli orari delle funzioni, i locali ritinteggiati restano vuoti, esclusa la piccola libreria di testi sacri: sono spariti i piccoli laboratori artigiani creati dai migranti ed è sprangata la porta oltre la quale, prima, stava la nursery per i figli dei rifugiati. Del passato, all’ingresso, resta solo una poltrona sfondata, dimenticata chissà perché.  

Leggi anche la prima tappa del diario: Le luci di Joannesburg

Foto: Ayanda Mnyandu a Maboneng. (Davide Maggiore)