I diffusi casi di abusi sessuali di bambini e minori da parte di membri del clero costituisce per la Chiesa la peggiore crisi dopo la Riforma. Papa Francesco ha riconosciuto il male degli abusi sui minori come una “ferita ecclesiale” che ha causato danni incalcolabili a vittime e sopravvissuti e danneggiato la credibilità della chiesa e dei suoi ministri.

Tra le sue numerose cause e fattori propulsivi, il clericalismo si distingue come mentalità, atteggiamenti e pratiche odiose e spregevoli. L’abuso sui minori si colloca tra quei peccati contro lo Spirito per cui Gesù di Nazaret ha concesso l’impossibilità del perdono (Mc 3,29).

In modo ancora più dirompente, il fenomeno dell’abuso viola alla radice l’attenzione speciale per i bambini e per le persone vulnerabili che Gesù ha lodato più volte nel vangelo (Mt 18, 1-5). Anche se alcune statistiche indicano una preponderanza di abusi nelle famiglie, ogni bambino violentato è comunque un crimine di troppo, soprattutto da parte di persone incaricate della loro cura e protezione.

L’Africa non è risparmiata dalla presenza o dalla prevalenza di abusi sessuali su minori da parte di uomini di Chiesa. Nella continua ricerca di una risposta efficace, giusta e dignitosa al fenomeno degli abusi sui minori, potremmo cercare soluzioni al di fuori della Chiesa. Viene in mente un esempio: una pratica basata sulla comunità per la cura e la protezione dei bambini.

In diverse culture africane, un bambino nasce in una comunità, non in una famiglia isolata. Di conseguenza, una rete di parenti e conoscenti si assume la responsabilità della sua cura, educazione e protezione che può assumere, di volta in volta, le connotazioni della disciplina, del controllo e dei consigli.

Alla base di questo approccio si trova l’etica comunitaria dell’Ubuntu (“Sono perché siamo”) che riconosce interdipendenza dell’esistenza e della dignità umana. La violazione di questa etica comporta gravi sanzioni. Questa disposizione ha però anche i suoi difetti. Non da ultimo la tendenza a coprire l’abuso e organizzare il risarcimento in modo clandestino.

Ciononostante, esiste un valore nell’esercizio collettivo che riguarda la responsabilità e il dovere nella cura e nella protezione dei bambini. Se ci vuole un villaggio per crescere un bambino, lo stesso vale nella Chiesa: ci vuole una comunità per proteggere e prendersi cura di un bambino.

Perché ciò accada dobbiamo sviluppare nuove pratiche ecclesiali che consentano la corresponsabilità e la governance condivisa nell’esercizio dell’autorità, della supervisione e della responsabilità. Ciò implica una radicale revisione delle strutture di governo e della pratica dei ministeri nella Chiesa.

Mentre ancora oggi tali strutture e pratiche sono indiscutibilmente nelle mani di una minoranza ecclesiale, una revisione profonda delle forme e delle strutture di governo permetterebbe alla Chiesa di attingere alla forza collettiva, alla saggezza e al controllo dei fedeli laici per garantire che il rispetto del precetto evangelico di non ferire mai un bambino. Quando questo accadrà potremo davvero riconoscerlo tutti insieme: ci vuole una comunità per far crescere un bambino.


Ubuntu

Pietra angolare del senso comunitario del vivere, dell’etica e della filosofia di tanti popoli africani significa “Sono perché siamo”. L’interdipendenza tra la persona e la comunità sono alla base delle relazioni con i viventi e con gli antenati. Da un lato quindi si sottolinea l’umanità sperimentata e vissuta insieme agli altri e dall’altro, l’umanità come valore. È qualcosa di paragonabile al sumak kawsay quechua e al buen vivir dei popoli amazzonici: armonia delle relazioni, generosità, solidarietà, compassione per chi ha bisogno, e sincero desiderio di felicità e armonia fra tutti.