Il governo militare della Guinea-Bissau mostra il suo volto più duro. Chi si aspettava una transizione pacifica, dopo il colpo di stato seguito alle ultime elezioni presidenziali di fine 2025, è rimasto deluso.
Bubacar Turé, presidente della influente organizzazione sociale della Lega guineana dei diritti umani (LGDH), in lacrime ha annunciato la morte violenta dell’attivista Vigário Luís Balanta, presso Nhacra, una trentina di chilometri dalla capitale Bissau.
Balanta era uno dei principali attivisti dell’organizzazione della società civile Pó di Terra, che continua a battersi per la pubblicazione del risultato delle ultime elezioni presidenziali, facendo pressione sul presidente in carica, il generale golpista Horta Inta-A Na Man, e sul suo esecutivo.
Un’attività che mette in discussione la legittimità dell’attuale esperienza governativa, cominciata su basi già ben poco solide da questo punto di vista. Il putsch è infatti avvenuto il 26 novembre, tre giorni dopo le elezioni che vedevano contrapporsi il presidente uscente Umaro Sissoco Embalò e il rappresentante delle opposizioni Fernando Dias, tra i pochi la cui candidatura era stata ammessa al voto.
L’intervento dell’esercito ha interrotto il processo di conteggio del voto e impedito di annunciare il vincitore della consultazione, indicato come Dias da diversi esponenti della società civile e delle opposizioni.
Il governo smentisce
Dal cadavere di Balanta sono stati estratti due proiettili di Ak-47, mentre altri segni di violenza sono stati individuati alla gola e ai piedi.
A oggi il governo militare smentisce qualsiasi coinvolgimento in questa terribile uccisione, condannandola. Il Fronte Popolare però, che riunisce parte delle opposizioni e della società civile, ha parlato esplicitamente di un’esecuzione politica, voluta dal regime golpista ed eseguita da corpi speciali.
L’attacco alle radio
Che il clima sia pessimo, in Guinea-Bissau, non è dimostrato solo da questo omicidio, le cui cause appaiono appunto come politiche. Dal 31 marzo scorso, una decina di radio private – una delle poche voci ancora indipendenti del paese – hanno dovuto chiudere temporaneamente i battenti per sette giorni prorogabili, a causa di un provvedimento del ministero delle Comunicazioni.
Il problema riscontrato, che si trascina da anni, starebbe nella mancanza di pagamento delle licenze annuali di trasmissione, dal valore di 5 milioni di franchi CFA (circa 7.600 euro). Una cifra questa, giudicata esorbitante dal forum delle radio private che rappresenta le emittenti. Per questo, era stata avviata una trattativa col primo ministro, Ilídio Vieira Té, per capire se ci fossero spazi di manovra per risolvere la situazione.
Ogni tentativo in questo senso è stato però interrotto bruscamente dalla decisione di chiudere temporaneamente le stazioni radiofoniche non in regola col pagamento della tassa annuale. Tra questa va menzionata anche Radio Sol Mansi, emittente cattolica nota anche fuori dal paese per la sua affidabilità.
Accerchiati il PAIGC e Domingos Simões Pereira
Il cerchio si sta chiudendo anche attorno alla principale forza di opposizione politica, il Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde (PAIGC): pochi giorni fa, la riunione del Comitato centrale del partito, prevista per sabato scorso, è stata rinviata a causa di un intervento delle forze dell’ordine nell’hotel in cui l’incontro avrebbe dovuto svolgersi.
Dopo il colpo di stato del novembre scorso, infatti, il PAIGC si è visto chiudere la propria sede dalla giunta e si è trovato costretto a cercare luoghi alternativi dove organizzare le sue riunioni.
Questa volta, però, il Comitato centrale non è potuto neanche iniziare, viste le pressioni sui proprietari dell’hotel scelto per ospitare l’iniziativa. La riunione bloccata dai militari era particolarmente rilevante perché sarebbe dovuta servire a convocare l’XI Congresso del partito e a selezionare la commissione preparatoria che dovrà organizzare i festeggiamenti per il 70esimo anniversario della nascita del partito, previsto per il prossimo settembre.
Entrambi i processi risultano però sospesi in attesa che la situazione si sblocchi.
Nel frattempo, il leader del PAIGC, Domingos Simões Pereira, si trova ancora agli arresti domiciliari dopo aver trascorso due mesi in carcere a partire dalle ore immediatamente successive al golpe.
Mesi di detenzione che sono stati imposti senza che venissero formalizzate accuse ufficiali e al massimo ventilando un suo possibile coinvolgimento su un ipotetico tentativo di colpo di stato ai danni dell’amministrazione Embalò. Nei giorni scorsi Simões Pereira è stato ascoltato da una procura militare come testimone in relazione a questi avvenimenti.
I legali del politico hanno già presentato due richieste di habeas corpus per il suo rilascio, sottolineando inoltre come la detenzione domiciliare non sia prevista dall’ordinamento della Guinea-Bissau.
I legali del politico, già presidente eletto dell’Assemblea nazionale prima che questa venisse sciolta da Embalò nel dicembre 2023, hanno riferito che decine di uomini armati sorvegliano la residenza del loro assistito.
“Un crimine che indigna tutti noi”
Nonostante le condizioni dure quindi, Simões Pereira ha trovato il modo di condannare la morte dell’attivista Balanta: “Questo atto barbaro non è solo un attacco a un individuo, è un altro inaccettabile tentativo di mettere a tacere la voce della cittadinanza guineana”, ha denunciato il leader dell’opposizione in un messaggio al quotidiano portoghese Observador.
“Tutto ciò provoca indignazione, indigna tutti noi, indigna tutti gli amanti della pace e della libertà”.
Il silenzio del mondo
Mentre il governo militare guineano sembra ben instradato nel suo cammino verso l’autoritarismo, gran parte della comunità internazionale tace. La Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS/CEDEAO) di cui Bissau è stato membro non ha ancora emesso alcun comunicato di condanna verso la morte di Balanta.
Anche l’Unione Europea – il principale partner internazionale del paese – sembra essersi assuefatta al precipitare della situazione.
Un importante giornale portoghese, Público, ha intitolato un recente articolo in merito alla crisi che si sta vivendo in Guinea-Bissau con parole sintomatiche: “Silenzio di morte in Guinea-Bissau”.
Un silenzio che, vale la pena ricordarlo, comprende anche l’impossibilità di avere notizie da quelle che erano le principali fonti internazionali di informazione sul terreno, l’agenzia portoghese LUSA, e le emittenti pubbliche di Lisbona RTP e RDP, le cui delegazioni sono state chiuse e i giornalisti rimpatriati l’agosto scorso dall’allora presidente Embalò.
Misure che l’attuale esecutivo si è guardato bene dall’annullare, in un chiaro tentativo di mettere a tacere qualsiasi voce dissonante, dagli attivisti ai giornalisti, fino ai principali avversari politici. Con qualsiasi mezzo e a qualsiasi costo.