Da Nigrizia di aprile 2011: i problemi sul tavolo dopo il voto del 18 febbraio
La rielezione di Museveni, la quarta, consente al presidente di essere sulla buona strada per battere il record dei 30 anni al potere. Quella ugandese rimane una democrazia sofferente per i postumi della sbornia militaristica. Gruppi di soldati continuano a pattugliare le zone più calde del paese, con le opposizioni che hanno sempre meno voce.

A maggio, Yoweri Kaguta Museveni presterà giuramento come presidente dell’Uganda per la quarta volta. Il 18 febbraio scorso, infatti, ha vinto le elezioni con il 68,4% dei voti, lasciando Kizza Besigye, il suo principale oppositore, al 26% delle preferenze.

 

Lo scrutinio si è svolto pacificamente, fatta eccezione per alcuni incidenti in talune circoscrizioni elettorali, dove si sono registrate tensioni, per lo più in riferimento al voto parlamentare, svoltosi in concomitanza con quello presidenziale. Edward Scicluna, responsabile della missione degli osservatori inviati dall’Unione europea, ha riconosciuto un miglioramento rispetto ai precedenti appuntamenti elettorali, puntualmente marcati da brogli, violenze e infiniti ricorsi alla Corte suprema. Ha però criticato Museveni per un «eccessivo dispiego del suo potere di presidente», a scapito dei suoi oppositori, e denunciato «numerose pecche, che avrebbero potuto essere evitate da parte della Commissione elettorale», quali l’assenza di molti nomi nei registri elettorali.

 

Già dopo le presidenziali del 2006, la Corte aveva parlato della «necessità di avere una Commissione elettorale più competente». Alla vigilia dell’ultimo voto, le opposizioni hanno avanzato proposte per una radicale riforma elettorale, ma Museveni ha fatto orecchio da mercante ed è tornato a nominare personalmente i membri della commissione, tra la costernazione generale.

 

Pesante è parsa la corruzione. Numerosi i casi di oppositori “comperati” con grosse somme di danaro, senza che la magistratura se ne occupasse minimamente. L’Ordine degli avvocati dell’Africa Orientale (Eals) ha puntato il dito contro le «molte intimidazioni» operate dalle forze dell’ordine. Ingente il dispiegamento di polizia ed esercito in numerose regioni, giustificato dal generale Kale Kayihura, capo della polizia, e dal generale Aronda Nyakairimia, capo delle Forze di difesa, come «opera di prevenzione contro possibili violenze durante e dopo il voto».

 

 

Timori di scontri

In seguito all’ondata di sommosse popolari che stavano attraversando il Nord Africa, si era temuto che alcuni gruppi di cittadini potessero dare inizio a una “rivolta stile Egitto” o, peggio ancora, a “scontri violenti stile Kenya 2008”. Besigye stesso, a gennaio, non aveva mancato di accennare a una simile possibilità («Una sollevazione popolare in Uganda è persino più probabile che in Egitto e in Tunisia, a causa della corruzione che dilaga nel paese »), dando così al governo una scusa per schierare ingenti forze di sicurezza, «per scoraggiare la gente dallo scendere per le strade». La verità è che, come ha fatto notare Wilber Kapinga, capo degli osservatori messi in campo dall’Eals, «i poliziotti e i soldati sono serviti più a intimidire la gente che a garantire la sicurezza».

 

Dopo la proclamazione ufficiale del verdetto elettorale, il 20 febbraio, Besigye e gli altri candidati hanno prontamente rifiutato di riconoscere i risultati, definendo lo scrutinio «un’autentica frode».

 

La risposta di Museveni non s’è fatta attendere: ha minacciato il rivale di sbatterlo in prigione, «se non per le bugie che va dicendo, per il tentativo di destabilizzare la nazione». Besigye, di rimando, è tornato a parlare di «possibile resistenza popolare al regime» e ha giurato che farà in modo che la volontà del popolo prevalga.

 

Oggi in parlamento 270 dei 350 seggi sono occupati da esponenti del Movimento di resitenza nazionale, il partito del presidente. L’opposizione, consapevole che la sua voce non avrà molti modi per farsi sentire, sta cercando altre forme per rimuovere quello che definisce «il regime di Museveni». Il presidente, la polizia e l’esercito hanno messo in guardia: «Schiacceremo chiunque tenti di destabilizzare la pace nel paese».

 

 

Le promesse del presidente

Alcuni giorni dopo essere stato dichiarato vincitore delle elezioni, nel corso di un ricevimento offerto ai più vicini collaboratori, Museveni ha sfoderato il suo usuale linguaggio: «Se qualcuno oserà scendere in strada per protestare, lo mangerò vivo, come si fa con un samosa (popolare antipasto, di origine indiana e diffuso in tutta l’Africa Orientale, consistente in un guscio triangolare di pasta di farina, fritto o al forno, farcito con patate, cipolle, piselli, formaggio, carne e spezie varie, ndr)». Dopo aver vantato i «grandi passi in avanti» compiuti dal paese sotto la sua presidenza, ha promesso una «radicale trasformazione in meglio», grazie alla scoperta del petrolio presso il Lago Alberto. Ha aggiunto: «Non consentirò mai all’opposizione di bloccare questo sviluppo. La spazzerò via». Ha poi concluso, alludendo al fatto che, non essendo affatto stanco di fare il presidente, aspetta che arrivi il 2016 per ricandidarsi.

 

Besigye non ha escluso la possibilità di fare ricorso all’uso delle armi per «restituire il potere al popolo». Ha spiegato: «Il diritto democratico che il popolo ha di scegliersi il proprio leader è stato oltraggiato, ancora una volta, con mezzi coercitivi e illeciti».

 

In attesa delle sontuose cerimonie di insediamento del presidente e del parlamento il prossimo maggio, la situazione rimane fluida.

 

Intanto, folti gruppi di soldati, a piedi o su mezzi blindati, continuano a pattugliare le zone più calde del paese, in particolare alcuni quartieri della capitale, teatro di violenti scontri in occasione di un primo tentativo di eleggere il sindaco, durante i quali numerosi civili e giornalisti sono rimasti feriti.

 

Molti ugandesi cominciano a esprimere ad alta voce il loro desiderio di un cambiamento, stanchi ormai di vivere una democrazia che di democratico ha molto poco e in una economia che, per troppo tempo, è stata volatile, come gli idrocarburi da poco scoperti e su cui il presidente a vita dice di contare.

 

 

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I risultati “presidenziali”

Se i primi due candidati, Museveni e Besigye, hanno ottenuto oltre il 94% dei consensi, agli altri partecipanti alle elezioni presidenziali del 18 febbraio sono rimaste solo le briciole. Norbert Mao, del Partito democratico, ha ottenuto l’1,9%; Olara Otunnu, del Congresso popolare dell’Uganda, l’1,6%; Beti Olive Kamya, dell’Alleanza federale dell’Uganda, unica donna in lizza, lo 0,66%; Abed Bwanika, del Partito popolare dello sviluppo, lo 0,65%; Jaberi Bibandi Ssali, del Partito popolare progressista (Ppp), già più volte ministro nei governi di Museveni, lo 0,44%; Samuel Lubega, indipendente, lo 0,41%.

 

 

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Museveni e l’Lra, una pace apparente

 In occasione delle elezioni presidenziali del 2001 e del 2006, il nord dell’Uganda era apertamente contro Museveni e la gente votò in modo massiccio per il colonnello Besigye. Il motivo? Per 20 anni, dopo la sua salita al potere, il presidente li aveva abbandonati nelle mani dei ribelli dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra), guidati dal famigerato Joseph Kony. Furono due decenni di terrore e morte per i quattro distretti settentrionali di Lira, Gulu, Pader e Kitgum, tanto da indurre l’Onu a definire la regione «teatro della più grave crisi umanitaria del mondo, peggiore di quella del Darfur». Cifre raccapriccianti: decine di migliaia di civili uccisi o mutilati; 60mila bambini rapiti e trasformati in soldato; 2,6 milioni di sfollati in campi di concentramento. E Museveni a promettere di sconfiggere Kony, senza mai mantenere la parola. Un modo come l’altro per punire gli acholi, colpevoli di aver costituito il grosso dell’esercito nazionale di Obote e di essersi schierati contro di lui al momento della conquista di Kampala, nel 1986.

Grazie al cielo, la guerra non è stato il tema centrale dei comizi dell’ultima campagna elettorale. Da tre anni, nella regione regna una relativa pace, grazie ai ripetuti sforzi compiuti dai locali leader religiosi, tra cui mons. John Baptist Odama, arcivescovo cattolico di Gulu, che hanno costretto Museveni e i ribelli a intraprendere colloqui di pace. Questo non significa che i ribelli abbiano deposto le armi: si sono solo spostati in Sud Sudan, nell’Rd Congo e nella Repubblica Centrafricana, dove continuano a seminare terrore. Nelle sue visite nei distretti del nord durante la campagna elettorale, Museveni si è vantato di aver «liberato la zona dall’Lra, neutralizzato Kony e bandito il suo movimento dal paese». Ha aggiunto: «D’ora in poi, l’opposizione non potrà più continuare a dire bugie su questa guerra».

Il 6 febbraio, Justine Labeja Nyeko, capo della rappresentanza dell’Lra ai colloqui di pace, parlando da Nairobi, ha definito l’Uganda uno stato militare: «Il sogno degli ugandesi di poter gestire liberamente il proprio futuro rimane ancora irrealizzabile. Il nostro movimento è consapevole che queste elezioni, come le precedenti, servono solo a legittimare uno stato militare che il regime ha instaurato fin dal suo avvento al potere. E rimane chiaro a tutti che anche le prossime elezioni non potranno offrire a Museveni alcuna legittimità politica».

La Corte penale internazionale non ha cancellato il mandato di cattura nei confronti di Kony e dei suoi più stretti collaboratori (alcuni dei quali sono già morti). È compito degli stati interessati arrestarli e portarli in tribunale. Il dubbio è che non lo faranno mai, perché a troppi conviene che i ribelli continuino a seminare panico nella regione.

A febbraio, alti vertici militari congolesi hanno accusato Kampala di «esagerare il pericolo posto dall’Lra nell’Rd Congo solo per giustificare la loro presenza in un paese straniero e continuare a ricevere fondi speciali dagli Stati Uniti». Il colonnello Babu Nadoo, responsabile delle forze congolesi nella regione di Dungu, nord-est dell’Rd Congo, ha affermato: «La caccia a Kony e ai suoi uomini è ormai diventato un grosso business per gli ugandesi, che, però, non hanno alcuna intenzione di sconfiggere i ribelli».

 

 

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Un presidente tra brogli e nepotismo

 Nel 1970 Museveni si laurea in scienze politiche, giuridiche ed economiche presso l’Università di Dar es Salaam (Tanzania) con una tesi di laurea sull’applicabilità della “violenza rivoluzionaria” di Franz Fanon nell’Africa postcoloniale. Entra nei servizi segreti del presidente ugandese, Milton Obote, ma è subito costretto a seguirlo in esilio, in Tanzania, dopo il colpo di stato di Idi Amin del gennaio 1971. Nel gennaio 1979, accanto all’esercito tanzaniano, che invade l’Uganda per scacciare Amin, tra i numerosi gruppi di fuoriusciti ugandesi riuniti nel Fronte/esercito nazionale di liberazione dell’Uganda (Unlf/a) c’è anche il Fronte per la salvezza, guidato da Museveni.

Dopo la guerra di liberazione, Museveni è vicepresidente della Commissione militare che gestisce il potere, presieduta da Paulo Muwanga. Il professore Yusuf Kironde Lule è nominato presidente, ma viene “licenziato” dopo 64 giorni e sostituito dall’avvocato Godfrey Binaisa, che ricopre la carica fino al 12 maggio 1980, quando è deposto da un colpo di stato orchestrato da Museveni, Oyite-Ojok e Tito Okelo. Il potere passa nelle mani di una Commissione presidenziale, guidata da Muwanga. Il 10 dicembre ci sono le elezioni. Museveni vi partecipa, ma perde miseramente. La vittoria di Paul Kawanga Ssemogerere è data per scontata, ma Muwanga assegna la vittoria a Obote.

Museveni non ci sta e, nel febbraio 1981, dà inizio alla guerriglia che durerà 5 anni. Il 26 gennaio 1986, alla guida dell’Esercito di resistenza nazionale (Nra), entra come vincitore in Kampala.

Da subito, Museveni incarna le speranze per una rinascita del paese. Nel 1995 fa varare una nuova costituzione, che consente due soli mandati presidenziali. Spiega: «Il problema dell’Africa sta nel fatto che i presidenti, una volta eletti, non se ne vanno più». Nel 1996 si fa eleggere presidente, presentandosi come candidato unico del Movimento di resistenza nazionale (Nrm). Nel 2001, affronta di nuovo le urne e sconfigge Kizza Besigye Kifefe, ex colonnello dell’Nra, suo ex dottore privato, passato all’opposizione come leader del Forum per il cambiamento democratico. Besigye contesta i risultati e fa ricorso alla Corte suprema. Che riconosce i numerosi brogli, ma li giudica «non sufficienti per annullare il voto».

Nel 2005, l’Nrm, maggioritario in parlamento, fa cancellare la clausola costituzionale che limita i mandati presidenziali. Per avere i voti necessari, Museveni promette 2.500 dollari a tutti i parlamentari che voteranno “sì” al cambio della costituzione. L’opposizione accusa Museveni del collasso delle istituzioni, della mancanza dei servizi sociali, dello sfacelo di quella che era una volta la “Perla d’Africa”, della crescente povertà e della diffusa disoccupazione. Gli viene attributo anche il diffondersi della corruzione, che s’infiltra in tutti i gangli dell’amministrazione, dove spadroneggiano “super ministri” che lui stesso non è più in grado di governare. E non sono accuse campate in aria. Il nepotismo è imperante. La moglie di Museveni, Janet, è eletta parlamentare e nominata più volte ministra. Il figlio Muhoozi Kainerugaba comanda le forze speciali responsabili della sicurezza del presidente. Una sorella ha un posto di prestigio nell’amministrazione statale. Per non parlare dei cognati e cognate, cugini e parenti, tutti con stipendi da nababbo, pagati dall’erario statale.

Nel 2006, sembra giunta la volta di sloggiare Museveni dalla presidenza. A contendergli il posto c’è ancora Besigye, che però è in prigione con l’accusa di aver compiuto «atti sovversisi». Come nel 2001, anche questa volta le accuse di brogli sono riconosciute «fondate» dalla Corte, ma non tali da togliere a Museveni la vittoria.





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