Ieri, 15 gennaio, gli ugandesi hanno votato in un clima teso, come era ampiamente previsto.
Il presidente in carica da 40 anni, Yoweri Museveni, dopo aver deposto la sua scheda, si è detto sicuro di vincere un settimo mandato con almeno l’80% dei voti, “se non ci saranno imbrogli”.
Ha anche assicurato che le forze dell’ordine sarebbero intervenute per impedire ogni manifestazione che avrebbe potuto disturbare il voto. Affermazioni da tenere in considerazione quando si dovrà valutare se le elezioni sono state libere e credibili.
Le draconiane misure prese dal governo per limitare i contatti, soprattutto con l’estero, (shutdown di Internet e linee telefoniche) non hanno impedito di avere un quadro piuttosto preciso della situazione.
Il Daily Nation, il maggior quotidiano del Kenya, dice che le operazioni di voto si sono svolte senza particolari problemi, ma in una situazione pesantemente militarizzata, mentre l’apertura dei seggi è stata ritardata, anche di parecchie ore, da problemi tecnici.
In diversi casi, infatti, il materiale elettorale non è arrivato in tempo, ma soprattutto non ha funzionato il sistema di riconoscimento biometrico, attraverso le impronte digitali. Se ne è lamentato lo stesso Museveni; neppure le sue impronte sono state accettate dal computer dedicato. Sembra che le macchine non fossero state settate correttamente o, dicono altre fonti, il loro settaggio non avrebbe tenuto conto della sospensione della rete.
In moltissimi casi si è dovuto ricorrere alla registrazione manuale, cosa che ha allungato ulteriormente l’attesa dei votanti che si erano messi in fila per esercitare il proprio diritto nelle prime ore del mattino. Molti alla fine hanno deciso di rinunciare. Secondo prime valutazioni, la percentuale di chi ha votato sarebbe stata piuttosto bassa.
Il conteggio dei voti, cominciato ieri dopo la chiusura delle urne, è ancora in corso. Il vincitore sarà dichiarato ufficialmente dalla Commissione elettorale domani, sabato 17 gennaio.
Ma ci sono pochi dubbi sul risultato. Secondo i dati diffusi finora, Museveni sarebbe largamente in testa. Dopo lo scrutinio del 60% delle schede, il presidente in carica avrebbe avuto il 75% delle preferenze. Il suo maggior antagonista, Robert Kyagulanyi Ssentamu, detto Bobi Wine, si attesterebbe attorno al 20%.
Durante la giornata elettorale, Wine ha denunciato frodi massicce, senza però portare prove, almeno per il momento, delle sue affermazioni.
In serata il suo partito, il National Unity Platform (NUP), ha fatto sapere con un post su X che uomini dell’esercito e della polizia avevano circondato la sua casa, a Kampala, “mettendo di fatto lui e sua moglie agli arresti domiciliari”.
Le autorità competenti non hanno finora commentato.
Del resto non sarebbe una novità. Era già successo nelle scorse elezioni, quando era stato isolato nella sua casa per diversi giorni.
E sempre su X cominciano a circolare post di sostenitori dell’opposizione che parlano di assalti ad opera di militari e polizia, di arresti arbitrari di membri del NUP e scrutatori, e di persone uccise e ferite. Denunce che al momento non abbiamo modo di verificare.
L’agenzia Reuters riporta di un attacco avvenuto nella notte nell’abitazione di un parlamentare del NUP, Muwanga Kivumbi, a Butambala, dove si erano radunate alcune persone per seguire i primi risultati.
Citando un racconto della moglie di Kivumbi, l’attivista per i diritti umani Zahara Nampewo, Agather Atuhaire, un importante attivista per i diritti umani, ha affermato che soldati e polizia hanno sparato gas lacrimogeni e poi proiettili veri, uccidendo 10 oppositori.
Anche in questo caso non è stato possible avere una verifica indipendente dei fatti.
Altri approfondimenti sull’Uganda al voto nel nostro dossier di gennaio.