Come ampiamente previsto, Yoweri Museveni, 81 anni, è stato eletto per la settima volta consecutiva presidente dell’Uganda con il 71,65% dei voti. Età e salute permettendo, guiderà il paese per altri cinque anni, rimanendo al potere per 45 anni complessivamente. Ha potuto presentarsi come candidato presidente anche per questa tornata elettorale dopo aver modificato la Costituzione, cancellando i limiti d’età e il numero dei mandati che vi erano stabiliti.
Un risultato in un certo senso paradossale: una tra le più giovani popolazioni del pianeta (età media 16,9 anni e solo il 2% sopra i 65 anni) avrebbe votato in grandissima maggioranza per uno tra i più vecchi presidenti, sia in termini di età che di periodo al governo.
Il suo più importante avversario, Robert Kyagulanyi, conosciuto come Bobi Wine, 43 anni, si è fermato al 24,72% dei voti, molto al di sotto del risultato raggiunto nel 2021, quando avevano votato per lui il 35% e oltre degli elettori.
Repressione e disillusione
L’affluenza alle urne è stata bassa, tanto che lo stesso Museveni, nel suo discorso di accettazione della presidenza si è chiesto come mai: «Circa 10 milioni della nostra gente non ha votato. Molti sono membri del nostro partito, dobbiamo capire perché».
Una risposta si trova nelle considerazioni degli osservatori internazionali. Apparentemente le operazioni di voto si sono svolte quasi ovunque in modo regolare, ma l’interruzione di internet, decisa dal governo, non ha permesso un monitoraggio capillare ed efficace. Tuttavia l’affluenza è stata negativamente influenzata da “intimidazioni, arresti e rapimenti” che hanno colpito l’opposizione e la società civile.
Questo, ha aggiunto l’ex presidente nigeriano Goodluck Jonathan, che rappresentava gli osservatori dell’Unione Africana, “ha instillato paura e ha eroso la fiducia della gente nel processo elettorale”. Parole pesanti che gettano ombre scure sul futuro. Un vecchio presidente che ha avuto un ruolo importante nella storia del suo paese che rischia di essere ricordato come colui che l’ha traghettato da una crisi all’altra.
Bobi Wine, da una località dove si trova nascosto per sottrarsi ad eventuali ritorsioni, mentre la sua famiglia sarebbe assediata dalle forze di sicurezza nella sua casa di Kampala, ha rigettato il risultato del voto. “Sono una vergogna”, ha dichiarato un portavoce del suo partito, il National Unity Platform (NUP). Ma ha assicurato che continuerà a lavorare per “la liberazione del paese” da un potere sempre più autoreferenziale e autoritario.
Futuro incerto
Archiviate le elezioni, al di là e al di sopra del risultato, gli interrogativi degli osservatori, e anche dei semplici cittadini, si appuntano tutti sul futuro del paese.
“Uganda holds elections under the shadow of an uncertain future” (L’Uganda si prepara alle elezioni sotto l’ombra di un futuro incerto)”, titola una sua analisi, precedente al voto, il Crisis Group, un centro di ricerca autorevole, per l’analisi delle crisi e l’indicazione di possibili soluzioni. Il problema, dice l’articolo, sta nella successione, sempre più vicina, in un paese cruciale per la stabilità della regione.
L’ombra di Muhoozi
Il favorito, ormai da tempo, sembra essere Muhoozi Kainerugaba, capo dell’esercito e figlio primogenito dell’anziano presidente, non necessariamente il suo preferito. Muhoozi è un uomo dal carattere impulsivo e imprevedibile, ben poco gradito ai paesi vicini con i quali ha già scatenato tensioni, smussate dall’intervento del padre.
Clamorosa una dichiarazione di alcuni anni fa nei confronti del Kenya: “A me e al mio esercito ci vorrebbero meno di due settimane per prendere Nairobi”. Una “sparata” per la quale il padre ha dovuto fare pubblica ammenda.
La strada verso la successione
Secondo la legge ugandese, un militare non potrebbe avere anche un ruolo politico. Ma ormai la sua forza è così consolidata che gli permette di esprimere apertamente le proprie ambizioni. Il suo modo aggressivo di perseguire il potere ha irritato molti nel partito di maggioranza, il National Resistance Movement (NRM), che però sembra non aver alternative.
In queste elezioni la sua posizione potrebbe essere stata consolidata dall’entrata in Parlamento e nelle amministrazioni locali di parecchi suoi sostenitori, che affollavano le liste elettorali.
Secondo diversi osservatori, Muhoozi starebbe rafforzando anche la sua presa nell’esercito, assegnando a giovani a lui fedeli i posti lasciati liberi dai generali del tempo in cui capo dell’esercito era Museveni. Ha inoltre potenziato un corpo d’élite, le Special Forces Command, che ha il compito di proteggere non solo il presidente, ma tutta la sua famiglia. Infine ha consolidato il potere economico dell’esercito, con investimenti in agricoltura e nel settore delle infrastrutture.
Al momento opportuno, quando Museveni non potrà più esercitare le sue funzioni, Muhoozi potrebbe essere così ben posizionato da subentrare senza bisogno di essere eletto, pacificamente o con un pronunciamento dell’esercito, dice l’analisi del Crisis Group. E aggiunge che eventuali proteste dell’opposizione sostenute dalla Gen Z, come negli altri paesi della regione, potrebbero facilmente essere soffocate nel sangue, come altrove, del resto. Kenya e Tanzania insegnano.
Equilibri regionali
Una presidenza Muhoozi in Uganda è un’eventualità temuta dai paesi vicini. Truppe ugandesi sono presenti a diverso titolo in Somalia, Sud Sudan, Repubblica democratica del Congo. Museveni ha spesso giocato un ruolo pacificatore, o almeno ha preteso di poterlo fare, in diverse crisi regionali.
Il temperamento di suo figlio Muhoozi fa pensare che difficilmente avrebbe riguardo per le regole della diplomazia, finendo per aggravare le tensioni già preoccupanti nella zona, con costi umani significativi.