«Quando è nato mio figlio, i miei fratelli hanno cominciato a maltrattarmi. E ci hanno cacciati di casa».
Sono passati 10 anni da quando Sophia – che oggi di anni ne ha 32 e viene della contea di Toroma, Katakwi, nell’est dell’Uganda – resta incinta di un uomo che non vuole saperne nulla.
«Se dici alla tua famiglia di me ti massacro» le sue parole quando Sophia gli dice della gravidanza. E lei, orfana di genitori, morti quando era così piccola da non ricordare nulla di loro, non dice nulla.
Uno sfratto di gravidanza
Alla nascita del figlio i fratelli la buttano in mezzo alla strada insieme al neonato. La più grande colpa di Sophia non è la “vergogna”: è soprattutto quella di avere dato alla luce un maschio. Maschio che, in quanto tale, potrebbe un giorno “rubare” la terra.
«Quando hai un figlio fuori dal matrimonio, tuo padre o i tuoi genitori possono cacciarti di casa», racconta Sarah Agiro, psicologa al centro antiviolenza di Katakwi gestito da ActionAid e frequentato da Sophia. «Anche perché quel bambino è un potenziale accaparratore di terre».
Una pratica diffusa
Il land grabbing (in italiano, il furto della terra) «è un atto di violenza domestica», dice Mary Elungat, 67 anni. Tra le capanne di Katakwi la chiamano «avvocata del villaggio». Un titolo guadagnato sul campo suo malgrado: quindici anni di aule di tribunale per difendere cinque acri di terra che i parenti di suo marito volevano sottrarle.
«Non sono solo le grandi multinazionali a portare via le terre alle donne: spesso sono i cognati, i vicini, i fratelli». O anche della non meglio identificata «gente ricca».
«Quando perdi i genitori o il marito e rimani sola, quelli arrivano e ti portano via tutto. Perché sanno che sei donna e povera», dice Mary. Ora si occupa di sensibilizzare le donne della sua comunità, di raccontare loro i diritti che hanno, di spiegare l’importanza di registrare i contratti: solo così potranno (sperare di) avere giustizia in tribunale.
L’eredità secondo il patriarcato
L’accaparramento delle terre «è sostenuto dal contesto culturale patriarcale, che attribuisce agli uomini il predominio e lascia le donne alla mercé dell’erede o dei membri del clan», aggiunge Erik Joel Kasiko, probation officer (ufficiale di sorveglianza) nel distretto di Namutumba: lavora sui casi di violenza di genere e di gravidanze infantili.
«Culturalmente – e nella realtà – donne e ragazze non sono eredi. Non ereditano nemmeno quando la legge lo prevede. Le vedove vengono cacciate dalle proprietà dei loro defunti mariti, comprese terre e case matrimoniali. Con conseguenze di vasta portata sulle donne e le ragazze del distretto, soprattutto per quanto riguarda i diritti di proprietà e quelli fondiari».
Quella dell’Uganda è una società profondamente patriarcale che «eleva l’uomo sopra ogni cosa», spiega Patricia Agnes Nakabugo di ActionAid. E la proprietà è un tabù per le donne. Che però qui – come nella maggior parte dei paesi africani – producono tra il 60 e l’80% del cibo, ricorda Slow Food Uganda.
«Il loro ruolo però è ampiamente trascurato e hanno un controllo limitato su finanze e risorse». La legge prevede la parità sulla carta, ma la consuetudine culturale è un muro: le donne possono – anzi devono – arare, seminare e raccogliere, ma nel momento in cui il prodotto viene venduto, il denaro finisce nelle mani degli uomini. E guai a chiederne conto in qualche modo: l’unica risposta è fatta di percosse e botte.
Poca terra, brutti accordi
Nelle aree rurali come quelle del regno di Busoga o del distretto di Katakwi, essere una ragazza fuori dalla scuola è un “rischio”, un segnale di disponibilità per gli uomini della zona.
«La povertà e la crescita della popolazione rendono la terra una risorsa scarsa, esasperando i conflitti», aggiunge Samuel Nathan Nkenga, leader culturale del regno di Busoga.
I genitori, spesso negligenti o disperati, lasciano che le figlie diventino prede in mano a “sugar daddies”, così vengono definiti qui, con il termine usato internazionalmente per indicare uomini avanti con gli anni che mantengono economicamente giovani donne, in cambio del loro ruolo di amanti. Il sostegno materiale arriva a limitarsi a un pezzo di pane o a un pacco di assorbenti, un lusso troppo grande a volte da queste parti.
Esempi virtuosi
Emmanuel Ochieng, avvocato del rifugio per vittime di violenza a Katakwi, riceve ogni giorno donne le cui proprietà sono state sequestrate dai parenti appena dopo il funerale del marito.
Tra il 2022 e il 2025, dice, almeno 4mila donne hanno cercato aiuto qui. «Ho scelto questo lavoro perché a dieci anni ho visto una donna piangere a causa della violenza e ho deciso che avrei lottato contro quelle ingiustizie», racconta.
Non solo: oggi che è padre, per dare l’esempio, ha registrato tutte le sue proprietà a nome dei suoi figli e figlie: maschi e femmine in parti uguali.
Guerra di logoramento
«Le donne in Uganda costituiscono la maggior parte della forza lavoro agricola, sono la spina dorsale dell’economia, eppure non possiedono nulla», aggiunge Patricia Nakabugo.
Per farsi ascoltare «devono lavorare il doppio degli uomini». Qui la giustizia sociale non passa solo dai tribunali, ma dalla capacità di una donna di tenere in mano un titolo di proprietà o un libro scolastico senza che le venga strappato via.
È una «guerra di logoramento contro un patriarcato» che, dice Nakabugo, «se lascia indietro le donne, lascia indietro l’intera comunità».