La Karamoja è una vasta regione del nordest dell’Uganda confinante con il Kenya, conosciuta fino a pochi anni fa come una delle zone più problematiche dell’Africa orientale, dove la diffusa insicurezza limitava gravemente le possibilità di sviluppo.
Ora la situazione è migliorata, anche grazie a campagne governative di disarmo dei civili. Tuttavia sono ancora piuttosto frequenti razzie di bestiame e conflitti per le risorse tra le diverse comunità, mentre la trasformazione economico-sociale sperata fatica molto a mettersi in moto. La regione rimane, infatti, tra le più povere del continente e arranca in fondo alle classifiche nazionali per quanto riguarda le condizioni di vita della popolazione e l’accesso ai servizi di base.
Miseria, fame e analfabetismo
Secondo dati ufficiali e di agenzie internazionali specializzate, tra il 70% e l’85% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Nel 2025 la difficoltà a trovare cibo sufficiente per lunghi periodi ha colpito almeno 600mila persone, il 45% della popolazione. I bambini affetti da malnutrizione grave sono aumentati del 25,7% dal 2023. L’anno scorso più di 112mila bambini sotto i 5 anni e 9mila donne in gravidanza o in allattamento sono stati curati per malnutrizione grave.
Anche per quanto riguarda l’educazione i dati sono indicativi di una situazione di deprivazione. Il tasso di alfabetizzazione è del 25% circa, contro una media nazionale dell’80%. Solo il 42% dei bambini si iscrive alla scuola primaria, circa la metà della media nazionale. Ma molti abbandonano prima della fine del ciclo elementare.
È questa la condizione che fa da àncora a problemi sociali di notevole gravità. Particolarmente preoccupante e doloroso è il traffico di minori, che, secondo fonti locali, avverrebbe alla luce del sole, o quasi.
Venduti come bestiame
Il reclutamento da parte dei trafficanti avverrebbe nei mercati del bestiame, secondo modalità che diversi osservatori definiscono di “compravendita” sulla base di promesse di lavoro, frequenza scolastica e rimessa regolare di piccole somme alle famiglie. Il “mercato” interesserebbe dal 400 ai 900 minori ogni quattro mesi (circa 3mila all’anno), il 90% dei quali sono bambine.
Il flusso più rilevante si snoda tra il distretto di Napak, uno dei sette della Karamoja, appunto, e Kampala, la capitale del paese. Lo dice uno studio pubblicato nel luglio dell’anno scorso sull’Open Journal of Social Sciences e condotto da ricercatori ugandesi nel quadro di dipartimenti specializzati dell’Università Makerere e di Panameet Africa (U) Ltd, compagnia che si occupa di ricerche sociali, entrambe basate a Kampala.
Da Napak a Kampala
Una volta arrivati nella capitale, e anche in altre città del paese, per i bambini si apre una vita di sfruttamento di cui l’aspetto più visibile sono l’accattonaggio e il commercio ambulante sulle strade più trafficate.
Ma forme ben più turpi sono altrettanto frequenti. Il Dipartimento di stato americano nel 2000 stimava che, in Uganda, tra i 7mila e i 12mila minori erano sfruttati sessualmente. La situazione non sarebbe migliorata nel corso degli ultimi anni.
La ricerca citata sopra ha messo in luce che il 14% dei minori di Napak è vittima di traffico e finisce per essere oggetto delle peggiori forme di sfruttamento, tra le quali: adozioni illegali, lavoro forzato, sfruttamento sessuale, appunto, e addirittura traffico d’organi.
Per le famiglie una “questione di sopravvivenza”
È risultato che, nel 64,4% dei casi, le famiglie stesse avevano facilitato il traffico, offrendo i propri figli ai trafficanti per pochi soldi, adducendo come “giustificazione” la povertà e la fame. Il 57,8% aveva sentito parlare di traffico di minori ma aveva deciso lo stesso di affidare il figlio, molto più spesso la figlia, ai trafficanti.
Ancor più grave, il 71,8% voleva che l’affare proseguisse perché lo considerava come una questione di sopravvivenza, in definitiva una forma di attività economica che permetteva alla famiglia di avere un reddito.
Nelle comunità di Napak, dunque, dice lo studio, il traffico di minori “è una questione complessa, radicata in sfide socio-economiche, norme culturali e vulnerabilità sistemiche. Il problema è aggravato dalla povertà, dal basso livello di educazione e dalla considerazione comunitaria del traffico come una strategia per la sopravvivenza”.
La filiera del traffico è estesa e molto ben organizzata. Comprende persone autorevoli nelle comunità che individuano le famiglie e i minori fragili da proporre come vittime. Questi hanno contatti con coloro che organizzano la tratta dal punto di vista logistico ed economico. Fanno parte della filiera anche gruppi e organizzazioni che mascherano il vero fine con l’obiettivo pubblico della protezione dei bambini in situazione difficili.
Iniziative di contrasto
Il paese non è rimasto indifferente. Dal 2009 esiste una legislazione globale sul traffico di persone, il Prevention of Trafficking in Persons Act, emendato nel 2016 per meglio adattarlo alle specificità del traffico di minori, il Children (Amendment) Act. Nella capitale dal 2019 sono in vigore una legge e un’ordinanza (Kampala Child Protection Ordinance) che criminalizzano rispettivamente chi offre denaro, cibo o vestiti ai bambini per strada, e i minori che mendicano o vendono merci.
Ma, come spesso succede non solo nei paesi africani, la legge è molto spesso non applicata. Alcuni attivisti e operatori del settore sentiti da Nigrizia, parlano di connivenze nelle autorità preposte a stroncare il crimine, se non addirittura di coperture politiche.
Anche nel distretto di Napak si agisce contro la tratta di minori. Secondo fonti locali, dal 2024 all’inizio di quest’anno le autorità locali in collaborazione con partner, quali UNICEF e Programma alimentare mondiale, avrebbero recuperato dalla strada 682 minori e li avrebbero inseriti in alcune scuole elementari con progetti speciali di sostegno. L’obiettivo sarebbe quello di reintegrarne in tempi brevi attraverso l’educazione almeno altri 3mila.
Il programma è accompagnato da azioni di sensibilizzazione delle comunità ed è sostenuto da programmi governativi che hanno l’obiettivo di ridurre la povertà agendo a livello comunitario. Per ora i risultati sono scarsi, ma sembra di poter dire che un processo, difficile e complicato e perciò lungo, è almeno cominciato.
Nell’operazione di advocacy, recupero e reinserimento sociale dei minori vittime di traffico in Karamoja è particolarmente attiva anche la diocesi di Moroto, di cui il distretto di Napak fa parte.
Ma il traffico non si ferma all’interno dei confini dell’Uganda.
Una tratta estesa anche oltreconfine
L’Organizzazione internazionale del lavoro, all’inizio dell’anno scorso, ha pubblicato una ricerca sul traffico di bambine dalla Karamoja al Kenya, con l’obiettivo di mettere in luce un fenomeno dall’impatto devastante per la vita delle vittime e in gran parte ignorato anche dagli operatori del settore.
Nella presentazione del documento sul web si dice che è inteso come “una chiamata all’azione per i governi, le organizzazioni non governative e le comunità”.
Un modo decisamente accorato di esprimersi che svela un problema grave che vi faremo conoscere in un prossimo articolo.