Cambio di passo nella crisi della statualità africana

L’Unione africana è un attore fondamentale delle politiche di pace e sicurezza, e nelle operazioni sul campo. Con minore attenzione alla sovranità degli stati e maggior cura alla protezione del cittadino. In rottura con l’impianto dell’Oua.

L’atto costitutivo dell’Unione africana (Ua), adottato nel 2000 ed entrato in vigore due anni dopo, segna il superamento, almeno sulla carta, dell’assetto rigidamente stato-centrico della precedente organizzazione panafricana, l’Organizzazione dell’unità africana (Oua), aprendo la strada a una gestione dei problemi di pace e sicurezza meno centrata sul mantenimento degli assetti di potere e più aperta alla «sicurezza umana».

L’Oua, votata al rispetto rigoroso delle prerogative sovrane dei singoli stati, non aveva mai osato spingersi a iniziative che andassero oltre la diplomazia preventiva dei conflitti; nei casi di conflitti interni, la mediazione offerta si limitava alle crisi che avessero un’immediata ricaduta internazionale, almeno a livello di paesi vicini. Era l’ordine internazionale africano a dover essere protetto (e conservato), non la sicurezza dei cittadini. Per di più, la mediazione avveniva secondo processi informali, gestita direttamente dai componenti dell’assemblea dell’Organizzazione – ossia dai capi di stato e di governo africani, spesso diretti responsabili delle situazioni di instabilità.

Non solo era inimmaginabile che l’Oua lanciasse missioni di imposizione della pace o comunque missioni armate sul territorio di uno stato africano senza il consenso di quest’ultimo, ma la stessa possibilità di interessarsi di come prevenire, gestire o risolvere conflitti interni ai singoli paesi, crisi prive cioè di una tangibile rilevanza interstatale, era da considerarsi esclusa.

L’Oua, dalla nascita (1963) fino agli anni ’80, ha dunque reso possibile e favorito molte attività di mediazione di conflitti interstatali e da questo punto di vista ha svolto una pregevole azione di prevenzione della guerra. Ma sul versante della capacità di prevenire, mediare, gestire e risolvere i numerosissimi conflitti interni che hanno insanguinato il continente, il suo bilancio è stato drammaticamente insufficiente.

L’ossequio prestato al dogma della sovranità statale, coniugato con l’oggettiva mancanza di uno stato-guida che orientasse strategicamente l’Oua, spiegano l’impotenza e la rigidità dell’Organizzazione in molte situazioni. Una inefficacia che appariva ancora più marcata di quella patita negli stessi anni dalle Nazioni Unite, paralizzate dai veti incrociati dei blocchi durante la guerra fredda. Occasionalmente l’Oua ha operato attivamente in alcune crisi interne – nel caso del conflitto in Ciad, nel 1980, anche inviando un modesto contingente di peacekeepers. (…)

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