La triste realtà
Esattamente un anno fa la giovane nazione sud sudanese precipitava in una sanguinosa guerra civile che non si è ancora conclusa. La riconciliazione sociale è ancora lontana. Verità non accertate e trattative in stallo non aiutano. Nemmeno il numero delle vittime da piangere è certo. Intanto i profughi sono milioni.

Oggi è giornata di lutto nazionale in Sud Sudan. Il 15 dicembre dell’anno scorso, dopo mesi di forti tensioni politiche nel Splm, il partito di governo, un incidente nel battaglione della guardia nazionale tra militari denka, fedeli al presidente Salva Kiir, e militari nuer, fedeli al dimissionato vice presidente Rieck Machar, precipitava il paese in una guerra civile devastante, di cui ancora non si vede la via d’uscita.

Tutto è pronto per la celebrazione al mausoleo di John Garang, dove si svolgono le parate militari e le manifestazioni nazionali. Sedie multicolori erano già state disposte sabato sulle gradinate della piazza antistante per accogliere i politici e i funzionari governativi di alto livello, intanto che camion dell’esercito, stipati di giovani soldati sorridenti con il basco rosso e il kalashnikov a tracolla venivano dislocati nei punti caldi della città, i quartieri di Gudele e New Site in particolare, dove, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre dell’anno scorso, era cominciato il massacro dei civili nuer che avrebbe dato il via a un ciclo orrendo di vendette, tutte consumate su civili inermi, che avrebbero finito per connotare il conflitto come etnico, nonostante le radici fossero tutte politiche. 8.000 sono i militari di diversi corpi dislocati in questi giorni in e attorno alla città, che si aggiungono a quelli normalmente dispiegati a difesa della capitale. La tensione è alta già da diverse settimane in città ed evidentemente è necessario evitare incidenti che potrebbero far precipitare un’altra volta la situazione.

Solo una delle due parti in conflitto, l’Splm-Juba, che sta al governo e controlla la capitale, parteciperà alla cerimonia; l’altra, l’Splm-In Opposition, sta asserragliata nel nord del paese e certamente non ha accesso al mausoleo di Garang. Quanto alla popolazione, «i Nuer non verranno di sicuro» afferma un giovane bari, il gruppo etnico maggioritario nell’Equatoria Centrale, dove si trova la capitale, e qualcuno aggiunge «la guerra finirà quando una delle due tribù sarà annientata». E dunque, quali saranno i morti pianti nella celebrazione ufficiale, al di là delle parole di rito? E quanti sono? Dai 50.000 ai 100.000, moltissimi dei quali civili, dicono le stime ufficiose delle organizzazioni internazionali e delle associazioni per la difesa dei diritti umani, ma nessuno di loro ha ancora un nome “ufficiale”.

Il conteggio dei morti, e il loro riconoscimento, sono un passo fondamentale nel processo di elaborazione del lutto e nelle pratiche della “transitional justice” che permette l’inizio del cammino della riconciliazione nazionale. Ma in Sud Sudan solo un progetto della società civile, “Naming the Ones We Lost”, ha cominciato a ricostruire le liste dei morti, raccogliendo finora poco meno di 600 nomi, e ci si può immaginare quali difficoltà dovrà affrontare, dal momento che le autorità, dalle due parti, non hanno finora facilitato l’accertamento della verità sui diversi massacri, di cui portano la responsabilità politica e morale. Nessuno, ad esempio, è stato portato in giudizio per il massacro dei Nuer di Juba; anzi, dicono i rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch, i militari dapprima arrestati sono tutti “scappati” dalla prigione e sono ancora irreperibili, mentre i corpi sono stati più volte ricollocati in fosse comuni sempre più lontani, in modo da farne perdere le tracce.  Non a caso Human Rights Watch intitola il suo ultimo rapporto sul paese “Ending the Era of Injustice” (La fine dell’era dell’ingiustizia) e chiede un tribunale ad hoc per fare giustizia, dal momento che nel paese non ci sono né la volontà né la capacità di affrontare la situazione.

Intanto l’Ocha, l’organizzazione dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari, nel suo rapporto n.61, del 12 dicembre, dice che dovrà assistere 4,8 milioni di persone nel prossimo anno (la metà della popolazione), contro i 3,8 milioni di quest’anno, e chiede un budget di 1,8 miliardi di dollari. La fame, scongiurata in settembre, è sempre in agguato e potrebbe interessare 2.5 milioni di persone nei prossimi mesi. Complessivamente, i profughi a causa del conflitto sono 1,9 milioni, di cui poco meno di 500.000 rifugiati nei paesi confinanti. I combattimenti, ripresi alla fine della stagione delle piogge in diverse zone del paese, hanno provocato altri sfollati; 43.200 negli ultimi giorni solo nella città di Old Fangak, nello stato dell’Upper Nile.

La volontà politica di firmare un accordo di pace, invece, latita. Già tre scadenze poste dai mediatori dell’Igad, ad Addis Abeba, per formare un governo provvisorio capace di portare il paese fuori dalla crisi sono passate senza che nulla succedesse.

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon ha testualmente dichiarato che «i leader del Sud Sudan hanno permesso alle loro personali ambizioni di mettere a repentaglio il futuro di un’intera nazione» e ha continuato affermando che «questo è tragico e inaccettabile. La carneficina deve essere fermata adesso» sottolineando inoltre che «deve finire la cultura dell’impunità se si vuol ottenere la riconciliazione e una pace sostenibile».

Nella foto in alto due rifugiati nel campo di Mingkaman, in Sud Sudan, il 15 gennaio 2014. (Fonte: Andreea Campeanu, Reuters/Contrasto)