La due giorni in Uganda

Nella terra dei martiri, gli appelli di Francesco sono stati apprezzati anche da esponenti di altre religioni. Ha invitato i suoi preti a uscire, a trasformare quella africana in Chiesa missionaria. La festa nelle strade di Kampala.

«Ho visto Gesù Cristo a cinque metri di distanza», raccontava esultante Salome Salongo, un’anziana signora che aveva percorso a piedi 130 km da Masaka a Kampala per vedere papa Francesco. Quando le chiesero cosa le facesse pensare di aver visto Gesù, la risposta è stata immediata: «Il nostro parroco ci ha detto che vedere il papa è come vedere Gesù perché è il vicario di Cristo». La storia di Salome è quella di decine di migliaia di ugandesi giunti nella capitale da vari angoli del paese per vedere di persona Francesco. Hanno fatto tanti sacrifici: pioggia, fame e malattia sono passati in secondo piano di fronte a un evento tanto straordinario come l’incontro col papa.

Alcuni giorni prima del suo arrivo, Francesco aveva inviato un video messaggio in cui annunciava: «Vengo come ministro del vangelo». La gente riponeva grandi speranze nella visita. Secondo un’indagine condotta dalla nostra rivista, Leadership, molti si attendevano dal papa messaggi di pace e giustizia, di riconciliazione fra le diverse etnie e l’appello per un’equa distribuzione delle risorse.

L’Africa è «il continente della speranza», ha dichiarato Francesco al suo arrivo all’aeroporto di Entebbe, la sera del 27 novembre. Alle autorità locali ha ricordato che «l’Uganda è stata benedetta da Dio con abbondanti risorse naturali», ma «soprattutto, è stata benedetta attraverso le sue solide famiglie, i suoi giovani e i suoi anziani». Ai leader politici ha indirizzato l’invito a investire nella giovane popolazione del paese, offrendo la possibilità di «una istruzione adeguata e di un lavoro retribuito e, soprattutto, l’opportunità di partecipare pienamente alla vita della società».  

La testimonianza
Papa Bergoglio ha quindi visitato il santuario dei martiri di Munyonyo, dove si è incontrato con catechisti e insegnanti. «Vi farà bene ricordare – ha rimarcato – che il vostro è un lavoro santo». Munyonyo – sul Lago Vittoria, a pochi km da Kampala – è il luogo dove il re Mwanga II dei baganda condannò a morte i primi 3 cristiani martiri. Era il maggio del 1886.

La mattina del 28 novembre, il papa si è poi recato al santuario anglicano di Namugongo, luogo del martirio di altri 32 giovani cattolici e anglicani. Gesto simbolico e significativo in una nazione tradizionalmente divisa tra queste due confessioni religiose. Un dettaglio importante, spesso trascurato, è che tra i martiri vi furono anche delle vittime musulmane non identificate. Per questo la visita papale al santuario va al di là del semplice dialogo ecumenico. I martiri d’Uganda includono credenti cattolici, protestanti e musulmani, figli e figlie dello stesso Padre, come papa Francesco ha sottolineato nei suoi discorsi.

Successivamente, Francesco ha celebrato la messa al santuario cattolico di Namugongo per commemorare il 50º anniversario della canonizzazione dei martiri cattolici. In questo luogo, il 3 giugno 1886, 12 giovani cattolici furono messi al rogo da re Mwanga II. Nella sua omelia il papa ha ricordato con gratitudine il sacrificio dei martiri di entrambe le confessioni, «la cui morte per Cristo dà testimonianza all’ecumenismo del sangue».

Come a voler rispondere a chi obietta che la nostra è una fede disincarnata, il papa ha spiegato che «la fedeltà a Dio, l’onestà e l’integrità della vita e la genuina preoccupazione per il bene degli altri ci portano quella pace che il mondo non può offrire. Ciò non diminuisce la nostra cura per questo mondo, come se guardassimo solo alla vita futura. Al contrario, offre uno scopo alla vita in questo mondo e ci aiuta a raggiungere i bisognosi, a cooperare con gli altri per il bene comune e a costruire una società più giusta, che promuova la dignità umana, senza escludere nessuno, che difenda la vita, dono di Dio, e protegga le meraviglie della natura, il creato, la nostra casa comune». (…)

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