Economia in bianco e nero – Marzo

Un Fondo internazionale per lo sviluppo del Sahel. Romano Prodi, nominato l’11 ottobre scorso inviato speciale delle Nazioni Unite per il Mali e il Sahel dal segretario generale Ban Ki-moon, sta girando come una trottola. Ha visitato una quindicina di paesi africani in questi mesi (in alcuni, come Mali e Burkina Faso, anche più di una volta). È stato in Cina, a Bruxelles, negli Stati Uniti e presto andrà in Russia per tessere la sua tela diplomatica, al di fuori delle orbite mediatiche, e dar vita a un’ambiziosa iniziativa, tanto più ambiziosa in tempo di crisi e di scarsità di donazioni: convincere i leader del mondo a lanciare un programma di finanziamenti a medio lungo termine per favorire lo sviluppo dei paesi del Sahel, tra i più poveri del mondo. Si tratta di una fascia di sabbia che dal Senegal si spinge fino alla Somalia, attraversando Mauritania, Burkina Faso, Mali, Niger, Ciad, Sud Sudan, Eritrea, Etiopia.

L’idea di Prodi punta al cuore del problema e guarda lontano: diversi analisti ed economisti internazionali prevedono una crescita impetuosa per i paesi dell’Africa subsahariana, quelli al di sotto del Sahara, e del Sahel per l’appunto, nelle prossime due generazioni. Ne ho parlato nella rubrica dello scorso mese: lo stato attuale dei paesi al di sotto del Sahara – Nigeria, Kenya, Tanzania, Ghana, Angola, Uganda, Rwanda, Botswana, Mozambico – è paragonabile a quello delle Tigri asiatiche, Malaysia, Indonesia, Corea del Sud, Taiwan, Thailandia, negli anni ’70. Prima di diventare Tigri questi paesi venivano da 200 anni di declino, stagnazione economica e dominio imperiale.

Ebbene, se l’Africa ha cominciato a muoversi, il Sahel è l’unico cuscinetto che resta fuori da tutte le previsioni degli economisti. Per tanti motivi. Legati all’instabilità politica, alla mancanza di governance credibile, alla corruzione, al clima, all’arretratezza delle economie, alle rotte dei traffici internazionali di esseri umani e di droga che passano per il Sahel, in direzione Europa, e hanno tutto da guadagnare dal perpetuarsi di regimi deboli e autocratici. La prima cosa, superata la crisi del Mali, è la stabilizzazione dell’area. La seconda, lo sviluppo.

La proposta del professore prevede la creazione di un Fondo internazionale, sotto l’egida dell’Onu, ma gestito dai singoli paesi donatori responsabili dei vari progetti. Progetti di vario tipo – infrastrutturali legati a telecomunicazioni, energia, acqua, sviluppo agricolo; formativi, che saranno individuati dal lavoro condiviso di università e centri di ricerca dei paesi africani interessati e dei paesi donatori.

Se questo progetto prenderà forma superando le perplessità e gli egoismi delle nazioni occidentali sarà davvero una cosa buona per il Sahel e per tutta l’Africa indirettamente. Per un motivo molto semplice: il Sahel che è tra le aree più povere al mondo è oggetto di attenzione della comunità internazionale solo nelle emergenze: carestie e guerre che in queste aree si ripetono purtroppo ciclicamente.

Mettere accanto alla parola aiuto le parole sviluppo, progetto, e non solo emergenza o fame o siccità, è un passo avanti. Così come è lodevole l’idea di non gettare tutto nel calderone Onu, ma lasciare che i singoli progetti individuati possano essere realizzati e misurati dai paesi donatori. Che alla fine potranno metterci la bandierina, com’è giusto. «Questa strada è stata realizzata grazie alla Cina». Oppure. «Questo acquedotto e la rete idrica di questa città sono state realizzate dalla Germania».

Lo sviluppo, diceva qualcuno, è l’altro modo con cui si può pronunciare la parola pace. E il Sahel ne ha bisogno. Più del pane e dell’acqua.