Elezioni presidenziali in Sudafrica
Quelle sudafricane sono tra le elezioni più seguite dal continente: nonostante la crisi finanziaria Pretoria è la nazione che traina di fatto l’economia africana. Ma l’esito delle presidenziale è scontato: la vittoria di Zuma è certa. Resta da vedere se si tratterà di un plebiscito, o se le vicende giudiziarie che hanno coinvolto il leader dell’Anc e vari deputati avranno davvero intaccato il super potere del partito, che amministra il Sudafrica dal 1994.

L’unico interrogativo legato alle elezioni presidenziali che il 22 aprile chiederanno a 23 milioni di elettori di scegliere il futuro presidente del Sudafrica è con che scarto percentuale vincerà l’Anc (l’African national congress), il partito fondato da Nelson Mandela e al potere nel paese dalle prime elezioni multipartitiche, nel 1994. Il risultato del voto è infatti scontato: nonostante le complicate vicende politiche che hanno colpito il partito, e le polemiche attorno alla figura del suo candidato, la vittoria di Jacob Zuma, di etnia zulù, 67 anni, quasi 5 mogli e 18 figli, è scontata. Ha il sostegno della maggioranza del popolo sudafricano (in base alle previsioni il 60-70%), e grazie all’annullamento del processo che lo vedeva implicato con 16 i capi di imputazione, tra cui criminalità organizzata, riciclaggio di denaro, corruzione e frode, il suo cammino verso la presidenza gli è stato completamento spianato. Resta da decidere quale tra i due principali partiti che si oppongono all’Anc, l’Alleanza democratica, guidata da Helen Zillie, sindaco bianco di Cape Town, e il Congresso del popolo, il cui candidato è il reverendo Mvume Dandala, raccoglierà più voti.  

 
Nato dalla scissione dell’Anc, proprio in segno di protesta contro la figura di Zuma, il Cope è ben consapevole di essere un partito troppo giovane per poter insidiare il potere dell’Anc. Questo nonostante il consenso attorno allo storico partito sia drasticamente calato, a causa degli scandali che hanno visto coinvolti diversi membri del partito (accusati più volte di malversazione di fondi e di corruzione ) e dell’incapacità di risolvere i molti problemi del paese: disuguaglianza sociale, povertà, criminalità, mancanza di servizi. Una responsabilità ancora maggiore se si considera che l’Anc amministra il Sudafrica da ormai 15 anni.
La campagna elettorale dell’Anc ha sottolineato soprattutto la crescita economica (nonostante i criticati rapporti commerciali con la Cina), la stabilizzazione dell’economia, la nascita di una classe media nera. Ma questi aspetti sono passati in secondo piano rispetto alle vicende giudiziarie di Zuma, che hanno monopolizzato l’attenzione dei media e dei cittadini. I punti critici restano tanti: il 43% del paese vive ancora sotto la soglia della povertà, la crisi economica mondiale ha aggravato il livello di disoccupazione nel paese, i servizi sanitari sono carenti, in un paese dove i malati di aids sono 5 milioni e mezzo. E a queste sfide si aggiunge quella dell’organizzazione dei prossimi Mondiali di calcio, nel 2010, i primi in Africa.  

Le promesse di Zuma e la crisi mineraria
Nuovi posti di lavoro stabili. E’ questa la promessa dell’Anc, che sta maggiormente a cuore alla popolazione sudafricana. Quelle del partito però sono promesse difficili da mantenere. Gli effetti della crisi finanziaria globale si stanno pericolosamente riversando sull’economia sudafricana.
 
Oggi nel paese, il più potente del continente africano, la disoccupazione sfiora il 40%. Nell’ultimo trimestre del 2008 il prodotto interno lordo è sceso del 1,8%, a incidere sul crollo è stato soprattutto il settore secondario che ha registrato un calo del 3,5%. Questi dati si sono rivelati nettamente peggiori delle previsioni più nere: il Sudafrica non registrava un tasso di crescita in negativo dal 1998.
Le prime vittime della crisi economica globale nel continente sono i minatori. L’industria estrattiva per prima ha accusato gli effetti del crollo dei sistemi occidentali: le grandi industrie colpite dalla crisi hanno tagliato i finanziamenti per l’estrazione delle materie prime.
Non solo in Sudafrica ma anche in Botswana, Namibia e Zambia migliaia di operai si trovano ora senza lavoro: condizione assolutamente insopportabile quando da uno stipendio dipende una famiglia composta in media da sette persone.
Secondo l’associazione delle Camera delle Miniere sudafricana, il 2009 sarà un anno terribile: i sindacati hanno previsto la perdita di altri 50mila posti di lavoro entro la fine dell’anno.
Come conseguenza della crisi del settore automobilistico, l’industria maggiormente colpita è ora quella del platino, minerale usato per la costruzione delle marmitte delle auto. In poco tempo il prezzo del metallo è crollato da circa 2.000 a 800 dollari. Il colosso del settore, la Anglo Platium, ha annunciato 10.000 licenziamenti entro l’anno e anche la compagnia britannica Lonmin ha previsto circa 5.500 tagli ai posti di lavori di cui oltre 4.000 in Sudafrica.

E questo non è che l’inizio. La crisi innescata nelle miniere si sta rapidamente diramando lungo tutti i settori dell’industria sudafricana. Nonostante le previsioni degli analisti, il conto del fallimento della crisi finanziaria sta pesando anche sui paesi africani, come su tutte quelle economie nazionali che   da quel meccanismo finora erano state solo sfruttate.

 
Fonte dati:
Sudafrica al voto, 22/04/2009
C’è Zuma nell’urna, 20/04/2009
– Ascolta su Kwanza le puntate del 17 e 31 marzo 2009

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