La storia del paese è segnata da numerosi colpi di stato militari
Le elezioni presidenziali si terranno domenica 11 marzo. È l’ultimo passo formale per il ritorno alla normalità nel paese, dopo il colpo di stato militare del 2005.

Sono più di un milione i mauritani che domenica 11 marzo andranno alle urne per eleggere il nuovo presidente. In lizza ci sono 19 candidati, 11 indipendenti e 8 rappresentanti di coalizioni e partiti politici.
 
È un momento storico per il paese: sono le prime elezione dal colpo di stato militare del 3 agosto del 2005, che ha portato l’istituzione di un consiglio militare, guidato dal colonnello Ely Ould Mohammed Vall.
 
È l’ultimo passo del processo del ritorno formale al potere della politica: nel giugno scorso si è tenuto un referendum per modificare e rinnovare la Costituzione, in novembre e dicembre ci sono state le amministrative e le politiche, i senatori sono invece stati eletti in gennaio. 
Un percorso che finora è stato rispettato dai militari e dai membri del governo di transizione, a nessuno dei quali è permesso presentarsi come candidati alle elezioni, mentre l’amministrazione è tenuta ad una stretta neutralità anche nelle dichiarazioni ufficiali.
 
I favoriti sono Sidi Ould cheikh Abdelahi, della coalizione indipendente “la charte” e Ahmed Ould Daddah, della coalizione delle forze per il cambiamento democratico (CFDC), che riunisce i partiti dell’ex opposizione. Questi due candidati potrebbero affrontarsi direttamente in caso di ballottaggio, previsto il 25 marzo.
 
Le riforme democratiche del governo di transizione (magistratura più indipendente, maggior libertà ai mezzi di comunicazione, una commissione elettorale indipendente) hanno permesso uno svolgimento sereno delle elezioni che si sono tenute finora, ma il problema razziale continua a pesare sulla classe politica mauritana. 16 su 19 candidati alle elezioni sono mauri bianchi, mentre la maggioranza della popolazione è nera. I mauri bianchi sono tradizionalmente al potere ed hanno ancora il controllo politico ed economico del paese, anche se affermano di aver debellato la discriminazione nei confronti della popolazione di colore.