GIUFÀ – MAGGIO 2018
Gad Lerner

Quando mi sono imbarcato al porto di Dakar, capitale del Senegal, per raggiungere subito lì di fronte l’isola di Gorée, avvertivo dentro di me la sensazione di compiere un pellegrinaggio. Gorée non è un campo di sterminio come Auschwitz, oggi con linguaggio crudo potremmo definirla semmai un supermercato di carne umana vivente che qui veniva selezionata, soppesata, palpeggiata, ingrassata, umiliata, marchiata, deprivata del suo nome, per esportarla a basso prezzo (meno del caucciù) nelle piantagioni di cotone e di canna da zucchero dell’altra sponda dell’Atlantico.

Un luogo di memoria, dunque, di uno dei più grandi crimini di cui si è resa colpevole la nascente civiltà occidentale. Senza dimenticare che agli oltre tre secoli di tratta transatlantica va sommata anche la tratta transahariana che i mercanti arabi hanno proseguito fino in tempi più recenti.

La Casa degli Schiavi di Gorée è solo uno dei tanti luoghi di partenza allestiti sulla costa occidentale dell’Africa dai trafficanti portoghesi, spagnoli, inglesi, francesi. Colui che noi celebriamo come un grande navigatore fiorentino, Amerigo Vespucci, fu tra gli iniziatori di questo ignobile commercio. E ancora oggi che coltiviamo con la dovuta attenzione storica e morale la memoria della Shoah, fatichiamo invece a riconoscere nelle giuste proporzioni la ferita arrecata ai popoli africani con tanto di giustificazioni dottrinarie fornite almeno fino alla metà del diciannovesimo secolo dalle nostre autorità religiose.

Nell’ottimo libro di Francisco Bethencourt intitolato Razzismi. Dalle crociate al XX secolo (Il Mulino) ho trovato queste cifre: 12,5 milioni di neri trascinati in catene nelle Americhe fra il XV e il XVIII secolo. Di questi, arrivarono vivi solo 10,7 milioni di deportati, con un tasso di mortalità durante il viaggio pari al 15%. Circa 5 milioni di neri furono sbarcati in Brasile. L’America britannica ne importò 2,7 milioni. Le colonie francesi 1,1 milioni. L’America spagnola meno di 900 mila, seguita dagli insediamenti coloniali olandesi e danesi. Più di 4 milioni di schiavi vennero destinati alle isole caraibiche. Da notare che fino al 1800 gli europei emigrati in America furono circa 3,5 milioni. Dunque il rapporto fu di 4 schiavi per ogni uomo libero.

Ho visitato le celle in cui venivano separati gli uomini dalle donne. Quella destinata ai bambini e quella riservata alle giovani fanciulle che, in quanto vergini, avevano un valore più alto. Non mancano le celle di rigore destinate ai prigionieri indisciplinati. Quando veniva il loro turno, tutti passavano dalla Porta del non ritorno attraverso cui erano stipati fino all’inverosimile sulle navi negriere. Chi si ribellava, così come chi si ammalava, veniva gettato da lì direttamente in un oceano infestato di squali.

Quando ci sono arrivato, insieme ai colleghi della troupe di Rai3 con la quale stiamo realizzando la trasmissione La Difesa della Razza, la Casa degli Schiavi era affollata di bambini delle scuole senegalesi. Lo so che quel luogo ci sembra lontano, ma sarebbe giusto che lo visitassero anche tanti giovani italiani. Se non altro perché lo schiavismo è un fenomeno che tende a riprodursi anche in casa nostra.

Isola di Gorée
Da qui venivano imbarcate per le Americhe persone razziate in varie regioni dell’Africa e ridotte in schiavitù. L’isola fu utilizzata fino al 1848, anno dell’abolizione definitiva della schiavitù nei territori francesi da parte della Francia. Nel 1978, l’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura) l’ha proclamata Patrimonio dell’Umanità.