COMBONIANI 150 ANNI – DOSSIER OTTOBRE 2017

Nella Repubblica Centrafricana anche le comunità cristiane hanno subìto lo smarrimento di anni di instabilità e di violenza. Ora stanno ritrovandosi e, con coraggio e il supporto dei missionari, provano a costruire un futuro.

Sono ormai cinque anni (dicembre 2012-ottobre 2017), che in Centrafrica si vive sotto la minaccia di gruppi armati e dell’insicurezza. Di recente la tensione si è un po’ allentata, anche se non dappertutto. Per vivere, la gente ha continuato ad arrangiarsi, forse perché ormai è “abituata” dai dieci anni di non-governo del presidente François Bozizé (cacciato nel marzo del 2013) e poi dalla guerra civile, innescata dai ribelli di matrice islamica Seleka.

Va detto che nel paese, già colonia francese, non è mai esistito uno stato strutturato e le crisi politiche ed economiche sono la norma. Così ciascuno è lasciato a sé stesso, ognuno si arrangia come può per vivere, con tutte le conseguenze: sfiducia nello stato, indifferenza al bene comune, prevalenza della legge del più forte e dell’impunità.

A peggiorare la situazione è la presenza/assenza della missione Onu (Minusca): ci si chiede come mai 12mila caschi blu, dotati di mezzi e armi, non siano ancora riusciti a venire a capo di piccoli gruppi armati che continuano a imperversare soprattutto nel centronord (in particolare milizie Seleka di etnia peul o goula) e perché non sia ancora iniziato il processo di smobilitazione, disarmo e reinserimento dei miliziani.

Lo scorso febbraio, la Minusca ha fatto pressione su Ali Darass, il capo dei Seleka peul, padrone indiscusso della città di Bambari da alcuni anni, e lo ha indotto a lasciare la città. La gente ormai non ne poteva più: ogni settimana i suoi soldati passavano a ritirare il “pizzo” nei negozi, mentre lui in persona gestiva il commercio di diamanti, oro e bestiame. Ma si è spostato solo di una decina di chilometri e con lui tutti i suoi più fedeli e ben armati: è così che può continuare ad angariare la popolazione locale. Dunque il problema è risolto, ma solo spostato da un’altra parte.

L’impressione è che la Minusca si accontenti di garantire la sicurezza nelle città, mentre il resto del paese non la riguardi. A fine ottobre 2016, i Seleka peul hanno attaccato due villaggi non lontano da Grimari facendo vari morti, ma la Minusca non si è mossa dalla città. In dicembre, sempre i Seleka peul hanno attaccato Bakala e i villaggi limitrofi provocando decine di morti. Anche lì, nessuno si è mosso.

Il parroco, rimasto con la sua gente, ci ha raccontato che ha dovuto seppellire decine di persone, a volte gettandole in pozzi prosciugati e ricoprendole con la terra perché non aveva né il tempo né le forze per scavare le tombe per tutti prima che i corpi si decomponessero. Testimoni dei recenti scontri a Ippy e delle decine di morti in giugno a Bria affermano, inoltre, che i Seleka goula sono ben armati e possiedono nuove auto provenienti dal Ciad e hanno tra le loro file militari ciadiani.

Il Centrafrica rimane diviso e manca ancora la necessaria fiducia tra la popolazione, legata a gruppi etnici diversi e che si riconosce in fedi diverse. La guerra civile ha reso ancora più profondo il fossato che divide i vari gruppi etnico-religiosi. Ovunque c’è gente che ha sofferto, ha perso famigliari, casa, beni e ha subìto o assistito a violenze. Occorrerà molto tempo per pacificare gli animi, sanare le ferite dei cuori, i traumi psicologici, togliere la paura dell’altro, riportare la fiducia e il rispetto di chi è “diverso”.

Tra tanta violenza, non mancano comunque segnali che fanno sperare. Nel grande mercato della capitale Bangui, che si trova nel quartiere denominato PK5, musulmani e non-musulmani ricominciano a frequentarsi senza scontrarsi. I più chiedono solo di poter vivere in pace.

Laici decisivi

La guerra civile ha avuto ricadute anche a livello di Chiesa e della sua opera pastorale. In questi anni, è venuta meno la possibilità di visitare regolarmente le comunità cristiane. Riprendendo quest’anno le visite, ho potuto costatare la difficoltà di molte comunità a continuare il cammino. Alcune, però, grazie a catechisti motivati e in gamba, hanno comunque proseguito il loro cammino di fede. Se mai ce ne fosse stato bisogno, questo periodo di crisi e di difficoltà ci ha confermato nella convinzione che l’evangelizzazione è fatta dai laici e in particolare dai catechisti. Sono loro che assicurano la preghiera domenicale, sono loro il punto di riferimento dei cristiani.

Noi missionari riusciamo a visitare le comunità più accessibili ogni due mesi, le altre due/tre volte l’anno. Negli ultimi due anni ci siamo dati come priorità la…

Nella foto: un incontro di formazione per catechisti.