Sud Sudan / Riek Machar
Da lungo tempo si trascina ormai la prospettiva di un ritorno a Juba di Riek Machar, ostacolato da sempre nuovi cavilli burocratici. Risulta ogni giorno più chiaro come questi facciano da copertura ad una precisa volontà politica, quella del governo di Kiir, attento agli interessi in gioco e poco incline alla riconciliazione.

Il ritorno a Juba di Riek Machar, vice presidente del Sud Sudan fino al suo sollevamento dall’incarico con un decreto presidenziale nel luglio del 2013, poi capo dell’opposizione armata, Splm-Io, dallo scoppio della guerra civile nel dicembre del 2013, ora primo vice presidente designato dagli accordi di pace firmati lo scorso agosto con il governo del presidente Salva Kiir, è un passo di fondamentale importanza per l’uscita del Sud Sudan dalla crisi devastante in cui è precipitato dopo meno di 3 anni dall’indipendenza. Il ritorno di Machar consentirebbe infatti la formazione di un governo provvisorio di unità nazionale e l’inizio del periodo di 30 mesi che dovrebbe portare alle elezioni e alla normalizzazione della vita politica del paese.

Ostacoli burocratici
Ma questo agognato ritorno ha ormai assunto i connotati di una saga di cui si spera di vedere presto la fine, più che di un processo politico fondante per il futuro del paese. Machar all’inizio di aprile aveva chiamato a raccolta i sud sudanesi residenti o profughi in Kenya e altrove e, in un’affollata assemblea pubblica tenutasi a Nairobi, aveva dichiarato che sarebbe rientrato nel paese al più presto, fatti salvi gli adempimenti di sicurezza concordati negli accordi firmati ad agosto.
È proprio sull’implementazione di queste misure di sicurezza, tuttavia, che la saga aveva da tempo preso il via, con continui slittamenti degli adempimenti e palleggiamenti di responsabilità fra le due parti. Gli accordi di pace definiscono con precisione il percorso necessario per garantire il ritorno in sicurezza del vice presidente designato, il numero dei militari che ognuna delle due parti può avere nella capitale, il numero delle forze di polizia che dovrebbero lavorare congiuntamente, la distanza minima dalla capitale a cui devono essere acquartierate il resto delle forze armate.
Per ogni singolo adempimento, a partire dal numero e dal ruolo dei componenti del team che doveva preparare sul terreno il ritorno di Machar, le trattative sono state lunghe e tortuose. Le questioni da risolvere sono state descritte come problemi logistici, mentre era chiarissimo che si trattava di un braccio di ferro di valenza politica rilevante.

Nuove discussioni, nuovi ritardi
Lo stesso spostamento dei contingenti militari del governo fuori dalla capitale non ha potuto essere garantito dalla commissione incaricata dalla comunità internazionale del monitoraggio e della valutazione in merito al rispetto degli accordi di pace. Il governo ha presentato all’ultimo momento un elenco di uomini rimasti in città, ma non è affatto chiaro se siano gli unici, piuttosto che quelli “ufficialmente dichiarati”.
L’ultimo atto della saga, per ora, è stato la discussione sul numero dei militari che potevano accompagnare il capo di stato maggiore dell’esercito dell’opposizione e il tipo di armi che erano autorizzati a portare con sé. Solo nel tardo pomeriggio del 20 aprile, quando l’arrivo a Juba di Machar stesso era previsto per il 18, Peter Bashir Gbandi, il facente funzioni di ministro degli esteri e della cooperazione (l’ultimo ministro in carica, Barnaba Marial è stato dimissionato qualche settimana fa con decreto presidenziale e mai sostituito), ha ammesso che il governo aveva fatto confusione sui numeri di uomini armati che l’opposizione poteva avere in città, e dunque ora, chiarito l’equivoco “era lieto di annunciare che il governo ha accettato che 195 soldati dell’Spla- Io (Spla – Io è l’ala militare del movimento di opposizione, Splm-Io è l’ala politica dello stesso movimento) , con le loro armi, accompagnino il primo vice presidente designato, Riek Machar, e il loro capo di stato maggiore”.
Gbandi, però, è stato subito rintuzzato dal ministro dell’informazione, Michael Makuei Lueth, uno dei falchi del regime, il quale ha precisato che un problema ancora esiste, ed è il tipo di armi che sono autorizzati a portarsi con sé. Infatti una commissione del governo dovrà prima ispezionarle e approvarle, recandosi a Gambella, dove ora si trovano in attesa dell’aereo che li porterà a Juba. È perciò probabile che ci saranno altre discussioni e altri ritardi.

Interessi politici in gioco
Intanto, dopo lunghe trattative, è stato trovato l’accordo sul protocollo da seguire per l’insediamento di Machar: giurerà nel palazzo presidenziale e dunque comincerà a ricoprire il ruolo di Primo Vice Presidente appena arrivato, dopo una visita al mausoleo di John Garang, dove dovrebbe recarsi direttamente dall’aeroporto. Non sono state autorizzate manifestazioni di saluto da parte della popolazione. Anzi, qualcuno, nottetempo, ha rimosso i cartelloni di benvenuto che, non si sa chi, aveva fatto mettere in diversi punti della città. Ci sono poi da registrare le dichiarazioni del capo di stato maggiore dell’esercito regolare, Paul Malang Awan, grande supporter di Kiir, che esprimono profondo fastidio all’idea che il Machar possa sostituire il presidente in sua assenza.

Insomma, il clima a Juba è carico di aspettative, ma anche di tensioni. È fin troppo chiaro che all’interno del regime si stanno misurando i fautori di una composizione politica del conflitto e quelli che invece non la vorrebbero affatto. Nell’ultima riunione del governo in carica, Salva Kiir avrebbe rassicurato i suoi, dicendo che nessuno avrebbe perso il suo potere, il che significa che il futuro governo transitorio avrà molti problemi ad operare. D’altra parte è chiaro da tempo che la posta in gioco, nella crisi e nel suo superamento, è il controllo del paese e delle sue risorse, razziate a man bassa da chi ha avuto finora posti ai diversi livelli nel governo e nelle altre istituzioni statali, posizioni che non intende perdere.

Ieri, in un’intervista esclusiva rilasciata ad Al Jazeera dalla sua roccaforte di Pagak sul confine con l’Etiopia, Machar ha detto apertamente che i ritardi nel suo ritorno sono dovuti alla mancanza di volontà di farlo arrivare a Juba. E con questa dichiarazione ha risposto a quelle di Paul Malang e di Salva Kiir, ma non ha detto nulla sulla sua volontà e il suo impegno per far uscire il paese dalla crisi in cui si trova. Ha però ributtato la palla alla comunità internazionale, che ha fatto pressioni enormi per arrivare alla firma degli accordi di pace, ma si è dimostrata fino ad ora inadeguata a garantirne il rispetto.

In foto, Riek Machar