L’editoriale di Nigrizia di novembre.

Non prendeteci per megalomani. Ma il tema del 2° Sinodo africano era un “titolo” da Nigrizia: “La chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”. Un ritornello che i nostri lettori, soprattutto quelli con qualche anno sulle spalle, hanno trovato in quasi ogni numero del nostro mensile per lo meno da trent’anni a questa parte. Chi ha avuto la pazienza – e la grazia – di leggere gli innumerevoli interventi dei padri sinodali in aula, i rapporti dei gruppi di lavoro e le dichiarazioni durante le conferenze stampa, non può non essere stato colpito dalla “franchezza” con cui molti di loro si sono espressi. (Nel servizio alle pagine 52-55 riportiamo alcuni esempi). Si è parlato di parresia, cioè di un “parlare senza peli sulla lingua”: spesso “contro” qualcuno, sempre “per il meglio” dell’Africa. Con la convinzione che solo la verità rende liberi.
Sorprendente nei vescovi africani l’identità di vedute sulle le cause delle situazioni drammatiche in cui versano molte loro nazioni. Duplice l’ordine di responsabilità: ci sono potenti gruppi di pressione, del tutto esterni all’Africa, capaci d’imporre linee ideologiche e scelte economiche dettate da interessi egoistici; ma ci sono anche leader di governi africani facilmente corruttibili, del tutto insensibili alle sorti dei loro popoli e avidi di facili guadagni. Come a dire: non siamo fieri dello stato in cui versa il continente; ma mentre non possiamo – né vogliamo – scaricare tutte le colpe altrove, non intendiamo più sottacere le ingerenze esterne e le responsabilità politiche del resto del mondo.
Non prendeteci per blasfemi. Ma si dovrà pur riconoscere che molti padri sinodali hanno parlato “alla maniera di Nigrizia”. Il nostro battere su questioni sociali ed economiche riguardanti l’Africa e il resto del mondo, e il nostro elencare le ragioni interne ed esterne delle molte – troppe – crisi di quel continente, non erano poi tanto “anti-evangelici”.
La verità è che per molti cattolici italiani la dottrina sociale della chiesa è il segreto meglio tenuto dell’intero magistero ecclesiale. Che la chiesa possieda un corpo di insegnamenti su temi sociali, economici e culturali, e cosa questi dicano, molti ancora lo ignorano. Eppure, gli ultimi Pontefici non si sono stancati di ripetere che il comandamento dell’amore va necessariamente coniugato con la preoccupazione per la giustizia sociale, al punto da definire la lotta per tale giustizia essenziale a ogni servizio di fede e centrale all’identità della chiesa e della sua missione al mondo.

Obbedienti a questi appelli, i missionari, dopo anni trascorsi all’estero, hanno cominciato a tornare in patria intenzionati a far conoscere alle loro chiese e ai loro governi cosa i popoli del sud del mondo pensano di loro e il modo inumano in cui sono costretti a vivere per causa loro. La visione delle cose da essi propugnata è subito parsa più radicale di quella condivisa dai più; a volte ha dato fastidio. Nigrizia ha avuto il merito (o il torto) di farsi portavoce e cassa di risonanza di questa “missione alla rovescia”, dando spazio anche al pensiero di molti leader ecclesiali del sud del mondo, dell’Africa in particolare. È stata una scelta non indolore; a volte, causa di profonde crisi tra i lettori. E ci è prontamente arrivata l’accusa di essere “non cristiani”, “poco cattolici”, “traditori della missione”, “politicizzati”, “disfattisti”, “unilaterali”.

Dopo aver ascoltato le dichiarazioni dei padri sinodali, non ci sentiamo più soli. Confessiamo che ci sono piaciuti. E molto. Anche perché non sono stati diplomatici né particolarmente preoccupati di irritare certe sensibilità tipiche di molti “nord” del mondo. Ad esempio, hanno chiesto alle chiese delle nazioni venditrici di armi di fare pressione sui governi dei propri paesi perché pongano fine a questo traffi co di morte. Hanno criticato l’Europa per la sua tendenza a chiudersi come una fortezza, e l’Italia per le sue nuove politiche di respingimento. Si dono detti «molto preoccupati» per le leggi anti-immigrazione approvate in molti paesi, «con l’obiettivo di tenere fuori i clandestini». Mons. Gabriel Charles Palmer-Buckle, arcivescovo di Accra (Ghana): «Chi è che osa ancora venirci a parlare di diritti umani? (…) Gli africani continueranno a venire in Europa, con ogni mezzo e a costo di morire nel deserto o in mare, finché l’equilibrio economico e ambientale tra Africa e il resto del mondo non verrà ristabilito da chi è responsabile delle diffi coltà del continente, ovvero dall’Occidente». “Politicizzato” anche lui? Lui non lo crede: «I respingimenti sono leggi e iniziative non cristiane, perché vanno contro i diritti umani e universali, quindi sono contrarie al Vangelo di Gesù Cristo».
Mentre scriviamo, i vescovi stanno stendendo le propositiones (o enunciati) che, approvate dall’assemblea generale, saranno presentate al Papa. Osiamo sperare che la parresia avvertita in aula passi in ogni singolo enunciato, informi precise iniziative (ecclesiali e non), si traduca in assunzioni di responsabilità, e caratterizzi, infi ne, l’esortazione post-sinodale di Benedetto XVI, attesa entro il 2010 e che ingloberà le propositiones. Le parole dei vescovi saranno, allora, “magistero ecclesiale”.

 



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