Nuova evangelizzazione / Vista da un missionario

Pur convinto che ogni cambiamento esiga un ridimensionamento del centralismo vaticano e dunque un nuovo concilio, l’autore dell’articolo auspica che i padri sinodali sappiano guardare a quanto è avvenuto nel continente africano. Specie per dare vigore ai due remi della Chiesa, quello religioso e quello sociale.

A buon diritto l’Africa può dire una parola specifica sulla “evangelizzazione” affinché diventi “nuova” a livello di visione, di atteggiamenti, di strutture e di metodologia apostolica. L’Africa è il continente in cui le comunità cristiane sono cresciute a ritmo esponenziale, e dove la religiosità e il senso del mistero sono profondi. E gli africani esportano con sé questi valori dovunque vadano, come rivelano i riti vodù in Haiti, la santeria a Cuba, il candomblé in Brasile e la tradizione musicale degli spiritual negli Stati Uniti. Le gradi migrazioni africane – una volta forzate dalla tratta degli schiavi e oggi motivate dall’impoverimento, dalla instabilità politica, da regimi oppressivi, dalla fuga di cervelli e degli atleti – in qualche modo sono vie attraverso le quali viene trasmesso il “nuovo” che, come ci ricorda lo scienziato latino Plinio il Vecchio, arriva sempre dall’Africa!

Le università inglesi, americane e australiane fanno a gara per rubarsi i migliori studenti africani a suon di cospicue borse di studio e altri vantaggi. Dove arrivano, gli africani rafforzano l’anima dell’umanità, che in quelle zone la tecnologia ha isterilita e quasi soffocata.

 

Il primato della relazione e del mistero

In Africa la relazione è l’assoluto: la priorità indiscussa! La dottrina è sentita come secondaria e funzionale alla relazione interpersonale. Evangelizzazione è prima di tutto relazione, più che dottrina e insegnamento. Tanto più il cristianesimo che sgorga dal mistero trinitario. La Trinità è “mistero di relazione” fra le persone; un mistero che, come afferma il concilio Vaticano II, si espande e si rende visibile nella Chiesa. In tal modo, la Chiesa universale si presenta come un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (Lumen Gentium, 4).

Inoltre, in Africa vi è il senso del mistero: l’universo e la vita sono mistero mai completamente esaurito; mistero che genera atteggiamenti religiosissimi come la contemplazione, il rispetto e la riverenza. Si tratta di un mistero in positivo: la presenza e l’azione di Dio, degli spiriti viventi e degli antenati in ogni sfera della vita umana, in profonda relazione e alleanza con noi umani. Da qui, nasce la fede che genera speranza, fiducia e slancio anche nelle situazioni più disperate. Ma vi è anche un mistero in negativo, male multiforme da cui è urgente essere liberati perché minaccia ogni forma di vita. Da qui l’esigenza di una fede profonda in Dio Padre origine e datore della vita, in Cristo liberatore e redentore, nello Spirito che rafforza e intensifica le relazioni. In altre parole, l’evangelizzazione per essere nuova dovrebbe caratterizzarsi più come persona, meno come dottrina.

 

Ministerialità ecclesiale e sociale

Il primo sinodo continentale africano, tenutosi a Roma nel 1994, ha sottolineato la soggettività della Chiesa africana nella costruzione del regno di Dio. Come una barca, la Chiesa naviga con due remi, quello religioso e quello sociale, incarnati nei ministeri ecclesiali e sociali, in Africa vivissimi e con inesauribile creatività e slancio. Quelli ecclesiali sono a servizio della vitalità interna delle comunità cristiane come il ministero episcopale, presbiterale e diaconale; i servizi liturgici: dal canto alle letture dei testi sacri, a quelli numerosi nei vari settori della catechesi, orientata alla preparazione per la ricezione dei sacramenti, con grande enfasi sulla iniziazione cristiana di coloro che provengono da altre tradizioni religiose per accompagnarli al battesimo, cresima ed eucaristia. Poi vi sono i ministeri sociali attraverso cui la fede contribuisce alla costruzione della società civile e dello stato.

Nella seconda metà dell’800, la terza fase dell’evangelizzazione dell’Africa – che fece seguito a quella svoltasi nei secoli 15° e 16° in regioni a sud del Sahara e a quella dei primi secoli del cristianesimo nell’Africa settentrionale – fu caratterizzata da uno sforzo missionario straordinario che ha fatto della fede cristiana la prima del continente. Nella seconda metà del XIX secolo si assiste al sorgere della dottrina sociale della Chiesa. San Daniele Comboni (1831–1881), uno dei grandi missionari del tempo che fu alla scuola del sacerdote Nicola Mazza (1790-1865) – per 15 anni assessore all’agricoltura e ai problemi sociali nel comune di Verona – prospettava il fine della missione con due parole chiave: fede e civilizzazione cristiana.

L’evangelizzazione dell’Africa, molto di più di quella dell’America Latina, ha saputo unire la testimonianza del vangelo allo sviluppo e ai diritti umani, nonostante fosse legata al fenomeno del colonialismo. Va comunque detto che il colonialismo in Africa è durato nemmeno 100 anni e che la fede cristiana e l’influenza della missione contribuirono non poco a determinarne la fine. Basti pensare a diversi padri fondatori della liberazione africana con radici ed educazione cristiana, come Julius Nyerere in Tanzania, Léopold Sédar Senghor in Senegal, Albert Luthuli in Sudafrica, Eduardo Chivambo Mondlane in Mozambico, Kenneth Kaunda in Zambia, Jomo Kenyatta in Kenya, il vescovo Abel Muzorewa in Zimbabwe e Boganda Barthélemy in Repubblica Centrafricana.

Alla luce di così grande impegno è urgente pensare alla Dottrina sociale della Chiesa come forza della evangelizzazione, per unire il religioso al sociale. In questo caso le aree specifiche da evangelizzare sono la politica, l’economia, la finanza, aree in cui i laici sono chiamati a svolgere un ruolo fondamentale, in comunione con la gerarchia ecclesiale, ma al tempo stesso mantenendo la propria autonomia. Sempre in questa logica, si comprende l’importanza del ruolo delle Chiese locali, nel contempo soggetti religiosi e attori sociali. La nuova evangelizzazione non potrà che essere molto meno clericale e molto più carismatica e laicale!

 

Chiese locali continentali

Paolo VI fu il primo papa a visitare l’Africa quando si recò in Uganda a fine luglio e inizio agosto 1969 per lanciare l’idea della Chiesa locale africana, intesa come unità continentale costituita da tante diocesi. Forse il papa pensava alla categoria teologico-giuridica del “patriarcato continentale” come aveva intuito uno dei grandi protagonisti del Vaticano II, l’ecclesiologo francese Yves Congar. Da qui il sorgere in Africa del Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Secam), in America Latina del Consiglio episcopale latino-americano (Celam) e in Asia della Federazione delle conferenze dei vescovi dell’Asia (Fabc).

La spinta iniziale in questa direzione, promossa da Paolo VI, fu poi bloccata da Giovanni Paolo II che preferì riaffermare la centralità del ministero del papa e delle strutture del Vaticano che il concilio Vaticano II aveva cercato di far crescere verso una struttura più collegiale e partecipativa secondo il principio della sussidiarietà fortemente affermato dalla Dottrina sociale della Chiesa. L’esperienza politica, socio-culturale e religiosa dell’Africa testimonia che la frammentarietà di tantissime parrocchie e di tantissime diocesi sminuisce la soggettività e contribuisce a rendere debole l’impatto della Chiesa a livello culturale, sociale, economico e religioso.

Una evangelizzazione che non riprenda con convinzione e coraggio la pista del Vaticano II iniziata da Paolo VI, centrata sull’affermarsi delle Chiese locali continentali, non sarà credibile. La nuova evangelizzazione esige un forte ridimensionamento del centralismo vaticano ingigantitosi durante il secondo millennio, a vantaggio delle Chiese locali. Una realtà strutturale, questa, da cambiare in linea anche con la riscoperta teologia dell’episcopato inteso come sacramento e pienezza del sacerdozio.

 

Pluralità di teologie

Una delle caratteristiche delle Chiese locali è quella di sviluppare una propria teologia in grado di evangelizzare mentre dà precise risposte alle condizioni del continente e dei suoi popoli. Sia i Lineamenta che l’Instrumentum laboris del sinodo in corso a Roma accennano alle Chiese locali, ma il tema merita maggiore e più coraggioso approfondimento. In questo, ancora una volta, l’Africa può aiutare. Nel 1976, a Dar es Salaam in Tanzania e poi l’anno seguente ad Accra in Ghana, i teologi africani e di altre giovani Chiese asiatiche e latino-americane elaborarono due importanti dichiarazioni sul tipo di teologie a cui le chiese locali dei tre menzionati continenti si sentivano interessate a sviluppare.

Prima di tutto asserirono l’importanza di accettare una pluralità di teologie, novità di non poco conto che si opponeva al presupposto di molti teologi e a volte anche del magistero, che identificano la teologia europea greco-latino-germanica con la teologia della Chiesa cattolica in quanto tale. Le teologie che i teologi delle giovani chiese proponevano dovevano essere diverse da quella europea, che è troppo dogmatica, ripetitiva, impegnata a spiegare dogmi più che a offrire risposte a situazioni e condizioni storiche in cui gli uomini e le donne vivono quotidianamente. Perciò, teologie molto più storiche e meno dogmatiche, capaci di riflettere alla luce della fede sugli eventi storici e le situazioni concrete nelle quali l’umanità cammina e combatte, senza escludere una riflessione sul tema dell’ambiente sempre più degradato.

Quanto i teologi a Dar es Saalam e ad Accra annunciarono è oggi un dato di fatto. Non c’è dizionario di teologia dove non si trovino voci come: teologia africana, teologia asiatica, teologia della liberazione latino-americana, teologia femminista e teologia dell’ambiente.

Se si dovesse scrivere una storia della nuova evangelizzazione, al primo posto metterei il Vaticano II e tutti i movimenti che hanno portato alla celebrazione di questo evento; al secondo posto tutti i movimenti, espressione di queste nuove teologie, che hanno cercato di inculturare la fede nei vari alvei della storia contemporanea; al terzo posto metterei la pratica e la teoria dell’insegnamento sociale della Chiesa (meglio sarebbe dire delle Chiese, dato che i protestanti hanno offerto un notevole contributo a questo riguardo); al quarto posto i movimenti laicali e i laici cristiani impegnati in politica, economia, ambiente, promozione della solidarietà contro ogni tipo di discriminazione razziale, sessuale e di genere. L’insieme di tutti questi elementi porterebbe alla formulazione di una teologia più storica e pluralista.

Da parte del sinodo mi attenderei anche un inno di ringraziamento a Dio e di apprezzamento dei tanti fedeli che si sono impegnati nei tentativi di una nuova evangelizzazione.

 

Verso un nuovo concilio?

Durante il Vaticano II, fu il concilio stesso a decidere lo spessore della novità a partire dalla prima sessione allorché i padri conciliari andarono molto oltre gli schemi preparati fondamentalmente dalla curia vaticana rappresentante della corrente conservatrice della Chiesa. Papa Giovanni XXIII aveva reso possibile tale straordinaria evoluzione prima con la costituzione apostolica Humanae Salutis del 25 dicembre 1961, con la quale formalmente indiceva il concilio Vaticano II, e poi con il discorso di apertura del concilio stesso, l’11 ottobre 1962. Due interventi che aiutavano la Chiesa a credere nella presenza operativa dello Spirito e quindi a essere aperta e ad accogliere le novità di una nuova Pentecoste.

Evangelizzazione: nuova o semplicemente rinnovata? Non si tratta di un gioco di parole ma di approcci profondamente diversi. Rinnovata vuol dire: si continua come prima ma con qualche ritocco, apportando cambiamenti tutto considerato non molto profondi, a volte più di apparenza che di sostanza. Potremmo dire epidermici e di facciata. Nuova evangelizzazione è molto più radicale sia nei contenuti, nella visione e nelle strutture. In genere nella Chiesa è difficile essere veramente nuovi. La continuità prevale sulla novità! Si tende spesso ad affermare slogan del tipo: “come si è sempre detto”; “come il magistero ha sempre sostenuto”.

A questo proposito trovo significativa la citazione del giurista Gustavo Zagrebelsky nel suo saggio sul rapporto tra stato e Chiesa Scambiarsi la veste (Laterza, 2010): «Nulla è mai abrogato nella dottrina della Chiesa; sul piano dottrinale infatti il concetto stesso di abrogazione è un non senso, poiché ogni nuova affermazione è concepita come uno sviluppo che contiene tutto ciò che precede senza contraddirlo».

La struttura sia dei Lineamenta che dell’Instrumentum laboris, elaborati per il sinodo in corso a Roma, sembra dare ragione a tale affermazione. Pur sostenendo l’urgenza della “nuova evangelizzazione”, espressione lanciata da Giovanni Paolo II nel 1992 nell’incontro dei vescovi latino-americani a Santo Domingo, non si è mai chiaramente esplicitato qual’è la vecchia evangelizzazione da superare, o quali sono quegli elementi che la rendono tale fino al punto da esigerne una nuova. Quando il vecchio non è bene identificato, il nuovo diventa nebbioso e di fatto tutto resta nebuloso. Se non si identificano visioni, concezioni, strutture e metodologie vecchie, il nuovo si ferma a livello di esortazione, con solo qualche ritocco di miglioramento che sicuramente non sarà causa di novità alcuna.

Io sono decisamente per il nuovo a livello di visione, di atteggiamenti e di strutture. Urgente è quindi identificare il vecchio da essere sostituito con il nuovo. Altrimenti il nuovo rischia di esser minestra riscaldata se non addirittura per alcuni un ritorno all’antico: il concilio di Trento o qualcosa di simile, come dimostrano i passi compiuti per raggiungere la piena comunione dei tradizionalisti lefebvriani con la Sante Sede.

Sono convinto che per una vera nuova evangelizzazione non c’è alternativa: ci vuole un altro concilio ecumenico.

*Il comboniano Francesco Pierli, attivo da anni in Africa, individua sfide concrete per promuovere il cambiamento a partire dalle esperienze della chiesa nei paesi emergenti.

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