In occasione della 16ª Giornata mondiale per la custodia del creato le preoccupazioni non mancano: l’appuntamento di quest’anno ha ancora il sapore amaro dell’incertezza a causa del covid-19. Con San Paolo sentiamo davvero «che tutta la creazione geme e soffre» (Rm 8,22). Con uno sguardo di fede, e saldi nella speranza, promettiamo di impegnarci a convertire i nostri stili di vita, disponendoci a «vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia, rispetto e devozione verso il creato.» ( cf Tt 2,12).

Purtroppo spesso abbiamo pensato di essere padroni del creato e della natura e abbiamo rovinato, distrutto e inquinato quell’armonia di viventi in cui siamo inseriti. È l’«eccesso antropologico» di cui parla Papa Francesco nella Laudato si’. È possibile rimediare, dare una svolta radicale a questo modo di vivere che ha compromesso il nostro stesso esistere?

Francesco sostiene che «a causa dell’egoismo siamo venuti meno alla nostra responsabilità di custodi e amministratori del creato e della terra. Basta guardare la realtà con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune» (Laudato si’, 61). L’abbiamo inquinata, depredata, mettendo in pericolo la nostra stessa vita. Abbiamo peccato contro il creato e contro il nostro prossimo e, in definitiva, contro il Creatore.

Nel celebrare la Giornata mondiale per la custodia del creato, siamo tutte e tutti chiamati a ritrovare il senso del rispetto sacro per il creato e per la terra, perché essa non è soltanto casa nostra, ma anche casa di Dio e di tutti i nostri fratelli e sorelle.

Salvare la natura che agonizza

Il creato ha diritto al suo tempo e al riposo per una rigenerazione. Anche la terra è stanca. Non sopporta più la dilapidazione cui è soggetta da parte dell’uomo. Le foreste sono indiscriminatamente abbattute in Amazzonia, in Rd Congo, in Centrafrica, in Russia, negli altipiani dell’Asia Centrale. Le monoculture del caffè, del tè, praticate largamente nel continente africano per esigenze di mercato, stanno impoverendo il terreno. Lo sfruttamento violento delle risorse della terra per una produzione illimitata e ingiustificata dei beni di consumo, ha distrutto l’habitat per l’umanità, gli animali e l’intero ecosistema. È in atto una desertificazione di vaste aree geografiche, che sta creando lo scempio più triste e violento della storia della madre terra nei nostri tempi.

Anche il creato e tutta la terra devono avere il loro “tempo libero”. Bisogna cessare di sfruttare e, soprattutto, saccheggiare, depredare oltre ogni limite ragionevole la terra, accordarle un opportuno riposo, conservare le sue risorse per quelli che verranno dopo di noi.

Sembrano molto pertinenti, al riguardo, le riflessioni del filosofo André Chouraqui (1917-2007): «Non rimane che prendere misure concrete per mettere un freno agli eccessi dell’accaparramento delle terre, del disbosca­mento e dello sfruttamento abusivo del suolo. L’uomo, per decreto divino, è il difensore della natura, dell’insieme della creazione e delle sue creature: è quindi suo dovere impedire la distruzione delle centinaia di migliaia di ettari di foresta e delle migliaia di specie vegetali e animali che, di fatto, vengono invece annientate dall’uomo».

Il giornalista Eduardo Galeano (1940-2015), con arguzia e sarcasmo, ci presentava un futuro poco rassicurante quando scriveva: «Sfortunato chi è appena nato, perché su questo pianeta non c’è più aria da respirare, bensì veleno. Non cade più pioggia dal cielo, bensì acido. Non ci sono più stagioni, bensì indovinelli meteorologici. Non ci sono più parchi, bensì parcheggi. Non ci sono realtà, bensì pubblicità. Non ci sono visioni, bensì televisioni. E per elogiare un fiore, si dice: “ Che bello! Sembra di plastica!”».

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