I migranti di Calais

Provano ogni sera a raggiungere l’Inghilterra salendo su treni, camion e navi. Ma è sempre più difficile e il luogo dove vivono ammassati, chiamato “la giungla”, è in via di smantellamento. Sono eritrei, etiopici, sudanesi, ghaneani, afghani, pakistani, siriani…

«Questo sarà il mio souvenir da Calais, posso portarlo in Eritrea»: Tsemainesh tiene in mano una scatoletta di tonno appena ricevuta dai volontari e sorride nel leggere la data di scadenza, agosto 2022. Già, fra sei anni forse la situazione nel suo paese sarà cambiata, il regime dittatoriale finito e Tsemainesh potrà finalmente tornare a casa, ed abbracciare i suoi genitori e i suoi fratelli. Ma oggi per lei è molto difficile rispondere alla domanda sul suo futuro.

È a Calais da tre mesi ormai, all’estremo nord della Francia, nel campo profughi che è stato tristemente rinominato “la giungla”. «Le giornate qui sono tutte uguali», dice mentre apre la scatoletta e versa il tonno nel pentolino con il sugo che è già sul fornello da mezzora. Non è sola, vive insieme a Tesfalem, un ragazzo di 30 anni che in Eritrea lavorava come infermiere. Sono cugini, hanno lasciato il loro paese in momenti differenti, ma si sono incontrati di nuovo in Libia. Da lì la traversata nel Mediterraneo, poi Sicilia, Roma, Ventimiglia, e l’ingresso in Francia: Marsiglia prima tappa, poi Parigi e infine Calais.

Manca un ultimo tassello per completare il loro piano: superare il canale della Manica e arrivare nel Regno Unito. «Ci proviamo quasi ogni sera, ma è difficile, la polizia è ovunque, non ci lasciano passare». A volte provano a raggiungere la stazione dei treni e a saltare sui veicoli in corsa, altre cercano di arrampicarsi sul filo spinato e a raggiungere l’arteria che porta direttamente al porto, provano persino ad entrare nei camion che sono fermi nelle aree di sosta. A volte hanno tentato di mettersi in strada obbligando i camionisti a brusche frenate: «In quel caso siamo sempre un gruppo di 3-4 persone – racconta Tesfalem – un paio distraggono il conducente, e gli altri da dietro salgono dal portellone, o provano dal basso, vicino le ruote». Ma niente, ancora non sono riusciti nella grande impresa. La gendarmeria francese ha aumentato i controlli negli ultimi mesi e le possibilità di riuscire nel grande salto ormai sono pressoché nulle.

Tesfalem e Tsemainesh ricordano il giorno in cui hanno fatto il loro ingresso a Calais: «Non avremmo mai potuto immaginare di trovare un luogo così degradato al centro dell’Europa. Di campi profughi ne abbiamo visti tanti, anche in Etiopia, ma erano tutti più attrezzati». Per i primi due mesi hanno vissuto accampati in una tenda fatiscente con acqua e fango che entravano ovunque. «La giungla è un posto per animali, non per esseri umani», ribadiscono con fermezza. Poi hanno ricevuto una costruzione in legno, è una casetta piccola di tre metri quadrati, che hanno arredato con coperte al posto di tappeti. C’è un fornelletto da campo e una piccola stufa che funge anche da fonte di luce. (…)

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